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Sociale | 20 marzo 2024, 07:32

VIDEO. «La malattia e la forza di riprogrammare la vita». Andrea Lanfri porta una Busto commossa sull'Everest

Il primo pluri-amputato al mondo che ha raggiunto la vetta, al Fratello Sole con Mai Paura ha raccontato come sia riuscito a vincere la meningite fulminante: «La prima sfida è stata la quotidianità. Poi il ritorno in montagna è stato l’obiettivo più sudato, più difficile che correre»

VIDEO. «La malattia e la forza di riprogrammare la vita». Andrea Lanfri porta una Busto commossa sull'Everest

«Una selva oscura, il dolore straziante, il terrore di morire, i sogni mentre ero in coma. Dopo un calvario di cinque mesi in ospedale mi avevano detto che non avrei più corso, che difficilmente avrei raggiunto ancora una vetta, che di certo non avrei più arrampicato. Ma ricordo una grande forza, la stessa forza che mi ha spinto fin da subito a riprogrammare la mia vita. La malattia mi ha tolto le gambe e sette dita delle mani. Quel dolore per me ha un nome: meningite fulminante».

Parole che sono andate dritte al cuore quelle di ieri sera, al Fratello Sole, dinanzi a una sala strapiena di gente. Parole che insegnano tanto: non solo ai ragazzi di “Mai paura” schierati nelle prime file della sala, ma giovani, adulti e a chi ha voglia di combattere. Perché Andrea Lanfri, colpito il 21 gennaio 2015 da quello che lui ha definito “Il batterio”, ha insegnato tanto ieri sera, alla festa del papà. Una serata di quelle per le quali si fa fatica a uscire, ma quando si ritorna, si rientra in casa più ricchi, più carichi, più motivati, più combattivi.

E Andrea Lanfri è stato questo ieri sera con i ragazzi di “Mai paura”: un giovane che ha stretto i denti contro una malattia che stava prendendo il sopravvento su di lui, ma che è riuscita a minarlo solo fisicamente, non psicologicamente e quando la testa è più forte di qualsiasi altra parte del corpo, ecco che si decreta il vincitore: il vincitore della vita, quello che sarà maestro per tutte le età, che poi spenderà la vita a raccontare nelle scuole la sua odissea, quello che continuerà a scalare le montagne, anzi l’Everest, quello che passerà da quota zero a tre mila metri per tornare a quota zero.

Ha voluto parlare anche di questo, Andrea Lanfri, del progetto “From0to0”, nato durante il Covid. «Tutte le strutture bloccate, ho iniziato a correre nel giardino, cosa strana, nei boschi dietro casa – ha raccontato - Da lì ho capito che potevo correre anche in montagna. Unendo le mie passioni, cioè la corsa e la montagna, poi bici-corsa-trekking, ho dato vita a questo progetto. Parto dal mare arrivo in montagna e ritorno: un esercizio mentale importante. Ho iniziato con le Alpi apuane, poi l’Etna, il Gran Sasso e il Monte Rosa: da Genova al rifugio Margherita: da zero a 4500 metri sul livello del mare».

Da lì, dunque, è nato il pensiero che lo ha fatto decollare, gli ha fatto provare il miglio a 5mila metri (sotto i dieci minuti). E ieri sera con l’accompagnamento di immagini e video ha intrattenuto la folta platea. C’era Emanuela Bossi a moderare la serata. La coordinatrice di “Mai paura” ha fatto capire quanto Andrea Lanfri rendesse semplici tutte le sue imprese. «Andrea fa sembrare tutto molto facile – ha sottolineato – Parlando con lui emerge la consapevolezza che tutto sarebbe potuto andare peggio. Eppure lui non vorrebbe tornare indietro. Quella situazione gli ha dato spinte positive, anche se ha tolto qualcosa di fisico».
E così lo ha incalzato con le giuste domande che gli hanno fatto raccontare la sua avventura, in particolare quel periodo della vita dal 2015 al 2021: sei anni intensissimi. «Il mio obiettivo era tornare a fare sport – ha chiarito - Ho deciso di sfidare la vetta, di ripartire. Questa nuova vita mi ha portato a rimettermi in gioco in tanti settori, ho dovuto reimpostare tutto. La prima sfida è stata la quotidianità. Poi il ritorno in montagna è stato l’obiettivo più sudato, più difficile che correre. Quando ero in ospedale pensavo cosa avrei fatto quando sarei tornato, pensavo a quello che avrei potuto fare, non a quello che non sarei più riuscito a fare. Una sfida continua». Così nel 2022, ecco il record, il guinness il miglio in alta quota a 5mila metri. Poi ecco la scalata dell’Everest, quegli 8mila 848 metri che lo hanno laureato il “Primo pluri-amputato al mondo a scalare l’Everest”.

Così con i suoi “piedi di carbonio e titanio”, come li ha definiti lui stesso, è iniziata la sfida ma non con la montagna, con se stesso. Sono poi sfilate parole chiave, come è solito fare Emanuela Bossi negli incontri con sportivi: lei pronuncia una parola, il campione risponde e poi la parola passa ai ragazzi di Mai paura. Ne è nato un bel testa a testa dove i ragazzi hanno saputo ben rispondere assecondando o aggiungendo ancora più verve alle frasi di Andrea Lanfri.

Il primo termine, paura, Per lui la paura deve essere portata a nostro favore, è quella che fa ragionare e fa stare sul pezzo. La seconda, condivisione: «In quella stanzetta dell’ospedale non sono mai stato solo. Condividevo con i miei amici il nostro futuro, le nostre passioni». Terza, la determinazione: la testardaggine. Poi quella tanto attesa, la resilienza: «Usando questa parola mi viene subito in mente la data del 21 gennaio 2015, il mio secondo compleanno: resilienza per me è stato riadattare il mio corpo alle nuove esigenze, azzerare la mente e imparare tutto da capo, fare le stesse cose o quasi con strumenti diversi». Poi non meno importante, il dolore: «Esiste e ci sarà sempre. Sta a noi ascoltarlo o meno, fargli dettare legge o no. Certo, le protesi facevano male, ma poi ha pensato che il dolore non mi interessava, che non doveva vincere lui. Ho stretto i denti». Accettazione: «Non mi sono mai preoccupato di quello che pensa la gente. C’è da vergognarsi di altro. Ho accettato la mia situazione vedendola come amica non nemica». Limiti: non esistono. Gratitudine: «Dovrei dire grazie a tante persone. La gratitudine nasce dalla generosità: ci sono state tante persone che hanno contribuito a una raccolta fondi per le mie protesi da corsa, che costavano 15 mila euro. Ne ho raccolti più di 30mila: a quel punto avevo gli strumenti per ripartire. Anche gli ospedali mi hanno aiutato: beh, devo dire che ho girato tutti i reparti, tranne ginecologia», scherza.  

A conclusione della serata l’alpinista e pittore di “Mai paura” Riccardo Savio ha donato un quadro che rappresenta l’Everest con le impronte che simboleggiano i normodotati e in cima la protesi. Perché la diversità deve vincere su tutto. 

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Laura Vignati

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