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Storie | 04 giugno 2026, 08:25

Da Sumirago al reparto grandi ustionati di Niguarda a 14 anni: «Ai ragazzi di Crans Montana dico di non avere paura, si è trasformati ma ce la si fa»

E' una storia di speranza e di vita quella che ci racconta Valeria Giacomini, che da ragazzina ha vissuto un'esperienza difficilissima: quattro mesi di ricovero di cui uno e mezzo in terapia intensiva. «Ero senza pelle, medici e infermieri sono stati fantastici mi hanno fatto sentire in famiglia». Poi il ritorno alla vita, il liceo artistico e l'Accademia di Brera e oggi, da artista, un messaggio "vero" ai giovani sopravvissuti a Capodanno: «Non posso dire che non sia difficile, perché è difficile, ma poi le paure si sbriciolano. Non bisogna fermarsi mai».

La signora Valeria mentre dipinge

La signora Valeria mentre dipinge

Ci sono esperienze che inevitabilmente segnano il corpo e l’anima in modo indelebile, riscrivendo i tratti di una persona. Ma a volte, questa stessa trasformazione diventa il punto di partenza per una nuova vita piena, ricca di esperienze arricchenti e consapevolezza. 

È la storia di Valeria Giacomini, una donna di Sumirago che, a quattordici anni, si è trovata a combattere la battaglia più difficile della sua vita nel reparto grandi ustionati dell’ospedale Niguarda di Milano. Quattro mesi di ricovero, di cui un mese e mezzo trascorsi in terapia intensiva. Un tempo in cui il mondo si restringe al ritmo asettico dei monitor e al volto dei medici e degli infermieri, unici contatti con l’esterno. 

«È un ambiente asettico, perché avendo tutte le parti scoperte è molto facile prendere infezioni che portano problematiche alla respirazione», racconta, ricordando con precisione le difficoltà di quel periodo. «Anche io ho avuto la polmonite, ero tutta scoperta, senza pelle. Ma poi è andato tutto bene, le ferite hanno cominciato a migliorare e sono riuscita a rimettermi in piedi».

Il ricordo del reparto, paradossalmente, non è solo dolore. È anche memoria di una profonda umanità. «Medici e infermieri sono stati tutti molto accoglienti. Ci sono dei medici con cui ho continuato ad avere un rapporto anche dopo». Una vicinanza che, per i pazienti, diventa fondamentale: «Quando si crea sintonia, c’è un bel reparto, si crea un bell’ambiente. Le persone che vivi tutti i giorni ti fanno sentire come in famiglia».

Oggi, il pensiero di Valeria va ai ragazzi coinvolti nel recente incendio di Crans-Montana. Sa bene cosa significhi il "dopo": il ritorno alla quotidianità, lo scontro con lo sguardo degli estranei, la titubanza di chi porta le tracce fisiche di un trauma. «Dopo un incidente del genere sei un’altra persona, fisicamente sei un’altra persona, ma ovviamente tutto si riflette anche dentro».

La paura di incontrare l’altro, il timore del giudizio o delle domande fuori luogo, è stata un’ombra costante. Eppure, la determinazione ha avuto la meglio. Il liceo artistico, poi l’Accademia di Brera: la vita ha ripreso a scorrere, tra pennelli e libri. «Le mie paure si sono sbriciolate - confida. Non bisogna fermarsi mai».

Inevitabile, per chi ha vissuto un’ustione grave, incontrare la curiosità superficiale di chi si limita a chiedere «cosa ti è successo». Ma lei sa distinguere tra la curiosità indiscreta e la vera empatia. Ricorda con tenerezza un compagno di scuola che, dopo due anni di studi insieme, non ha chiesto del fatto in sé, ma ha scelto di indagare il vissuto interiore: «Mi ha chiesto come mi ero sentita, cosa avevo dovuto superare, come fosse stato a livello profondo».

Nonostante la forza dimostrata, Valeria non nega la complessità del percorso. La timidezza riaffiora ancora oggi, di fronte a persone nuove, ed è necessario tempo per ritrovare l’energia. «Non posso dire che non sia difficile, perché è difficile», ammette con estrema sincerità. Il suo messaggio, però, è rivolto a tutti coloro che stanno affrontando una prova simile, in particolar modo ai ragazzi dell’incendio dell’ultimo dell’anno, cui manda un invito a non lasciarsi imprigionare dal timore del futuro. «Non dovete avere paura anzitempo, non preoccupatevi perché poi la realtà spesso è diversa da come ce la figuriamo. Si è diversi, si è trasformati, ma ce la si fa». 

E tra la memoria dei momenti vissuti in ospedale – dove perfino una cena in cucina diventava una forma di cura – e la sua carriera artistica, la testimonianza di Valeria è un inno alla resilienza, che ci insegna come, anche dopo il fuoco, la vita possa rifiorire.

Ilaria Allegra Vanoli

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