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Economia | 28 aprile 2026, 12:44

L’impatto del caro energia in provincia di Varese? «Una piccola impresa metalmeccanica paga il 30% di elettricità in più della media europea»

Indagine di Confartigianato Varese su uno dei temi chiave dell’economia, compresa quella del nostro territorio e che impatta sulla vita di tutti i cittadini: «Tradotto in cifre, su un’azienda da cento dipendenti vuol dire poco meno di trecentomila euro di costi in più ogni anno. Quei soldi non escono dal nulla: si scaricano sui posti di lavoro, sui prezzi al consumo, sul gettito dei comuni»

L’impatto del caro energia in provincia di Varese? «Una piccola impresa metalmeccanica paga il 30% di elettricità in più della media europea»

Riceviamo e pubblichiamo l'analisi dell'Ufficio Studi di Confartigianato Varese sull'impatto del caro energia non solo sulle imprese del nostro territorio ma su tutta l'economia:

Provate a immaginare un capannone qualsiasi della cintura di Busto Arsizio. Cento dipendenti, lavorazioni meccaniche di precisione, forni elettrici accesi cinque giorni su sette, una commessa che vale il quarantacinque per cento del fatturato e che parte ogni mese verso un cliente tedesco. È il profilo medio di centinaia di imprese del territorio. Quel capannone, nel 2025, ha pagato circa 285mila euro di elettricità in più di un capannone identico, con la stessa potenza installata e gli stessi consumi, situato nella regione di Lione.

Non è un'opinione, è un calcolo. I dati Eurostat sui prezzi industriali del primo semestre 2025 collocano l'Italia a 278 euro per megawattora contro i 183 della Francia, i 242 della Germania, i 171 della Spagna e una media europea di 216 euro. Per un'impresa che consuma tre gigawattora l'anno — un dato medio per la metalmeccanica di precisione varesina — il differenziale rispetto alla Francia fa proprio quella cifra: 285mila euro in un anno solare. È una somma che vale, da sola, lo stipendio annuo di sette o otto operai. È quello che l'azienda non investe in macchine nuove, non distribuisce come premio di produzione, non lascia in utili re-investibili.

Il blocco dello Stretto di Hormuz, in atto dalla fine di febbraio 2026 dopo l'escalation in Medio Oriente, ha riportato il tema in cima all'agenda nazionale. Ma per la provincia di Varese il caro energia non è una notizia di queste settimane: è una condizione strutturale che dura da quattro anni. Banca d'Italia, nello scenario avverso del Bollettino economico di aprile 2026, mette il 2026 a crescita zero e segnala il rischio di stagflazione l'anno successivo, individuando proprio la pressione energetica come canale principale di trasmissione dello shock all'economia italiana. L'Ufficio parlamentare di bilancio, certificando la manovra 2026, ha scritto che le risorse disponibili per attutire il colpo sono già impegnate per intero, riducendo lo spazio fiscale rispetto al 2022.

Il Paese è strutturalmente più esposto della media europea. I dati Eurostat documentano che l'Italia importa il 73,9% dell'energia che consuma, oltre cinquanta punti sopra l'Unione, e che la quota è cresciuta tra il 2022 e oggi. L'Agenzia internazionale per l'energia stima che nel 2025 produciamo 117,8 TWh di elettricità da gas, quasi il triplo della media UE — siamo il primo Paese europeo per questa fonte. Significa che ogni shock sui prezzi del gas, come quello in corso, finisce nelle bollette industriali italiane in modo molto più diretto che in quelle francesi o tedesche.

Sotto le medie nazionali, però, c'è un dato che il dibattito tende a non vedere. Le micro e piccole imprese italiane, quelle sotto i cinquanta addetti, generano oltre il trenta per cento del valore aggiunto manifatturiero del Paese, contro circa il dieci per cento della Germania. Significa che quando l'energia colpisce le piccole imprese in Italia, non colpisce un segmento marginale dell'economia: colpisce il telaio. Ed è il telaio della provincia di Varese, dove il tessuto produttivo è fatto, in larga prevalenza, di imprese sotto i venti dipendenti, integrate in filiere di rango più alto e specializzate in lavorazioni che richiedono forni, presse, compressori, celle frigorifere, essiccatori. Tutto ciò che consuma corrente in modo non comprimibile.

