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Attualità | 30 novembre 2025, 09:08

Buon compleanno Woody Allen, l'ultimo romantico nevrotico di New York compie oggi 90 anni

Da più di sessant'anni Allen racconta con ironia e malinconia le miserie e i paradossi dell’esistenza umana, alternando risate e sconforto, jazz e filosofia, amori impossibili e senso di colpa

Buon compleanno Woody Allen, l'ultimo romantico nevrotico di New York compie oggi 90 anni

C'è un uomo che ha fatto della propria fragilità un'arte e delle proprie nevrosi un linguaggio universale. È Woody Allen il regista che ha trasformato la timidezza dello shlemiel ebreo newyorchese (ovvero di una persona maldestra, sfortunata, incapace di cavarsela, ma in modo tenero e ironico) in una filosofia di vita, in una lente deformante e lucidissima attraverso cui osservare il mondo. Da più di sessant'anni Allen racconta con ironia e malinconia le miserie e i paradossi dell’esistenza umana, alternando risate e sconforto, jazz e filosofia, amori impossibili e senso di colpa. E oggi mentre taglia il traguardo dei 90 anni (nacque il 30 novembre 1935 e fu registrato all'anagrafe il giorno successivo, 1 dicembre,e così si spiega la discrepanza di date che si registra nelle sue biografie), resta uno degli ultimi veri autori del cinema contemporaneo: un uomo che ha saputo coniugare Ingmar Bergman e Groucho Marx, Fedor Dostoevskij, Sigmund Freud e George Gershwin, con la leggerezza del funambolo che sa di camminare sul filo del dubbio.

Allen Stewart Konigsberg - il suo vero nome - è nato a Brooklyn, nel cuore di una New York che non ha mai smesso di amare e filmare. Quella città è la sua musa, la sua ossessione, il suo eterno palcoscenico. "Manhattan" (1979) non è solo un film, ma una dichiarazione d'amore in bianco e nero, un'ode a una città che vibra di malinconia e speranza, di jazz e di luci al neon. È il teatro di un microcosmo umano fatto di scrittori insicuri, donne indecifrabili e relazioni sentimentali complicate, come complicata è la vita per chi si interroga troppo su di essa.

Ma prima di arrivare a "Io e Annie", il film che nel 1978 gli regalò quattro Oscar (tra cui miglior regia e miglior sceneggiatura), Woody Allen aveva percorso la lunga strada del comico di cabaret e del battutista televisivo. Scriveva gag per altri, come un ghost writer dell'umorismo, fino a trovare la propria voce in una serie di pellicole che mescolavano satira e assurdo.

Dalla satira più spumeggiante alla riflessione sull'amore e sull'assurdo della vita, la carriera di Woody Allen è stato fin dagli inizi un viaggio irresistibile nel cinema e nella comicità. Si passa da "Prendi i soldi e scappa" (1969), esordio che già mostra la sua ironia tagliente, a "Il dittatore dello stato libero di Bananas" (1971), fino ai colpi di genio di "Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere" (1972) e "Il dormiglione" (1973), e poi alle commedie romantiche e satiriche come "Amore e guerra" (1975). Ogni film è un tassello di un mosaico unico, dove la malinconia convive con la risata e dove lo sguardo sull'umanità resta sempre acuto e indimenticabile. Erano film che facevano ridere e pensare, in cui la cultura alta veniva sporcata con la comicità più fisica, e la filosofia finiva in mezzo alle gag.

La svolta con 'Io e Annie'

Poi arrivò "Io e Annie", e tutto cambiò. Con quella commedia sentimentale intellettuale - che raccontava il fallimento di un amore e l’impossibilità di smettere di analizzarlo - Allen trovò la sua forma definitiva. Al centro c'era Diane Keaton, musa e compagna di vita, e un uomo che parlava troppo, amava troppo, pensava troppo. Da quel momento il comico diventò autore, e il regista nevrotico di New York divenne la voce di un'intera generazione di spettatori.

Negli anni successivi, Allen cominciò a scavare più a fondo nei propri fantasmi: con "Interiors" (1978) e "Settembre" (1987) guardò a Bergman e Anton echov, con "Stardust Memories" (1980) e "Zelig" (1983) rifletté sul mestiere dell'artista e sull'identità, con "La rosa purpurea del Cairo" (1985) mise in scena la sua devozione per il cinema, immaginando una spettatrice che fugge dalla realtà entrando nello schermo. Ogni film sembrava una variazione sul tema della solitudine e del desiderio, del rimpianto e della fuga. Eppure, nel suo pessimismo ostinato, Allen restava sempre un ottimista morale: "Bisogna credere in qualcosa. Io credo che tutto ciò che serve sia un buon pasto", faceva dire a un suo personaggio.

