Il primo gruppo familiare, a Busto, partì su impulso di monsignor Claudio Livetti a fine anni Ottanta. Coppie chiamate a trovarsi per leggere la Parola, condividere riflessioni, pregare. Chiamate a conoscersi, tessere legami. Nel tempo, a stringere amicizie. I gruppi si moltiplicarono, arrivando a quota dieci. Riunioni quasi immancabilmente a domicilio («...non c’erano case grandi o piccole, belle o brutte, c’erano le nostre case...»), segno tangibile dell'importanza che il prevosto riconosceva ai laici, alla necessità di approfondire la Scrittura e, insieme, al misurarsi con la concretezza della vita. A due mesi esatti dalla scomparsa del sacerdote, i partecipanti ai gruppi rievocano il monsignore ("bonsignore" diceva più di un bambino) che entrava nelle abitazioni e apriva la porta di casa sua, che ascoltava e interveniva, che stava al fianco degli adulti e prendeva in braccio i piccoli. Di seguito, il ricordo integrale.
Monsignore, nonostante questo titolo un po’ altisonante con cui chiamavamo don Livetti, era una persona che amava entrare… Entrare nel senso di penetrare in un luogo, contaminarsi, osare. Entrare è superare una cortina al di là della quale non sempre si sa cosa si trova e cosa ci aspetta. Monsignore era uno che entrava in contatto con le persone, talvolta lasciando un po’ spiazzati, mai indifferenti. E non solo entrava, ma faceva anche entrare: «Si sta formando un nuovo gruppo familiare, dai, entrate!”
Così, in questo entrare, i gruppi familiari nascevano, prendevano forma, struttura e, a partire dal 1989, anno in cui cominciarono a costituirsi, diventarono dieci. Monsignore non li considerava sua proprietà privata: dopo averli avviati, cedeva il ruolo di assistente spirituale a qualche altro sacerdote, lui proseguiva e avviava altri gruppi.
Monsignore, nonostante il titolo un po’ altisonante con cui lo chiamavamo, era uno che amava entrare nelle case… Così è entrato nella casa di ciascuna delle nostre famiglie. Quando entri in una casa c’è qualcuno che ti attende, c’è il gesto di una mano che apre la porta, che si porge alla mano dell’altro. C’è il
passaggio tra un fuori e un dentro, tra un’estraneità ed un’intimità. E questo accadeva: entrando nelle nostre case si entrava in intimità con lui e tra di noi.
Il gruppo familiare, rigorosamente, non si incontrava nelle sale parrocchiali ma, a rotazione, nella casa di una delle coppie del gruppo: talvolta si inciampava in un giocattolo rimasto in giro, ci si sedeva sul peluche nascosto nella poltrona, si sentiva l’odore del minestrone. Non c’erano case grandi o piccole, belle o brutte, c’erano le nostre case e solo lì si tenevano gli incontri, le eccezioni sono state rare, magari dovute al numero dei figli…
Sulla strada che intraprendevamo insieme scoprivamo la grandezza del sacramento del matrimonio, le difficoltà che accomunavano tutti, le crisi che tutti passavano e questo aiutava a proseguire e a credere che dopo la notte sarebbe arrivata l’alba. La coppia che ospitava nella propria casa preparava un breve
momento di preghiera. Poi, a turno, si raccontava la propria esperienza, sulla scorta del tema scelto per l’anno. Alla fine, Monsignore interveniva e mai dicendo “Questo è giusto, quest’altro è sbagliato”, ma con un pensiero nitido e illuminante. Per ultimo, così da non condizionare gli altri, con umiltà.
Oltre ad approfondire la Parola si viveva l’ospitalità e qualche forma concreta di carità, come il “progetto Gemma”. E poi, una volta all’anno, la messa celebrata nelle case faceva vivere l’apice della chiesa domestica, un concetto presente nei documenti ufficiali ma che, senza momenti insieme, rischia di
rimanere un’idea astratta.
Solitamente in Quaresima c’era un momento di approfondimento spirituale per tutti i gruppi, aperto anche ad amici. Si trovava ospitalità all’istituto Maria Immacolata di Busto o al "Piccolo gregge" di Castellanza. Alla fine del percorso di ciascun anno vivevamo tutti insieme una giornata di amicizia. Ce ne sono state al Sacro Monte di Varese, al Monastero Mater Ecclesiae dell’isola San Giulio, al santuario della Madonna del bosco di Imbersago, al Monte Carmelo a Montevecchia, a Mesero, Trivolzio, Bernate Ticino, Arluno, Saronno…
Ma le case restavano il porto a cui approdare, Monsignore riteneva così importante e significativo entrarci che, per la preparazione al Sacramento del Battesimo, tre incontri si tenevano nell’abitazione del battezzando e nei percorsi di preparazione dei fidanzati al matrimonio, qualche serata si teneva nelle case delle coppie guida, che poi erano perlopiù quelle dei gruppi familiari, così si entrava in intimità. Le nostre case si aprivano ai giovani. Alcuni non li avremmo più visti, altri, dopo anni, incontrandoci ci hanno detto: “Io sono stato a casa tua, è stato bello!”
Anche monsignore aveva una casa e teneva a ospitarci, a farci entrare per qualche incontro del gruppo. Tirava fuori le stoviglie, offriva i suoi digestivi; anche da lui respiravamo un clima di famiglia.
Monsignore, nonostante questo titolo un po’altisonante con cui lo chiamavamo, era uno che amava entrare nelle case per mangiare. D’altra parte seguiva l’esempio del suo Maestro. Che non temeva di essere preso per un mangione o un beone. Sapeva che seduti attorno ad una tavola gli animi si aprono e la condivisione delle gioie e delle pene si fa più vera. Buongustaio quale era, aveva anche proposto di scriver un ricettario dei piatti dei gruppi familiari!
Gli incontri di condivisione, se non iniziavano con una cenetta leggera (per modo di dire) dovevano almeno concludersi con una fetta di dolce e un buon bicchiere di vino.
Monsignore era attento e affettuoso con i bambini. Sono tante le foto in cui tiene in braccio un neonato, lo vedevamo osservare i giochi dei più piccoli. Chiamava i bambini per la preghiera che concludeva l’incontro. Loro lo amavano, aspettavano il “bonsignore”, alcuni lo definivano il loro “papa”.
Monsignore, nonostante questo titolo un po’ altisonante con cui lo chiamavamo, era uno che non tralasciava di entrare nel dolore. Entrava nel dolore delle famiglie, lo ha sempre condiviso. Quando una malattia bussava alla porta proponeva momenti di preghiera di gruppo, pellegrinaggi per aprirci alla Grazia, condivideva fino alla commozione il dolore per un lutto. Ha partecipato con sofferenza ad alcune crisi di coppia, seguiva l’evolversi della situazione cercando personalmente di dare saggi consigli e suggerendo percorsi di aiuto. Certamente non ha mai fatto mancare la sua preghiera.
E adesso, don Claudio, solo ora che te ne sei andato ce ne rendiamo conto, ci accorgiamo con stupore che il cammino percorso con te è sempre stato in cordata, gli uni assicurati agli altri, verso la meta che è il Signore Gesù. La cordata invisibile ha continuato a sorreggerci anche dal tuo studio alla Provvidenza dove sapevamo che, nel bisogno, eri lì e sentiamo che il seme che hai gettato è entrato nel profondo e lì ancora pulsa.