Le filiere varesine sotto pressione

Secondo i dati della Camera di Commercio, alla fine del 2025 il territorio registra 56.588 imprese attive, di cui oltre il 33% — quasi diciannovemila — sono imprese artigiane: una incidenza superiore alla media lombarda (28%) e a quella nazionale (24%). La provincia è la quinta in Italia per densità manifatturiera, con 5,7 imprese per chilometro quadrato, ben sopra la media nazionale di 1,4 [5]. Il tessuto produttivo varesino è fatto in larga prevalenza di piccole e micro imprese che fanno cose, e che usano molta energia per farle.

Le specializzazioni più radicate — metalmeccanica di precisione, gomma e plastica, tessile tecnico, lavorazioni conto terzi, cartotecnica — condividono una caratteristica: usano molta energia elettrica e gas in proporzione al fatturato. Il distretto della gomma e plastica del basso varesotto, con epicentro tra Castellanza, Olgiate Olona e Cassano Magnago, conta circa 500 imprese e 10.400 addetti: Varese è la prima provincia italiana per fabbricazione di materie plastiche [5]. Il distretto tessile della Valcuvia e della media valle dell'Olona, riconvertito negli ultimi anni nella nicchia dei tessuti tecnici per automotive, medicale e compositi, conta circa 850 imprese e oltre 13.000 lavoratori diretti, con altri 3.800 nella logistica e manutenzione specializzata [6]. La metalmeccanica concentrata tra Busto Arsizio, Gallarate e Saronno lavora in larga parte come subfornitura per l'automotive tedesco e per la meccanica strumentale italiana.

Tutte queste filiere hanno una caratteristica comune che le rende vulnerabili: i loro clienti hanno alternative europee a prezzi più bassi. Un buyer tedesco che confronta un fornitore varesino con uno ceco o portoghese vede, sull'energia, un differenziale che pesa sul prezzo finale. Non sempre vince il varesino. Il punto è che il differenziale di prezzo dell'energia non si recupera con l'efficienza. Le imprese varesine hanno fatto, nell'ultimo decennio, tutto quello che si poteva fare sui consumi: motori a inverter, illuminazione LED, recuperi termici, isolamento dei capannoni, monitoraggio in tempo reale. La parte residua è strutturale.

I NUMERI DELLA PROVINCIA

Imprese attive in provincia di Varese: 56.588

Imprese artigiane (33% del totale): 18.692

Densità manifatturiera (per kmq): 5,7 imprese (5ª in Italia)

Distretto gomma-plastica: circa 500 imprese, 10.400 addetti

Distretto tessile tecnico: circa 850 imprese, oltre 13.000 addetti

Differenziale prezzo elettrico Italia–Francia (PMI): +52% (Eurostat S1 2025)

Costo elettrico aggiuntivo per impresa media (3 GWh/anno): circa 285.000 €

Diciotto mesi nella vita di una piccola impresa

L'analisi macroeconomica dice una cosa. Quello che vede chi governa una piccola impresa, mese per mese, dice un'altra. Vale per la meccanica come per la lavanderia industriale, per il pastificio come per lo stampatore. Cambia l'intensità, non la sequenza.

Le notizie strutturali, nelle piccole imprese, arrivano per via informale prima che attraverso i numeri. Una telefonata di un commerciale, una frase a margine in fiera, una mail dal direttore di banca con un tono leggermente diverso. Il primo segnale è una telefonata: il commerciale del fornitore chiama per «rivedere insieme le condizioni», ed è un linguaggio che ogni imprenditore decifra al volo. Non c'è niente da rivedere insieme: c'è da prendere atto. In direzione opposta, il buyer del cliente più grosso pretende il rispetto del listino concordato a gennaio: «mi dispiace, ma noi questi aumenti non li passiamo a valle». Le bollette di maggio e giugno saliranno ma non così tanto da fare paura. Il rischio, in questa fase, è proprio sottovalutare. I conti veri non arrivano nei mesi della crisi, arrivano in autunno, quando i contratti annuali matureranno ai nuovi prezzi medi.

