Nell’ottantesimo anniversario del voto alle donne, il nostro viaggio nella politica femminile e nell’impegno per il territorio prosegue con l’assessore regionale alla Cultura, l’avvocato gallaratese Francesca Caruso.
Che cosa rappresenta oggi, a ottant’anni di distanza, quella conquista del 1946?
«Rappresenta il diritto delle donne a decidere del futuro del proprio Paese. Penso alle italiane che votarono per la prima volta alle Amministrative del 1946 e poi il 2 giugno: finalmente potevano esprimere una scelta della quale erano state escluse. Quel gesto cambiò il loro posto nella società e la storia dell’Italia. Per me, che oggi ricopro un incarico pubblico, ricordarlo vuol dire avere conoscenza di quanto dobbiamo a chi ci ha precedute. Vuol dire anche prendere sul serio la fiducia dei cittadini, esercitando fino in fondo le responsabilità che ci sono state affidate. Ottant’anni dopo, il modo più concreto di onorare quella conquista è fare in modo che ogni donna possa partecipare alla vita pubblica e far valere le proprie capacità».
Durante il suo percorso politico e professionale ha incontrato degli ostacoli riconducibili a questioni di genere?
«Non ricondurrei automaticamente all’essere donna le difficoltà di un percorso politico e professionale. Credo però che i pregiudizi vadano riconosciuti, senza minimizzarli. Penso al giudizio diverso che può accompagnare la fermezza di una donna, oppure all’attenzione riservata al suo aspetto e alle sue scelte familiari, anche quando non hanno alcuna attinenza con il ruolo che ricopre. Il criterio che considero essenziale, anche per me stessa, è essere valutata per il lavoro svolto e le decisioni prese. Le critiche fanno parte della responsabilità pubblica e bisogna saperle accettare. Chiedere che riguardino il merito vuol dire pretendere un confronto serio. Una donna deve poter esercitare il proprio incarico con autorevolezza, senza dover continuamente giustificare la propria ambizione».
C’è una figura femminile che l’ha ispirata o la ispira tuttora?
«Oriana Fallaci. Ammiro la sua indipendenza di giudizio e il coraggio con cui sosteneva le proprie convinzioni, assumendosi anche il rischio di risultare scomoda. Nelle interviste ai grandi protagonisti della politica internazionale non si lasciava intimidire dal potere dell’interlocutore. Dietro quella fermezza c’erano studio, preparazione e una grande conoscenza dei fatti. È un aspetto che considero fondamentale: avere una voce propria richiede anche la capacità di argomentare ciò che si sostiene. Di lei mi colpisce il rifiuto di adeguarsi alle aspettative altrui, di cercare a ogni costo l’approvazione. Per una donna impegnata nella vita pubblica è un riferimento forte. Mi ispira questa libertà, insieme alla disponibilità a rispondere delle proprie parole, anche quando suscitano dissenso».
Quale ruolo può svolgere la cultura nel custodire e trasmettere la memoria delle donne che hanno contribuito alla nascita della Repubblica?
«La cultura ha il compito di far conoscere il contributo delle donne alla nascita della Repubblica e di conservarne la memoria nel tempo. Quelle donne hanno partecipato alle scelte che hanno definito la nostra democrazia: riconoscere il loro ruolo è una questione di verità storica. Dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza delle loro idee e delle battaglie con cui hanno affermato diritti che oggi possono apparire scontati. Credo che le istituzioni abbiano la responsabilità di dare continuità a questo lavoro, perché l’attenzione verso queste protagoniste della nostra storia non si esaurisca negli anniversari».
La cultura, ancora una volta, può contribuire a superare stereotipi e discriminazioni di genere?
«Sì, perché i pregiudizi resistono anche quando la parità è riconosciuta dalle leggi. La cultura aiuta a comprenderne l’origine e a mettere in discussione convinzioni che continuano a condizionare il giudizio sulle donne e le loro possibilità di scelta. È un lavoro educativo che richiede continuità e riguarda tutta la società. Credo che ogni donna debba poter essere valutata per le proprie capacità e decidere liberamente quale percorso seguire, senza doversi adeguare a un ruolo prestabilito. La cultura, in questo caso, contribuisce a far maturare questa consapevolezza e rende più riconoscibili, quindi meno accettabili, le discriminazioni».














