Abel Ferrara si è fatto desiderare un po’, arrivando al Teatro Sociale Delia Cajelli non prima che il suo “Turn in the wound” iniziasse, come previsto, ma sul finire della proiezione. Nell’atrio della sala (serata introdotta dal direttore artistico della manifestazione, Giulio Sangiorgio, dal presidente, Gabriele Tosi, e dal sindaco di Busto, Emanuele Antonelli) cogliendo il movimento intorno a sè, Ferrara si è spostato nel vicino bar, chiedendo silenzio a quanti lo circondavano per strappargli una dichiarazione, una foto, una breve intervista. Questione di attenzione al (suo) cinema e al pubblico.

Al termine del documentario, giocato tra le parole e le esibizioni di Patti Smith da una parte, testimonianze e immagini dalla guerra in Ucraina dall’altra, storie di morte e sopravvivenza, il regista si è quasi mischiato al pubblico, un po’ riluttante a occupare il palcoscenico, più propenso a stare fra le persone.
Ha spiegato l’origine del suo progetto, nato dal lavoro sulla poetessa del rock e dall’urgenza di raccontare la guerra. Allo scoppio del conflitto in Ucraina «…mi sono detto: io sono anche un autore di documentari. Dovrei andare là». E' nata così l'opera che ha aperto il Baff, una porta inevitabilmente aperta su un presente difficile, violento, raccontato da un punto di vista privo di compromessi: «Quello che hanno fatto i russi in Ucraina è simile a quello che sta facendo il mio Paese, gli Stati Uniti, in Iran». A precisare: «Quanto sta succedendo non è espressione della volontà di un Paese ma di una piccola percentuale di persone deviate. L’unica domanda è: perché?».
Sottolineando un coinvolgimento al quale non si può sfuggire: «I quartieri che mostro in “Turn in the wound” potrebbero essere il quartiere di Roma in cui vivo. O quello di New York in cui sono cresciuto… Il mondo è in mano a folli».
Nel dialogo a tu per tu con il pubblico del Baff: «Avrei voluto farvi vedere un film più divertente. Il fatto che siate qui a vederlo esprime un desiderio di vita in un mondo monopolizzato dalla morte. E io non posso che esprimere il mio amore per la vita».


























