L’Italia? Una meta evanescente. Busto? Un miraggio che evapora di giorno in giorno, insieme alle prospettive del ritorno al lavoro e alla normalità. Colpa della guerra, scoppiata all’improvviso in Medio Oriente. Un conflitto che semina bombe, miete vittime, sconvolge gli equilibri internazionali. E provoca ripercussioni, piccole e grandi, su lungo raggio. Le hanno sperimentate, loro malgrado, Sonia Mara e Stefano Lani, moglie e marito, parrucchiera con negozio non lontano dal centro di Busto lei, piastrellista neopensionato lui. Hanno viaggiato per 15 giorni in Sri Lanka. E ne hanno impiegati altrettanti per tornare a casa. Sonia ha appena ricominciato ad accogliere le clienti al New Fashion di via Gallazzi, Stefano sta pianificando un’altra trasferta, questa volta a scopo umanitario, in Malawi. «Per fortuna lo Sri Lanka è alle spalle» sospirano entrambi.
Non che il Paese a sud est dell’India si sia rivelato una delusione («luoghi belli, popolazione accogliente») ma l’1 marzo per Sonia e Stefano inizia un incubo. «In quella data è programmato il nostro volo: scalo a Dubai e, da lì, ritorno in Italia. Ovviamente l’attacco all’Iran del 28 febbraio sconvolge tutto. Ci presentiamo comunque in aeroporto ma non riusciamo nemmeno a entrare, la compagnia comunica la sospensione dei voli. Prima con possibilità di una riprogrammazione fra il 3 e il 15 marzo, poi con uno slittamento. E il suggerimento di vagliare altre possibilità».
Iniziano giorni di mosse e contromosse, studi su scali e rotte, contatti con l’Italia: «L’unico vero aiuto lo riceviamo da nostro figlio che, da Busto, a sua volta va a caccia per giorni di voli e coincidenze». Inizia il pendolarismo tra la località di alloggio e la capitale, Colombo. «Che è la classica città orientale caotica e brulicante. Per non ammattire preferiamo fare avanti e indietro dal luogo del soggiorno più recente. Anche perché il nostro è stato un viaggio zaino in spalla, in guest house, quindi la soluzione è abbastanza economica. Questo comporta, però, spostamenti quotidiani di ore, in treno e bus. Speriamo in informazioni risolutive dall’ambasciata italiana, dove siamo ricevuti da un funzionario». Invece… «Invece, insieme ad altri connazionali, otteniamo parole di comprensione, concluse da un sostanziale “non possiamo farci nulla”. Il sito della Farnesina? Altrettanto utile».
Passano i giorni che, giustamente, vedono rientrare molti italiani dalle zone più vicine al conflitto. «Noi brancoliamo nel buio. Gran parte delle giornate se ne va comunicando con l’Italia, tra rinvii dell’apertura del negozio e consultazioni mediche, in particolare su farmaci in esaurimento e su prodotti più o meno equivalenti reperibili in loco. Naturalmente cerchiamo voli. Scopriamo non solo che le possibilità scarseggiano ma anche che i costi sono esorbitanti. Un po’ perché restano disponibili solo pochi posti di prima classe. Un po’, probabilmente, per speculazione. Parliamo di biglietti a oltre 4.000 euro».
I giorni passano: vanno a vuoto diversi tentativi, anche con la compagnia di bandiera dello Sri Lanka. Perché a un certo punto l’imperativo diventa muoversi a ogni costo, salire su un qualunque aereo che avvicini, anche di poco, l’Europa e l’Italia. «In realtà contempliamo anche la possibilità di giri lunghissimi. Scartiamo, dopo averli seriamente presi in considerazione, tragitti che passano da Chengdu, Bangkok, Hong Kong, Pechino, 24 ore di stop in un singolo scalo non ci sembrano più una lunga attesa. Tutto pur di tornare. Alla fine mettiamo a punto l’itinerario: Sri Lanka, Oman, Arabia Saudita, Turchia, Italia. C’è un problema supplementare perché in Arabia occorre cambiare aeroporto, con ciò che ne consegue quanto a visti. Prendiamo le informazioni del caso, partiamo». Odissea conclusa? «Neanche per sogno. In Oman scopriamo che il volo successivo è ritardato di 12 ore. Saltano tutte le coincidenze. Non ce la facciamo più. Stremati, sbrogliamo la matassa, di nuovo, con nostro figlio. Troviamo due biglietti, insperati, su un volo per Roma. E lì riusciamo a salire su un Frecciarossa, destinazione Milano, occupando due dei tre posti rimasti su tutto il treno. E' il 14 marzo, abbiamo speso una cifra per spostamenti aerei fuori programma ma l'odissea è finita. Si può riaprire il negozio, tornare alla normalità. Freschi come rose, in fondo siamo reduci da una vacanza. O no?».
Il bilancio dice: due settimane di viaggio in Sri Lanka, due settimane per tornare. Considerazioni finali? «Tante. Troppe, non riassumibili. Intanto un pensiero d’obbligo per chi dalla guerra viene travolto. La nave militare iraniana che è stata colpita da un sottomarino nei primi giorni di conflitto, se ne è parlato parecchio, è stata alla fonda non lontano da uno dei luoghi in cui abbiamo soggiornato, una mezz’ora di treno circa. Ci sono state decine di morti. E poi viene da pensare a quanto facile sia trovarsi nell’incertezza, con tanti punti di riferimento che vengono a mancare. Basta la scatoletta esaurita di un medicinale per metterci in difficoltà. O fare i conti con i limiti di spesa della carta di credito: non sono mai stati un problema ma se ti trovi in un Paese dove non pensavi di andare e in cui una bottiglia d’acqua costa quasi cinque euro... Infine, un augurio agli italiani, a partire da quelli che abbiamo conosciuto tra una peripezia e l'altra, che si sono trovati dispersi o quasi, come noi: che siano tutti a casa, a fare la loro vita».














