Quando la temperatura corporea sale durante un’infezione o uno stato infiammatorio, la reazione istintiva è spesso di allarme: la febbre viene vista come qualcosa da combattere subito. Al tempo stesso, non manca chi la considera una risposta “utile” da lasciare agire indisturbata. Entrambe le posizioni colgono solo una parte della realtà. La febbre non è un errore del corpo né una difesa priva di conseguenze: è una risposta biologica regolata, con potenziali benefici ma anche costi concreti. Capire perché la temperatura aumenta aiuta a gestirla in modo più razionale, senza automatismi.
Cos’è davvero la febbre (e cosa non lo è)
La febbre non è semplicemente “avere la temperatura alta”. È il risultato di un innalzamento del set-point ipotalamico, cioè del valore di riferimento che il cervello utilizza per mantenere l’equilibrio termico. In condizioni normali, il corpo regola la temperatura intorno ai 36–37 °C. Durante la febbre, questo valore viene intenzionalmente spostato verso l’alto.
È fondamentale distinguere la febbre dall’ipertermia. Nell’ipertermia il set-point resta invariato, ma il corpo non riesce a disperdere il calore, come accade nei colpi di calore. Qui il sistema immunitario non sta “chiedendo” un aumento della temperatura: il problema è fisico, non regolatorio. Questa distinzione spiega perché i farmaci antipiretici funzionano sulla febbre, ma non sono sempre efficaci nell’ipertermia.
I brividi che compaiono all’inizio della febbre sono un segnale chiave: indicano che il corpo si percepisce come “troppo freddo” rispetto al nuovo set-point e attiva meccanismi per produrre calore. Non sono un paradosso, ma una conseguenza logica del reset del termostato interno.
Il centro di controllo: ipotalamo e segnali immunitari
L’aumento della temperatura non nasce dal caso né da un generico “stress” dell’organismo. È il risultato di un dialogo preciso tra sistema immunitario e cervello. Il centro di controllo è l’ipotalamo, in particolare l’area preottica, che integra segnali provenienti dal resto del corpo.
Durante un’infezione o un’infiammazione, le cellule immunitarie rilasciano citochine pirogene come interleuchina-1β, interleuchina-6 e TNF-α. Queste molecole non scaldano direttamente il corpo, ma attivano, a livello delle cellule endoteliali cerebrali, l’enzima COX-2, che porta alla produzione di prostaglandina E2 (PGE2). È la PGE2 ad agire sull’ipotalamo, aumentando il set-point.
Da qui nasce una reazione a catena coerente: vasocostrizione, brividi, riduzione della dispersione di calore. Il corpo non “impazzisce”, ma si comporta come se la temperatura attuale fosse inadeguata rispetto al nuovo obiettivo.
Perché una temperatura più alta può aiutare a combattere le infezioni
L’idea che la febbre possa avere una funzione adattativa non è una credenza popolare, ma un’ipotesi supportata da dati sperimentali ed evolutivi. Una temperatura moderatamente più alta può ridurre l’efficienza replicativa di alcuni patogeni, che funzionano meglio a temperature più basse o più stabili. Questo non vale per tutti i microrganismi, ma per molti rappresenta uno svantaggio reale.
In parallelo, alcune funzioni dell’immunità innata risultano potenziate: aumentano la mobilità dei leucociti, la fagocitosi e l’attività di certe molecole antimicrobiche. Dal punto di vista evolutivo, la febbre è una risposta conservata in numerose specie, segno che nel complesso ha offerto un vantaggio selettivo.
Qui è utile fermarsi un attimo e mettere in discussione un’assunzione diffusa: se la febbre fosse sempre utile, il corpo la manterrebbe indefinitamente. Il fatto che sia autolimitante suggerisce che i benefici esistono, ma solo entro un intervallo preciso.
Il prezzo della febbre: costi energetici e rischi
Ogni aumento della temperatura corporea ha un costo. La febbre comporta un incremento del metabolismo basale, con maggiore consumo di energia e di ossigeno. In una persona giovane e sana questo può essere sostenibile; in un soggetto fragile, malnutrito o anziano può diventare problematico.
Aumenta anche la perdita di liquidi, sia attraverso la sudorazione sia per l’accelerazione della respirazione, con un rischio concreto di disidratazione. Inoltre, temperature molto elevate, soprattutto sopra i 40–41 °C, possono interferire con il funzionamento di proteine ed enzimi, diventando direttamente dannose.
Questo è un classico esempio di trade-off biologico: una risposta potenzialmente vantaggiosa che però richiede risorse e, se eccessiva, può fare più danni che benefici. Pensare alla febbre come a qualcosa di “naturalmente buono” ignora questa complessità.
Come e quando abbassare la febbre: trattamento sintomatico, non causale
Abbassare la febbre non significa curare l’infezione che l’ha provocata. Questo punto è spesso frainteso. Le medicine per la febbre come paracetamolo e ibuprofene, ci spiegano i gestori della farmacia online farmamia.net, agiscono riducendo la produzione di PGE2 lungo il pathway COX, riportando il set-point verso valori normali. Il patogeno, però, resta.
Intervenire è indicato quando la febbre è elevata, quando provoca disagio significativo o in presenza di categorie a rischio: bambini piccoli, anziani, persone con malattie croniche. In questi casi, ridurre la temperatura migliora il comfort e può prevenire complicanze legate allo stress metabolico.
Accanto ai farmaci, contano le misure semplici: idratazione adeguata, ambiente confortevole, abbigliamento leggero. È importante evitare raffreddamenti aggressivi durante la fase dei brividi: il corpo sta ancora cercando di raggiungere il nuovo set-point, e contrastarlo può aumentare il disagio senza reali benefici.
Febbre: difesa utile o sintomo da controllare?
Non esiste una risposta valida per tutti. In un adulto sano, una febbre moderata e di breve durata può essere tollerata senza problemi e non richiedere interventi immediati. In un soggetto fragile, la stessa temperatura può rappresentare uno stress eccessivo.
Una febbre persistente, molto elevata o che non risponde alle misure abituali richiede invece attenzione clinica, perché può segnalare una causa sottostante più seria. In ogni scenario, è cruciale distinguere tra il controllo del sintomo e il trattamento della causa: abbassare la febbre non equivale a risolvere il problema che l’ha innescata.
Cosa ci insegna la febbre sul funzionamento del sistema immunitario
La febbre è una finestra privilegiata sul modo in cui funziona il sistema immunitario: non come un insieme di reazioni locali, ma come una rete integrata che comunica con il sistema nervoso centrale. I segnali periferici diventano risposte comportamentali e fisiologiche globali, parte di quello che viene chiamato “sickness behavior”: stanchezza, riduzione dell’appetito, bisogno di riposo.
Attribuire alla febbre un valore morale — “buona” o “cattiva” — è fuorviante. È uno strumento regolato, usato dal corpo in certe condizioni e modulato in base al contesto.
La temperatura corporea aumenta perché il sistema immunitario dialoga attivamente con il cervello, modificando il set-point termico. La febbre non è né un nemico da eliminare automaticamente né un’alleata da subire passivamente. È una risposta con benefici e costi, che va compresa e gestita in base al contesto, non per riflesso.
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