Tra giugno e settembre due cose si materializzano insieme. I fornitori meno esposti consolidano gli aumenti; quelli più esposti — chi lavora con vetro, ceramica, metalli, chi fa trasporto su gomma — chiedono adeguamenti del venti, venticinque, trenta per cento. Il magazzino tende a ingrossarsi. Chi può permetterselo compra adesso a sei mesi, scommettendo su prezzi peggiori in autunno. È un comportamento razionale per il singolo e costoso per tutti. Produce una falsa immagine di ripresa industriale che rimbalza sugli indici PMI di luglio e agosto. Quando le scorte si fermeranno di colpo, intorno a ottobre, la produzione sembrerà crollare: non sarà un crollo vero, sarà la fine dell'accumulo difensivo.

Tra ottobre e dicembre arriva il momento più rivelatore. La banca riceve la trimestrale e vede tre cose insieme: marginalità in calo, magazzino aumentato, debito commerciale verso fornitori più alto del solito. Singolarmente non allertano nessuno. Insieme cambiano il rating interno. Sul fronte clienti, quelli italiani accettano gli aumenti con resistenza, ma li accettano. Quelli tedeschi e francesi fanno paragoni con fornitori cechi, polacchi, turchi. La domanda non è più «mi può fare un prezzo migliore». La domanda è: «mi spieghi perché dovrei pagarla di più rispetto a un fornitore che mi offre la stessa qualità a venti centesimi meno». A quel punto l'imprenditore inizia a fare i conti con una cosa che fatica ad accettare: non sta perdendo competitività rispetto alla propria storia. Sta perdendo competitività rispetto a un concorrente francese che, sullo stesso ordine, paga la corrente la metà. Ed è una cosa che sull'energia ha una sua specificità: il quaranta per cento di costo elettrico in più non si recupera con la lean. Bisogna dirselo.

Tra gennaio e marzo si consuma la decisione più importante. Per ogni cliente, per ogni linea di prodotto, scegliere tra trasferire il rincaro o assorbirlo. Chi assorbe vede contrarsi i margini e perde capacità di investimento per due o tre esercizi. Chi trasferisce vede contrarsi i volumi. La scelta non è quasi mai pulita. Le imprese più solide la sezionano: assorbono dove la fedeltà del cliente è alta, trasferiscono dove c'è poca alternativa, accelerano la chiusura delle linee dove il margine era già esiguo prima della crisi.

I posti di lavoro: l'effetto silenzioso

La cassa integrazione, in queste settimane, non si vede. È quasi tutto sotto la soglia. Ma negli uffici del personale delle imprese più strutturate del territorio sta succedendo qualcosa di meno visibile e altrettanto rilevante: una rinegoziazione silenziosa dei premi di produzione, un blocco selettivo del turnover sui profili meno qualificati, una redistribuzione dei carichi che concentra le ore sulle commesse a margine positivo e svuota le linee a margine eroso.

Non è la cassa integrazione del 2009 o del 2020. È, più sottilmente, una rinegoziazione dei premi di produzione, un blocco selettivo del turnover, una redistribuzione dei carichi che concentra le ore sulle commesse marginalmente positive. Le imprese più consapevoli avvisano i collaboratori. Le altre scoprono, intorno a febbraio, che i collaboratori più competenti hanno già un colloquio in agenda. Il rischio più concreto non è la chiusura improvvisa di stabilimenti. È la lenta migrazione di commesse: una linea che chiude, una commessa che non viene rinnovata, un cliente tedesco che la volta dopo ordina dalla Repubblica Ceca. Il distretto tessile varesino, secondo i dati del Sistema Informativo Excelsior gestito da Unioncamere e Anpal, ha registrato un aumento del 18% delle posizioni vacanti nel 2024 — un quadro paradossale, in cui il distretto cerca lavoratori e non li trova mentre la disoccupazione giovanile nei profili tessili tradizionali resta sopra il 18%.

