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Sociale | 29 settembre 2026, 11:10

Dare una didascalia alle emozioni: ascoltare i giovani per capire il loro disagio

Il disagio giovanile, i numeri dell’Oms e soprattutto la necessità di tornare a parlare con i ragazzi. Chiara Massazza, psicoterapeuta, invita gli adulti a non fermarsi alla diagnosi: «Dobbiamo dare un nome a quello che provano». Al centro dell’incontro alla Famiglia Bustocca il dialogo tra generazioni, l’ascolto e la capacità di stare accanto ai giovani anche nella fatica

La presidente della Famiglia Bustocca Mariella Toia e la psicoterapeuta Chiara Massazza

La presidente della Famiglia Bustocca Mariella Toia e la psicoterapeuta Chiara Massazza

Una fotografia del disagio giovanile, ma soprattutto un invito agli adulti a cambiare prospettiva: non limitarsi a osservare ciò che accade ai ragazzi, ma provare a comprendere ciò che stanno vivendo. È questo il filo conduttore dell’incontro ospitato ieri, 28 settembre, nella sede della Famiglia Bustocca, organizzato dalla stessa associazione, con Chiara Massazza, ex Regiù e il più giovane della Famiglia Bustocca, docente all’Università Cattolica di Milano e laureata in Psicologia della comunicazione.

Massazza ha portato la propria esperienza e alcuni numeri che aiutano a inquadrare un fenomeno sempre più presente nel quotidiano. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, un adolescente tra i 10 e i 18 anni su sette presenta un disturbo mentale diagnosticato e circa il 40 per cento dei disturbi emerge prima dei 14 anni. Ansia e depressione sono tra le problematiche più diffuse.

Ma proprio davanti ai numeri occorre fermarsi. Perché non ogni momento di tristezza è una depressione, non ogni crisi è una patologia e non ogni difficoltà adolescenziale deve trasformarsi immediatamente in una diagnosi.

La crisi fa parte della crescita

L’adolescenza è per sua natura un passaggio complesso, fatto di trasformazioni, conflitti, ricerca di identità e bisogno di autonomia. Una certa dose di crisi è fisiologica. La vera sfida, allora, è riuscire a distinguere una difficoltà momentanea da una situazione che richiede un intervento più strutturato. «Dobbiamo capire la difficoltà effettiva», è il senso del ragionamento proposto da Massazza, senza dimenticare che dietro i numeri ci sono persone, storie, famiglie e contesti.

La pandemia ha rappresentato un acceleratore. Ha prodotto isolamento, interrotto relazioni e abitudini, aumentato le difficoltà familiari e scolastiche, ma soprattutto ha fatto emergere fragilità che in molti casi erano già presenti e rimaste latenti. Il Covid, dunque, non può essere considerato l’unica causa: ha piuttosto reso più visibili alcune difficoltà. E accanto all’epidemia sanitaria è comparsa quella che è stata definita anche “infodemia”, la sovrabbondanza e rapidità delle informazioni che caratterizza il nostro tempo.

La vera emergenza? Non sentirsi ascoltati

C’è un dato che più di altri sposta l’attenzione dalla diagnosi alla relazione. Il progetto “Non sono emergenza”, richiamato durante l’incontro, evidenzia come il 54 per cento dei ragazzi dichiari di non sentirsi ascoltato dagli adulti. È qui che entra in gioco una parola semplice, ma tutt’altro che scontata: ascolto. Perché un ragazzo che soffre non sempre chiede direttamente aiuto. Può chiudersi, isolarsi, rifugiarsi nello smartphone, non voler più andare a scuola, modificare il proprio sonno o il rapporto con il cibo. Può manifestare il disagio attraverso comportamenti che gli adulti vedono, ma di cui non sempre comprendono l'origine.

Anche il ricorso agli studi psicologici privati è aumentato significativamente, così come sono emerse problematiche legate all’isolamento, all’autolesionismo e ai disturbi dell’alimentazione. Ma accanto ai numeri della difficoltà esistono anche i numeri della cura, dei percorsi che funzionano e delle storie che possono trasformarsi in nuove possibilità.

