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io_viaggio_leggero | 18 aprile 2026, 07:00

Bogotà, una città che arde sotto la superficie

In questa rubrica troverete interviste a viaggiatori e racconti di viaggio vissuti in prima persona. Luoghi da scoprire, avventure emozionanti e storie di vita. Se hai un’esperienza da raccontare… scrivi a: ioviaggioleggero@gmail.com

Bogotá brucia anche quando non c’è un fuoco acceso. Nei contrasti, nelle tensioni che attraversano le sue strade, nei segni di una storia che non si è cancellata ma solo adattata. Consuma ossigeno nell’aria sottile dell’altitudine, che rende tutto più nitido, più diretto. A 2.600 metri il respiro si accorcia, ma lo sguardo si apre.

 

Dopo un ventennio segnato da violenze, attentanti e omicidi in piazza legati al narcotraffico, negli ultimi anni la Colombia si è finalmente trasformata in un paese da esplorare senza riserve. Nel centro storico della Candelaria, Bogotà si dispone senza cercare ordine. Le facciate coloniali, con i loro colori pieni e le geometrie precise, convivono con i muri dipinti che raccontano altro: volti, simboli politici, figure sacre, richiami ancestrali. La street art qui non è decorazione. È orgoglio! Occupa spazio, prende posizione, sovrappone significati. Ogni immagine aggiunge un frammento a una narrazione che non si chiude. Si passa da un dettaglio elegante a un graffio su una parete, da una balcone fiorito a una strada che trattiene ancora dolore. Le cose non si ricompongono. Restano lì, affiancate.

 

Nella piazza centrale, la Plaza de Bolívar, tutto si apre. Le persone attraversano lo spazio, si fermano appena, poi riprendono a muoversi. E’ un luogo vasto, rumoroso, quasi dispersivo. Poi, a poche centinaia di metri, arriva il silenzio all’interno del Museo dell’Oro. Qui si trova una delle collezioni di metalli preziosi più importante al mondo. Le luci si abbassano, i suoni si attenuano, le distanze diventano controllate. Gli oggetti esposti — piccoli e grandi, precisi — raccontano un’altra relazione con il pianeta. Sono opere realizzate dalle popolazioni Musica, una delle civiltà precolombiane più creative, legate alla più nota tradizione dei Chibcha. L’oro non è ricchezza da mostrare, ma linguaggio. Serve a rappresentare il sacro e a dare forma a ciò che esisteva. Un tempo, glorioso, interrotto dall’arrivo dei “Conquistadores”. Fuori, tra le strade del centro, una bandiera gialla, blu e rossa compare appesa, accanto a maglie della nazionale di calcio e oggetti improvvisati. Non è esposta per cerimonia: sta dentro la quotidianità. Durante un free tour, una guida si ferma e la spiega a suo modo. Il giallo, dice, è l’oro, la ricchezza del paese. Il blu è il Mar dei Caraibi che bagna la costa. Il rosso è il sangue, quello che è stato versato per questa Terra. Lo dice senza enfasi, come fosse una cosa vissuta. In quel momento i colori smettono di essere simbolo e diventano sintesi. Poi il cibo. Zuppe calde e dense, riso, avocado, pollo. Piatti essenziali, senza costruzioni. Sapori pieni, diretti, che sostengono più che sorprendere. E per strada, nei bicchieri di plastica, la Chicha: una bevanda fermentata, leggermente alcolica, con un sapore pieno, quasi ruvido. Si beve in piedi, tra persone di tutte le età, senza rituali.

 

Dall’alto, la prospettiva cambia. Il Monserrate è la montagna che domina Bogotá, un picco che si innalza sopra la città e che si raggiunge salendo lungo un percorso ripido o con una funicolare. In cima, un santuario e una vista che apre completamente lo sguardo. Da lassù, la metropoli si distende. Le linee si semplificano, il rumore si allontana. Tutto sembra trovare una forma! Nel centro storico invece, il Museo Ferdinando Botero introduce un’altra chiave di lettura. Le figure sono dilatate, sproporzionate, solo apparentemente paradossali: corpi pieni, volumi espansi e quasi gassosi. È qui che il linguaggio dell’artista diventa una lente. Anche la Colombia sembra funzionare così: una terra abbondante, in cui ogni elemento — la storia, la violenza, la bellezza, la quotidianità — viene amplificato, portato oltre misura. Non è eccesso, è l’assurdo che si manifesta. E anche Bogotà si comporta così.

 

La sera arriva senza preavviso. Le strade si svuotano solo in parte, la luce si concentra in alcuni punti isolati, lasciando il resto nell’ombra. I colori si attenuano, le forme restano. L’ultimo giorno prendiamo un taxi per andare all’aeroporto.La radio è accesa. Poi la musica si interrompe. Una voce entra, veloce, ancora incerta. Parole sparse: hotel, Bogotá, músico. Il tassista alza il volume, sta cercando di capire anche lui. «Foo Fighters», dice. «El baterista… murió.» La notizia prende forma mentre la stiamo ascoltando, in quell’abitacolo, tra sconosciuti. E’ il 25 marzo del 2022 quando Taylor Hawkins è stato trovato senza vita in un hotel di Bogotà. Quella sera la band avrebbe dovuto partecipare ad un evento. Restiamo in silenzio. Arriviamo al terminal. Le porte si aprono, il rumore entra: voci, annunci, valigie che scorrono. Tutto riprende, così velocemente. Quando accade qualcosa anche di esterno mentre sei ancora lì, dentro quella città, cambia il modo in cui la porterai via con te. O legherai un ricordo ad essa, a me è successo!

 

Bogotá resta sempre accesa, nelle sue contraddizioni, nella sua memoria irrisolta. Un calore costante, trattenuto solo in parte, che non esplode ma consuma. Quando riparti realizzi che anche tu, per un attimo, ci sei stato dentro.

Marco Di Masci

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