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Opinioni | 02 gennaio 2026, 15:15

Dalla gioia in diretta alla morte in diretta. E quei cellulari muti sulla minuscola porta dell'inferno

Un luogo dove nessuno osava immaginare covasse la tragedia, i cellulari che prima raccontano di ragazzi colmi di speranza e di leggerezza e poi, quando una festa diventa una lotteria per salvarsi la vita, in un attimo diventano muti, distruggendo ogni difesa di genitori che speravano solo in una risposta: "Siamo vivi". Di fronte all'orrore di Crans-Montana e all'imprevedibilità dell'esistenza, servono soltanto il silenzio e la pietà

Dalla gioia in diretta alla morte in diretta. E quei cellulari muti sulla minuscola porta dell'inferno

Non lo sapevamo, fino a ieri non lo sapevamo. Cosa fosse un “flashover”, un orribile scherzo del fuoco che di colpo si fa incendio e uccide. Eravamo distanti, di Crans-Montana avevamo sentito parlare per qualche gara di sci, magari dal gossip che riportava le frequentazioni di Alain Delon e Bono Vox, del resto è un luogo "in", come Gstaad o Sankt Moritz, la Svizzera che molti di noi non possono permettersi, chi poteva immaginare che anche lì covasse la tragedia, arrivassero ambulanze, elicotteri, polizia e cronisti, e dei ragazzini corressero disperati in cerca di salvezza, con gli abiti bruciati un attimo dopo aver brindato per il nuovo anno.

La nostra è una realtà crudele, cinica a volte, siamo obbligati a sapere e vedere tutto in tempo reale, non importa se siano tragedie o commedie, la modernità ci impone di documentare ogni cosa, e lo strazio aumenta nel vedere online i video che testimoniano l’inizio del disastro, le candele infilate nelle bottiglie di champagne, gli animi che si scaldano, le fiammelle che vanno verso il soffitto e l’inizio dell’incendio, che il “flashover” trasformerà in ecatombe. Intorno la musica a palla, ragazzi che ballano e cantano, normale per una festa, dove i cellulari sono lo strumento per far sapere a tutti che si fa parte di un mondo speciale, filmare e postare è pressoché obbligatorio.

Siamo sempre impreparati al peggio, non pensiamo mai che possa accadere a noi, così i ragazzi hanno continuato a riprendere la scena con i cellulari, fino a rendersi conto che non era più un gioco ma una lotteria per salvarsi la vita, cercando di uscire da quella maledetta porta, l’unica di un locale enorme capace di accogliere centinaia di persone, che ha il beffardo nome di “Le Constellation”, a indicare qualcosa di lontano e sognante, quasi come l’anno che sarebbe cominciato.

Ora incominciano i processi: ragazzini adolescenti in giro soli di notte con i genitori chissà dove, uscite di sicurezza inesistenti, soffitti in legno e materiale fonoassorbente estremamente infiammabile, gestori scriteriati che fanno muovere ai camerieri fiamme libere in giro per la sala stracolma. È facile giudicare, perfino condannare con il senno di poi, ma qui ci sono 47 famiglie distrutte, altre che non conoscono la sorte dei figli, altre ancora che pregano per la vita di chi è in ospedale attaccato a una macchina.

A 16 anni il mondo è tuo, segui la scia, vuoi fare festa e “Le Constellation” è diventato il “place to be”, dove sei qualcuno, anche in mezzo a tanti. Si è lì in vacanza e in questi casi i genitori sono ancor più di manica larga e comunque sanno che i figli sono in un locale sicuro, un luogo dove anche loro saranno andati cento volte a fare colazione, pericoli non ce ne sono, non siamo nel Bronx. Ma è arrivato il “flashover”, una maledetta fatalità, un insieme di combinazioni di morte che solo a tragedia compiuta si sarebbero potute prevedere, perché poi è tutto più facile e ognuno dice la sua, magari senza conoscere bene i fatti.

Che raccontano di ragazzi che si stavano affacciando alla vita, pronti come padri e nonni a dare un calcio all’anno vecchio, tutti insieme, magari con nuovi amici, conosciuti proprio lì in vacanza, con i quali dare vita ai sogni, tanti, che ognuno di noi ha avuto a quell’età. E proprio quei cellulari che un attimo prima impazzivano a caccia di immagini e ricordi, sono diventati muti di colpo, distruggendo ogni difesa dei genitori che speravano in una risposta e in una rassicurazione: siamo vivi. È inutile perciò proseguire con le parole, adesso servono soltanto il silenzio e la pietà.

Redazione

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