«Mettiamo una didascalia alle emozioni»

È forse questa l’immagine più efficace lasciata dall’incontro: mettere una didascalia alle emozioni. L’adulto non deve fare diagnosi. Non è questo il suo compito. Deve però saper riconoscere ciò che accade e provare a dare parole a quello stato d’animo. «Sei arrabbiato», «sei preoccupato», «forse ti senti escluso», «capisco che questa cosa ti abbia fatto stare male». Parole semplici, che possono diventare una sorta di didascalia posta accanto a un’emozione che il ragazzo non riesce ancora a decifrare. Una difficoltà che oggi sembra accentuata anche dalla progressiva perdita di un vero lessico emotivo. Le comunicazioni sono più rapide, immediate, frammentarie. Si scrive molto, si comunica continuamente, ma non necessariamente si parla di come si sta. E allora anche l’adulto dovrebbe imparare a raccontare qualcosa di sé. Di fronte a un ragazzo preso in giro dai compagni per il suo naso, per esempio, non basta dire «non farci caso». Si può raccontare una propria fragilità, una propria insicurezza, una sofferenza attraversata. Non per sostituirsi al ragazzo, ma per fargli capire che il dolore, la vergogna e la fatica fanno parte dell’esperienza umana.

Il telefonino non è sempre la causa

Anche quando si parla di social e smartphone, la domanda non dovrebbe essere semplicemente quanto tempo trascorre un ragazzo davanti allo schermo. La questione è più complessa: perché quel ragazzo si rifugia nel telefonino? Il problema non è necessariamente l’uso dei social, ma l’uso problematico della tecnologia, soprattutto quando manca una regola, un limite, un contenitore adulto. Lo smartphone può diventare causa di isolamento, ma può anche essere il luogo nel quale un ragazzo si rifugia perché si sente già solo. E allora occorre andare alla radice: da dove viene quella solitudine?

Anche la noia educa

Tra i messaggi più significativi dell’incontro c’è anche un invito a non riempire ogni spazio della vita dei ragazzi. La sofferenza, il dolore, il lutto e persino la noia devono poter entrare nell’esperienza di crescita. Non tutto deve essere immediatamente compensato da un’attività, uno stimolo, un corso, un appuntamento. La noia può diventare uno spazio nel quale imparare ad ascoltarsi. La fatica, allo stesso modo, non è necessariamente qualcosa da eliminare. Educare alla fatica significa anche insegnare che non tutto è immediato, che alcune conquiste richiedono tempo e che attraversare una difficoltà non significa necessariamente stare male.

Una rete intorno al ragazzo

La risposta al disagio, dunque, non può essere affidata esclusivamente allo psicoterapeuta. Un ragazzo ha bisogno di luoghi nei quali poter parlare, esprimersi e sentirsi accolto. Può essere una squadra sportiva, un’associazione, un gruppo di amici, un insegnante, una persona adulta di riferimento. Può essere la famiglia. Può essere la scuola.

L'obiettivo è costruire una rete, nella quale famiglia, scuola, associazioni e servizi sappiano dialogare e riconoscere i segnali di difficoltà. Anche il rendimento scolastico va guardato con occhi diversi. Un tempo chi non era portato per lo studio poteva semplicemente non essere bravo a scuola. Oggi, invece, sembra esserci una crescente aspettativa che tutti debbano raggiungere gli stessi risultati. E anche questa pressione può diventare una fonte di disagio.

Prima della diagnosi, la relazione

Alla fine, il messaggio di Chiara Massazza riporta tutto a una dimensione molto concreta: prima di chiedersi quale sia la diagnosi, occorre chiedersi che cosa sta vivendo quel ragazzo. Guardarlo. Ascoltarlo. Fargli spazio. Trovare le parole. Perché a volte, prima ancora di una risposta specialistica, può servire una persona capace di stare accanto a un adolescente e dirgli: «Provo a capire quello che senti. Raccontamelo». È questa la vera didascalia alle emozioni: non spiegare ai ragazzi che cosa devono provare, ma aiutarli a dare un nome a ciò che già sentono.

Laura Vignati

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