I comuni: meno gettito, più richiesta di servizi

C'è un effetto del caro energia di cui si parla poco e che riguarda direttamente i sindaci della provincia. Quando una piccola impresa industriale perde marginalità, il comune in cui ha sede perde gettito su due voci principali: l'IMU sul capannone produttivo, che resta legata alla rendita catastale ma può essere ridotta dalle delibere comunali per evitare la fuga delle imprese, e l'addizionale comunale IRPEF sui dipendenti, che si contrae quando l'azienda blocca le assunzioni o riduce il monte salari attraverso il taglio dei premi.

Sul fronte opposto, la pressione sui servizi comunali aumenta. I servizi sociali registrano un incremento delle richieste di sostegno per il pagamento delle bollette domestiche da parte di famiglie che nei dieci anni precedenti non si erano mai presentate ai loro sportelli. Le scuole vedono crescere le richieste di esenzione o riduzione delle rette per la mensa. Le aziende municipalizzate dei trasporti pubblici vedono aumentare il proprio costo di esercizio per il caro energia stesso e devono scegliere se trasferirlo sul prezzo del biglietto o richiedere ulteriori contributi al socio comunale. È una tenaglia che vale per i comuni della cintura industriale come per quelli più piccoli del fondovalle.

Le famiglie: come il caro energia entra nei carrelli

Una parte del rincaro energetico le imprese lo assorbono comprimendo i margini. Una parte cercano di trasferirla a valle. Quella parte trasferita finisce, attraverso una catena spesso invisibile, dentro i prezzi al consumo. Quando una panetteria industriale paga più gas, il pane costa qualche centesimo in più. Quando uno stabilimento alimentare paga più elettricità per la catena del freddo, il latte e i formaggi salgono. Quando un'impresa di lavanderia industriale paga più energia, sale il costo dei servizi alberghieri e ristorativi che da quella lavanderia dipendono.

Gli indici ISTAT sui prezzi al consumo nelle province lombarde mostrano che, nel triennio 2023-2025, l'inflazione legata ai beni di prima necessità — alimentari freschi, energia domestica, trasporti — è stata in provincia di Varese leggermente superiore alla media nazionale, riflettendo proprio la maggiore intensità manifatturiera e la conseguente esposizione del territorio alle dinamiche dei costi industriali [7]. La Banca d'Italia, nell'Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, documenta che i nuclei a reddito basso e medio-basso hanno visto contrarsi il potere d'acquisto reale negli ultimi tre anni più di quelli a reddito alto, perché spendono in proporzione di più per beni il cui prezzo è stato spinto dalla pressione energetica [8]. La provincia paga, due volte: una nelle bollette domestiche, l'altra al supermercato.

Tre orizzonti d'azione

Non ci sono risposte universali. Ma tre orizzonti tengono insieme tutti i casi.

1. Nelle prossime settimane: i dati prima di tutto.

La cosa più utile non è una scelta strategica. È ricostruire i propri dati. Sapere mese per mese, fascia per fascia, con quale fattore di potenza, a quale tariffa. È un cantiere amministrativo che costa poco e cambia tutte le decisioni successive. Senza, ogni proposta che arriverà dopo verrà valutata a sentimento.

2. Nei prossimi sei mesi: due decisioni rimandate.

La verifica seria della propria condizione fiscale energetica — codice ATECO, accise, status, IVA agevolata — e la scelta sull'investimento in autoproduzione fotovoltaica. La domanda non è se conviene. Conviene quasi sempre. La domanda è se l'impresa ha lo spazio finanziario per farlo adesso.

3. Nei prossimi diciotto mesi: la prevedibilità del costo.

È la decisione più strutturale. Per la piccola impresa che si presenta da sola al mercato, accedere a un contratto di lungo termine con un produttore rinnovabile è oggi quasi impossibile: il rating non basta, la dimensione non basta, la complessità contrattuale supera gli uffici. Per le imprese aggregate — in consorzi, comunità energetiche, gruppi d'acquisto territoriali — le condizioni cambiano. È un tema che non si risolve da soli, e che richiede, per la prima volta, di mettersi a un tavolo con imprese che fino a ieri erano concorrenti. Non è facile. Ma le alternative sono peggiori.

