Sento Giusepèn dialogare con la figlia Maria: "i cadreghi i schinchignàn" (le sedie cigolano) e mi balza subito in mente, il babbo che a ogni piè sospinto, quando mi vedeva giocare ai cow boy sopra a una sedia, girata con lo schienale "abbracciato" da un discolo che gli aveva attaccato una corda, da impugnare quasi fosse una briglia e, sotto il sedile, da ambo i lati, una specie di "poggiapiedi" quasi fossero staffe, mi citava, dicendomi: "inscì, i cadreghi schinchignàn" (così facendo, le sedie, cigolano) e la mamma subito a giustificare il bimbo con un metodico "làa giugò" (deve giocare). E arrivava subito un sorriso, da entrambi!
All'epoca, la fantasia, la faceva da padrona, anche nei giochi. La sedia tramutata da cavallo. Le bardature, intorno ad essa, per giustificare le redini, poi le staffe; quindi un cuscino che doveva prendere il posto della sella. Bello è che cavallo e cavaliere, correvano sfrenati nella prateria. Davanti a noi, il fuoco del camino, le fiamme a crepitare dolcemente, con quel leggero frastuono della legna che brucia. Gli indiani a inseguire. La cavalleria degli yanchy a proteggere la diligenza. Intanto, ecco il cavallo nitrire. Udire il suo respiro affannoso che si espande dalle forti narici.
E (ovvio) il cavaliere a modulare il trotto, poi il galoppo sino a giungere alla corsa sfrenata, con i piedi dentro le staffe (di corda) e il dondolio della sedia ….(il cavallo) che scivolava sul pavimento di casa. L'eco di mamma che giustificava con papà, …."làa giugò" col il perentorio, "al go'ndossu u argenti vivu" (deve giocare - (ha addosso l'argento vivo) che significava …. intemperanza, mista ad adrenalina che gironzolava nel corpo e la prateria farsi enorme, per udire il battito degli zoccoli del cavallo, battere il terreno, senza lasciare scampo al … .nemico che fuggiva.
Di tutto, per mamma, nel gioco in casa, era quasi lecito. Unico divieto: "giuga ai caiboy, ma naguta d'oltar" - tradotto nel pratico, "gioca ai cow boy, senza armi addosso" e, nella fattispecie, quel "naguta" voleva proprio dire "il gioco va bene, ma deve avere precisi limiti". Infatti, non c'era guerra e nemmeno violenza, per il "nemico che scappava", il cavaliere che inseguiva col destriero, gli indiani (che poi sono i pellerossa) a inseguire (chi? …. noi, no - il "nemico, davanti a noi? - boh? per poi ascoltare le "giacche blu" a correre nelle retrovie a protezione della diligenza,
La fanciullezza finiva lì, dietro una sedia "confiscata" alla famiglia, ai "soprusi" inferti al cavallo, a nemici pavidi e senza onore, agli indiani (calunniati) per non chiamarli pellerossa.
E, Giusepèn, cambia registro al dialogo …."t'è 'n pincieau d'uga" (prendi un acino d'uva), l'e bona, l'è mericona, …. ul Luraschi al fò'l figascieu" (è buona, è uva americana, il Panificio Luraschi fa il figascieu) - per dirla tutta, "ul figascieu" non è un dolce e nemmeno un'alchimia gastronomica. "ul figascieu" è una pasta di pane con sopra gli acini d'uva-americana, cucinati in apposita maniera, con sopra un velo di zucchero che fa apparire "ul figascieu" un buon pane, ma pure un ottimo dolce. Nutritivo quanto basta, ma dal sapore genuino, antico-moderno, come la gente di Busto (scusatemi voi "fuesti" forestieri), ma la gente di Busto, che possiede, il cuore arcigno, lo sguardo truce, la volontà d'acciaio, mente sempre "sul pezzo" non per vanagloria, ma per trovare sempre, una soluzione migliore.
A Busto, la gente di Busto Arsizio, s'è mai fermata ai preamboli. Quelli servono, per approcciarsi alla soluzione del problema, ma …. la gente di Busto, la "soluzione" ce l'ha nel cuore!
Tutto ciò (ricordatelo) lo troverete alla presentazione di "ul Giusepèn" (dizionario narrativo del dialetto bustocco da strada) edito da LIBRANDO (libri in movimento), alle ore 16.00 presso la Biblioteca Capitolare della Basilica San Giovanni, in via Don Minzoni 2 a Busto Arsizio. L'ingresso in Sala è libero. Il sorriso, è sempre cordiale! La vostra visita, molto gradita!














