Domenica mattina, termina la messa, fuori da San Michele avvicini qualche parrocchiano e dici “don Alberto Ravagnani”. A quel punto le reazioni sono le più varie: il sorriso malizioso, il rifiuto di commentare, il pensiero al momento complesso vissuto dal sacerdote, l’invito alla preghiera. Fuori dalla chiesa in cui don Alberto ha celebrato per tanto tempo, prima di passare a San Gottardo al Corso, Milano, e a pochi passi dal San Filippo, l’oratorio in cui ha operato durante la sua presenza a Busto, i pareri sono discordanti. La scelta della sospensione dal ministero presbiteriale (vedi QUI) interroga tutti ma tendenzialmente si preferisce mantenere i propri pensieri nella cerchia delle persone con cui si condivide l’esperienza in parrocchia, forse anche perché la novità è freschissima. Solo in pochi si sbilanciano.
«Servono silenzio e preghiera – è convinta un’attivista del Cav – la vita non è facile per nessuno, men che meno per chi compie una scelta come quella del sacerdozio. I momenti di crisi capitano, la speranza è che don Alberto ritrovi le motivazioni e la forza per essere prete».
«Quando lo frequentavo perché era qui – confida un parrocchiano – sono stato un suo sostenitore. Credo che si sia spinto in là, in un territorio che la Chiesa deve frequentare. Quello dei giovani e dei mezzi di comunicazione come i social, ovviamente. Oggi la gente sta innanzitutto lì. Certo, così facendo don Alberto è arrivato in una terra di confine, complicata. Chissà se ha ricevuto il supporto necessario… Un po’ me lo chiedo».
Alessandro e Ilaria, genitori con figli che non hanno l’età per avere vissuto l’oratorio durante la presenza di don Alberto, si associano al pensiero più diffuso, on-line e probabilmente altrove: «La sospensione non stupisce. Avevamo da un pezzo la sensazione che la strada imboccata da don Alberto portasse a questo. E l’dea che ci si sarebbe arrivati la si sentiva, qua e là, tra le persone, nelle famiglie…». Marco e Manuela concordano e aggiungono: «Questa scelta può anche essere un bene. Mica è una novità. Quante volte si sente di persone che capiscono di avere intrapreso una strada sbagliata, non adatta a loro... Ora c’è il clamore mediatico, d’accordo, ma alla fine stiamo parlando di questo, di un cambiamento personale. Meglio così, meglio essere onesti con se stessi piuttosto che andare avanti col rischio di combinare danni. Involontari, si intende».
«Ci penso da ieri e ammetto che la cosa mi rattrista – dice Virginia, mamma, tra le primule del Centro Aiuto alla Vita – i sacerdoti fanno una scelta impegnativa, come quella di chi si sposa in Chiesa, c’è di mezzo il “per sempre”. Capita di avere bisogno di sostegno. Don Alberto è stato sostenuto abbastanza? Non possiamo saperlo. Mi dispiace per lui come persona, oltretutto conosciuta, ma mi vengono in mente anche quelli che lo hanno seguito, che lo avevano come prete di riferimento, immagino che si sentano smarriti. Come credente dico: forse dobbiamo pregare di più per i nostri sacerdoti».














