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Gallarate | 22 settembre 2023, 18:00

Casa di comunità, progetto per farne una sentinella contro le demenze

Se ne è parlato a Cassano Magnago, in un affollato incontro sulla prevenzione dell’Alzheimer organizzato da Asst e Comune. «Dobbiamo puntare – ha fatto presente Isidoro La Spina, direttore della Neurologia di Busto e Gallarate – alla presa in carico globale, non solo sanitaria, e alla prevenzione. Anche sul territorio»

Il pubblico ascolta il direttore socio sanitario Marino Dell'Acqua

Il pubblico ascolta il direttore socio sanitario Marino Dell'Acqua

Casa di Comunità e contrasto all'Alzheimer: il binomio è emerso, ieri pomeriggio, all’incontro dedicato alla prevenzione della malattia, nella ex chiesa di San Giulio, a Cassano Magnago. L’appuntamento era organizzato da Asst (ha aperto e presentato i lavori  Claudio Iametti, direttore di Distretto) con il patrocinio del Comune (ha salutato i presenti il sindaco, Pietro Ottaviani). La proposta ha colto nel segno: il pubblico ha mostrato un interesse superiore alle previsioni, l’affluenza ha costretto molti a seguire gli interventi in piedi, stante l’impossibilità di guadagnare un posto a sedere.

Ebbene, il direttore socio sanitario di Asst Valle Olona, Marino Dell’Acqua, ha accennato al progetto che potrebbe portare la Casa di Comunità (a Cassano, in via Buttafava), per così dire, in prima linea nel contrasto alla malattia di Alzheimer e alle demenze in genere. Come? Con la possibile attivazione di un ambulatorio (di ambito psicologico e neurologico) che intercetti precocemente sintomi sospetti in potenziali pazienti e indirizzi questi ultimi, se necessario, al Cdcd  – Centro per i disturbi cognitivi. «Le case di comunità – ha osservato, a margine, Dell’Acqua – vengono spesso dipinte come scatole vuote. In realtà, si stanno riempiendo e presentano notevoli potenzialità. Lo stesso successo di questo incontro, a ben vedere, lo dimostra».

Il ruolo di queste strutture è stato ripreso da Isidoro La Spina (foto sotto), direttore della Struttura complessa di Neurologia di Busto e Gallarate: «Le case di comunità ci possono aiutare a offrire ciò che abbiamo, a favorire informazione e accesso ai servizi. Innovazione tecnologica e rapporto con il territorio devono portarci ad abbassare i costi, cioè a utilizzare al meglio ciò che abbiamo, anche cambiando la struttura organizzativa. Il fine deve essere la presa in carico globale, non solo sanitaria. Dobbiamo lavorare su prevenzione, riconoscimento, accesso, cura, controllo. Anche con la casa di comunità».

Nel caso specifico, non si parte da zero. «Due anni fa – ha esemplificato La Spina – abbiamo avviato, con le farmacie, uno screening su volontari non malati. Al 12 per cento di loro sono stati consigliati approfondimenti». Una conferma del ruolo prezioso che può giocare il rapporto con il territorio, dalla prevenzione in poi. Anche con il ricorso alla telemedicina, all’approccio multidisciplinare e al coinvolgimento di familiari e caregiver.  «Occorre essere pratici. Con i pazienti e con le persone che vivono con loro».

Pubblico attento e partecipe, a dimostrazione di un problema sentito a tutti i livelli, dal globale al locale. «L’Alzheimer – ha confermato Chiara Guarnerio, referente per il Cdcd di Busto e Gallarate – è la causa più comune di demenza. Si può agire su circa il 40 per cento di fattori per allungare il tempo in cui si è sani e autonomi e si stima che fino a un terzo dei casi si possa evitare». Attenzione, dunque, a ipertensione, diabete, obesità, ipoacusia. Il ruolo dell’alimentazione è stato sottolineato da Giovanna Ruffato (responsabile S.S. Farmacia ospedaliera e di integrazione territoriale): «È importante, insieme al movimento, ai contatti regolari con gli altri, al mantenimento degli interessi». Sì alla dieta mediterranea, no, come prevedibile, ad alcol e fumo.

«Ogni tre secondi, nel mondo, una persona sviluppa demenza» ha ammonito Lorenzo Bellintani, dirigente medico e geriatra. Messaggio, a inizio incontro, lanciato da Andrea Calcaterra, responsabile Ssd – Psicologia clinica, in particolare ai familiari di pazienti Alzheimer che giungono alla fase in cui non si riconosce più: «C’è una memoria emotiva che rimane più a lungo di quanto pensiamo. Che fa sentire al paziente: non so più chi sei ma so che ti voglio bene».

Stefano Tosi

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