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Busto Arsizio | 01 aprile 2026, 13:15

FOTO. Invasione di conigli al Parco Alto Milanese, «mangiano tutto ciò che spunta da terra»

Buche diffuse e paesaggi quasi “lunari” al Parco Alto Milanese, sempre più segnato dalla presenza dei conigli. Gli agricoltori denunciano danni ingenti, mentre il confronto con una crescente sensibilità animalista rende complessa l’individuazione di soluzioni condivise. A lanciare l’allarme è Andrea Airoldi, agricoltore e profondo conoscitore del territorio, che descrive uno scenario preoccupante: «I campi restano incolti e la vegetazione originaria sta progressivamente scomparendo»

Il Parco Alto Milanese si trova ad affrontare una sfida complessa. Non si tratta di una minaccia invisibile, ma di una presenza costante e “affamata”: quella dei conigli. Una popolazione in crescita esponenziale che sta mettendo a dura prova non solo il lavoro degli agricoltori locali, ma la stessa sopravvivenza del patrimonio boschivo che caratterizza l’area protetta tra Busto, Legnano e Castellanza.

A lanciare l’allarme è Andrea Airoldi, agricoltore e profondo conoscitore delle dinamiche del territorio, che descrive uno scenario preoccupante. «Il problema è che la situazione è sfuggita di mano. Vedo campi che un tempo erano rigogliosi e che oggi presentano buche ovunque. Non si tratta solo di danni economici immediati per le aziende agricole, ma di un problema di sistema che colpisce l’intera biodiversità del parco».

Il nodo più critico sul piano ambientale riguarda però il rinnovamento vegetale. In un bosco sano, il ciclo della vita prevede che, laddove un albero cade, ne nasca uno nuovo. Oggi, questo meccanismo è bloccato: «Il problema è che i conigli mangiano tutto ciò che spunta da terra - spiega Airoldi - Ogni germoglio, ogni piccola pianta che prova a crescere viene immediatamente divorata. Questo impedisce ai boschi di rigenerarsi naturalmente».

Questa "pulizia" forzata lascia spazio a un fenomeno ancora più subdolo: l’insediamento di specie aliene. Airoldi punta il dito contro una pianta, l’ailanto, un’infestante che sta prendendo il posto delle specie arboree autoctone. «Quello che vediamo ora è un ambiente alterato. L’ailanto, invasivo, non dovrebbe stare qui: sta colonizzando ogni spazio lasciato vuoto dagli alberi che non riescono più a ricrescere. È una sorta di invasione silenziosa che approfitta del disastro causato dai conigli».

Secondo l’analisi di Airoldi, la radice del problema risiede nell’assenza di un piano di controllo efficace. «Abbiamo parlato con gli enti, ma la burocrazia rallenta tutto. Servirebbero misure che permettano di gestire questa sovrabbondanza nel rispetto della legalità. Non si può pretendere che il singolo agricoltore risolva una questione che è di rilevanza pubblica. È una lotta impari, dove chi coltiva la terra finisce per pagare il conto di una gestione del parco che, purtroppo, non riesce più a stare al passo con le criticità del territorio. E i risarcimenti ipotizzati per gli agricoltori non rendono comunque conveniente la coltivazione. A quel punto meglio abbandonare i campi».

Per Airoldi, è necessario un cambio di rotta drastico: «Non dico di eliminare la fauna, ma di ristabilire un equilibrio. Se continuiamo di questo passo, tra qualche anno non avremo più boschi, ma solo distese di erbacce e terreno martoriato. Serve un coordinamento tra Regione e Parco prima che il danno diventi definitivo».

Il tema, tuttavia, non si esaurisce sul piano squisitamente agronomico, ma tocca corde emotive e civiche assai delicate. 

Nel Parco Alto Milanese, il tema della gestione della fauna selvatica evidenzia un confronto sempre più acceso tra le esigenze degli agricoltori e una crescente sensibilità animalista, spesso critica verso gli interventi di contenimento. Dalle testimonianze raccolte emerge un quadro complesso: da un lato i proprietari dei terreni, alle prese con danni ricorrenti, dall’altro una parte dell’opinione pubblica che non sempre coglie appieno le criticità legate alla gestione dell’ecosistema.

Questa distanza di percezione rende ogni intervento particolarmente delicato. La presenza diffusa della fauna viene talvolta interpretata come un elemento positivo, mentre le implicazioni legate al sovraffollamento risultano meno evidenti a chi non vive direttamente il territorio. In questo contesto, anche le istituzioni si trovano a operare in un equilibrio non semplice, tra esigenze di tutela ambientale, istanze produttive e attenzione al consenso.

Resta quindi aperta la questione di una gestione condivisa ed efficace, capace di tenere insieme le diverse sensibilità e di affrontare in modo strutturato le criticità emerse, alla luce delle trasformazioni in atto nel parco.

Giovanni Ferrario

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