Cosa si sta facendo, cosa si può fare

Sul piano nazionale, il nodo politico più rilevante riguarda la struttura della bolletta italiana. Gli oneri di sistema — la quota della bolletta che finanzia incentivi alle rinnovabili, agevolazioni per le imprese energivore e altri costi parafiscali — pesano in Italia circa il trenta per cento del prezzo finale per una piccola impresa, contro il dieci per cento della Francia. Secondo i dati ARERA, nel 2023 il gettito complessivo degli oneri di sistema è stato di 8,2 miliardi di euro, di cui l'83% pagato dai clienti non domestici, con un sistema di prelievo per unità di consumo regressivo che penalizza le piccole imprese più degli energivori [9]. È il principale fattore di divario strutturale e si chiude solo riallocando quegli oneri sulla fiscalità generale o usando i proventi delle aste sulla CO₂.

Sul piano territoriale stanno emergendo strumenti collettivi che provano a tamponare. Su entrambi i fronti l'associazione è già operativa: con CEnPI, il consorzio nazionale di Confartigianato per l'acquisto aggregato di energia elettrica e gas, che lavora da anni alla negoziazione di condizioni di fornitura che una piccola impresa, da sola, non riuscirebbe a ottenere; e con Malpensa Insubria CER, associazione multicabina promossa dalla Camera di Commercio di Varese, che coordina sul territorio le configurazioni di comunità energetica già attive, mettendo a disposizione di imprese, enti e cittadini una struttura giuridica e amministrativa già funzionante. Sono strumenti a disposizione di chi non vuole più aspettare.

Sul piano comunale, qualcosa si muove ma in ordine sparso. Diversi comuni della provincia — Varese, Busto Arsizio, Castellanza, Castelseprio, Castiglione Olona, Vedano Olona, Venegono Inferiore, Mornago, Solbiate Olona, Brunello, Castronno, Sumirago tra gli altri — hanno aderito a Malpensa Insubria CER come soci sostenitori o membri di configurazione, partecipando attivamente alla condivisione di energia. Altri stanno valutando l'acquisto aggregato di energia per le strutture pubbliche, altri ancora restano in attesa. È uno dei terreni dove la differenza fra amministrazioni locali attive e amministrazioni passive farà, nei prossimi anni, una differenza concreta sui bilanci.

«La nostra esperienza dice una cosa molto semplice. Le piccole imprese che provano a gestire da sole il caro energia perdono. Le piccole imprese che si aggregano — in un consorzio di acquisto, in una comunità energetica, in qualunque forma di rappresentanza collettiva del proprio bisogno — riescono a tenere il punto. CEnPI e Malpensa Insubria CER non sono progetti per il futuro: sono strumenti già operativi, già usati da molte delle nostre imprese. Chi non li ha ancora guardati, oggi è il momento di farlo» dice Paolo Rolandi, Presidente di Confartigianato Imprese Varese.

Una crisi che riguarda tutti

La tentazione, parlando di caro energia, è di trattarlo come un problema delle imprese. È una semplificazione che non aiuta nessuno. Il differenziale che le piccole imprese del territorio pagano sull'energia non resta dentro i bilanci aziendali: si distribuisce, attraverso una catena di passaggi spesso poco visibile, sui posti di lavoro, sui prezzi al consumo, sui bilanci dei comuni, sulla qualità dei servizi pubblici. Riguarda gli imprenditori, ma riguarda anche le famiglie che vivono in provincia, gli amministratori locali che firmano i bilanci, i lavoratori che vedono crescere il carico e contrarsi i premi.

La provincia di Varese ha una storia industriale lunga e una capacità di adattamento che ha già attraversato crisi più profonde. Ma adattarsi, questa volta, richiede di mettere insieme attori che fino a ieri parlavano poco fra loro: le imprese e le associazioni di categoria, certo, ma anche i comuni, le scuole tecniche, le banche del territorio, i consumatori. Le crisi di sistema, alle piccole imprese, succedono come la marea. Non si vede il momento in cui inizia, e quando si vede l'acqua sul molo è già tardi. La differenza tra le imprese che attraversano e quelle che non attraversano non sta quasi mai nel patrimonio o nella tecnologia. Sta nella tempestività con cui chi le governa ha smesso di sperare che la marea si fermi e ha cominciato a chiedersi dove appoggia i piedi.

C.S.

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