A Natale si mangia panettone e la tradizione che prevede di scacciare le negatività dell’anno che ci si lascia alle spalle ha a che fare con il fuoco. Non siamo a Busto Arsizio, ma in Perù.
Le analogie fra i due paesi sono inaspettate. A raccontarle è Lorena Garcia, 39 anni, peruviana e italiana, originaria di Chiclayo (la città dove, prima di diventare Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost è stato vescovo) nel dipartimento di Lambayeque, nel nord del Paese, impegnata nel campo dell’assistenza agli anziani e dei bambini.
Per lavoro ha lasciato il Sudamerica nel 2006 e si è trasferita a Busto Arsizio dove già abitava una zia. Benchè il suo paese natìo, dove vivono i genitori, le manchi molto, non intende tornare indietro. «L’Italia – afferma – è la mia seconda famiglia. Non ho mai trovato un italiano che mi abbia trattato male, sono sempre stata trattata come una persona di famiglia, più che come un parente. Busto – aggiunge – è una città serena, tranquilla, sono contenta».
Quali sono le principali differenze tra Italia e Perù?
«Qui ci sono più pulizia e più regole. Ad esempio dopo una certa ora non si può più fare rumore: in Perù invece si fa sempre festa, anche in piena notte.
A livello di abitudini, quando un latinoamericano si deve soffiare il naso o deve starnutire non lo fa davanti agli altri. Inoltre qui i bambini dicono ciao a tutti: in Perù invece si saluta con il buongiorno perché è un segno di rispetto».
Prima di trasferirti conoscevi già l’Italia?
«Non la conoscevo, ma la immaginavo. Essendo nel vecchio continente mi chiedevo quante cose vecchie avrei trovato. In effetti ho notato che in Italia si è molto legati al passato e ai ricordi, nelle case ci sono molti cimeli e si curano più le cose vecchie che quelle moderne».
Tra il cibo italiano e quello peruviano quale vince?
«Quello italiano, che è anche più bilanciato. Mi piacciono soprattutto le lasagne, di tutti i tipi, e polenta e bruscitti. Tra i piatti tipici peruviani ci sono il ceviche, pesce crudo marinato con limone, sale, coriandolo a cui si possono aggiungere le spezie, l’arroz con pato, il riso con l’anatra, e i picarones, ciambelline fritte. E poi il panettone: a Natale non deve mancare».
A proposito di Natale: essendo il Perù a sud dell’equatore l’atmosfera sarà molto diversa da quella che si respira alle nostre latitudini a dicembre
«Sì, all’inizio quando sono arrivata qui non mi sembrava nemmeno che il 25 dicembre fosse Natale. In Perù a Natale fa caldo e usiamo fare la cena il 24 a mezzanotte».
Quali sono le tradizioni legate a Capodanno?
«Il 1 gennaio si va al mare e si fa il bagno per buttare via le cose negative dell’anno vecchio.
Porta fortuna e prosperità mangiare le lenticchie e dodici acini d’uva, uno per ogni mese dell’anno. Si corre per la casa con una valigia come augurio per un anno ricco di viaggi.
Inoltre si bruciano le bambole che vengono appositamente realizzate con diversi materiali e che possono avere le fattezze anche di persone reali: ad esempio si brucia la bambola del presidente o anche di se stessi. Ma non è una cosa negativa, significa bruciare i mali dell’anno che si è concluso, proprio come succede qui con la Giöbia».
Quando si parla di Perù in genere le prime immagini che saltano alla mente sono le Ande e Machu Picchu. Ma il tuo paese è anche…
«La foresta amazzonica, le montagne dei sette colori, spiagge bellissime, l’oceano con onde alte che qui non ci sono. Il surf infatti è iniziato in Perù. Ci sono tante cose belle».
C’è qualcosa a Busto che ti ricorda il tuo Paese d’origine?
«Sì, il mercato. In Perù si va tutti i giorni al mercato e si comprano prodotti freschi, non si usa congelare gli alimenti, invece qui manca il tempo. Al mercato si vende di tutto e si mangia anche sul posto».
Ci fai un saluto alla peruviana?
«Gracias por la entrevista, muchas bendiciones».