Con "Hannah e le sue sorelle", nel 1986, toccò uno dei vertici più alti: un affresco corale di passioni e malinconie familiari, dove la fragilità diventa compassione e la paura della morte si placa grazie alla musica di Louis Armstrong e alla comicità dei fratelli Marx. "Mi sono salvato guardando una loro scena", dice il suo alter ego. È il manifesto della sua fede più profonda: la risata come redenzione.

Negli anni Novanta e Duemila, mentre Hollywood si allontanava da lui e l'Europa continuava ad adorarlo, Allen non smise di cercare nuove strade. Girò film più cupi come "Crimini e misfatti", "Ombre e nebbia", "Mariti e mogli", ma anche commedie raffinate come "Pallottole su Broadway", "La dea dell'amore" e "Tutti dicono I love you". Con "Accordi e disaccordi" e "Criminali da strapazzo" tornò ai toni leggeri delle origini, prima di reinventarsi regista europeo con "Match Point", "Sogni e delitti", "Vicky Cristina Barcelona", "Midnight in Paris" e "To Rome with Love". Ognuno di questi film è una variazione del suo stesso tema: la casualità della vita, il desiderio che travolge, la morale che vacilla, l'arte come rifugio.

Autore e maschera tra arte e privato

Il genio di Allen è stato anche quello di trasformare se stesso in un personaggio. La sua figura - esile, nervosa, eternamente indecisa - è diventata un archetipo, una maschera riconoscibile quanto quella di Charlie Chaplin. In scena o fuori scena, Woody è sempre Woody: un uomo che parla di psicanalisi come altri parlano del meteo, che si interroga su Dio e sull'amore con la stessa ironia con cui si lamenta del traffico o del mal di schiena.

Negli ultimi decenni la sua vita è stata segnata da controversie e accuse che hanno diviso pubblico e critica. Il lungo conflitto con Mia Farrow, le accuse di molestie da parte della figlia Dylan - sempre da lui negate e mai provate in sede giudiziaria - hanno oscurato per molti la percezione dell'artista, soprattutto in un'epoca sensibile come quella del movimento #MeToo. Allen ha continuato a difendersi, sostenendo di essere stato vittima di una campagna mediatica e ribadendo che le indagini dell'epoca lo avevano scagionato. La verità, come spesso accade nel suo cinema, resta un territorio ambiguo, dove la colpa e l'innocenza convivono nello stesso sguardo.

Eppure, al di là delle ombre, la sua filmografia - più di cinquanta titoli in quasi sessant'anni - è un monumento alla libertà creativa. Un corpus che attraversa i generi e le epoche, rimanendo sempre fedele a un’unica ossessione: raccontare la fragilità dell'uomo moderno. Anche nei film più recenti, da "Café Society" a "Un giorno di pioggia a New York", da "Rifkin's Festival" fino al più recente "Coup de chance", girato in francese, Allen non ha smesso di interrogarsi sul destino e sull'amore, sul caso e sulla morale. È come se ogni film fosse un nuovo tentativo di dare un senso al caos, un piccolo esperimento morale travestito da commedia.

Nel 2020 ha pubblicato la sua autobiografia, "A proposito di niente" (La nave di Teseo), un titolo che sembra la perfetta sintesi della sua filosofia esistenziale: ironica, disincantata, ma piena d'amore per la vita. E anche se lui stesso ama ripetere che "non credo nell'aldilà, ma porterò con me un cambio di biancheria, non si sa mai", la sua opera ha già conquistato un posto nell'eternità del cinema. A novant'anni Woody Allen resta un paradosso vivente: un pessimista che fa ridere, un intellettuale che crede nel potere della risata, un artigiano del cinema che rifugge i grandi apparati industriali, un uomo che filma ancora come se dovesse convincere se stesso che la vita - con tutte le sue nevrosi, le sue ingiustizie e i suoi amori complicati - vale comunque la pena di essere vissuta. Forse è questa la sua più grande lezione: che si può guardare al mondo con disincanto senza smettere di cercare la meraviglia. E se domani qualcuno gli chiederà come si sente a novant'anni, è facile immaginare la risposta, detta con un sorriso ironico e uno sguardo sfuggente: "Abbastanza bene, considerando che l'alternativa era peggiore". (di Paolo Martini)

(Pam/Adnkronos)

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