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Sport | 07 luglio 2024, 13:40

VIDEO. ASPETTANDO PARIGI: il racconto di Daniele “Lele” Crosta, unico medagliato di Busto alle Olimpiadi

Il fiorettista ha ottenuto il bronzo a squadre a Sydney 2000. Nell'intervista, la tensione, la conquista e la gioia 24 anni dopo. Anche la scelta, all’indomani dell’esperienza, di appendere l’arma al chiodo ed entrare nel mondo del lavoro. Ripensamenti? «Nessuno». La Pro Patria Scherma? «È casa»

Daniele Crosta. Nell'ovale, il fiorettista sul podio di Sydney (per cortesia del maestro Giancarlo Toran). Nella foto piccola, lo psicologo, oggi, nello studio di Busto Arsizio

Daniele Crosta. Nell'ovale, il fiorettista sul podio di Sydney (per cortesia del maestro Giancarlo Toran). Nella foto piccola, lo psicologo, oggi, nello studio di Busto Arsizio

Aspettando Parigi, il sapore dei sogni, delle Olimpiadi che attireranno tutti gli sguardi e il tifo dal 26 luglio , ci carichiamo guardando indietro. A ciò che ha vissuto il territorio attraverso i Giochi in passato: conquiste o delusioni, con una certezza, ovvero sua maestà l'emozione. Cominciamo da chi una medaglia se l'è portata a casa. Così. 

Sidney 2000. Volendo “pescare dal mazzo” gli atleti simbolo alle prime olimpiadi del secondo millennio, escono le carte di due quattrocentisti. Cathy Freeman, portabandiera dell’Australia, è la prima atleta aborigena a vincere l’oro. Michael Johnson, postura in corsa inconfondibile, chiude una carriera costellata di vittorie e infortuni conquistando la medaglia più ambita.

È l’edizione dei giochi in cui il nuoto azzurro richiama l'attenzione del mondo (spiccano Massimiliano Rosolino e Domenico Fioravanti), l’Italia tifa per campioni come Josefa Idem, Antonio Rossi, Paola Pezzo, Alessandra Sensini, Valentina Vezzali, Diana Bianchedi, Giovanna Trillini, Fiona May… E a Busto Arsizio arriva l’unica medaglia olimpica della sua storia, un bronzo. «L’unica, sì. Per ora» sorride Lele Crosta, classe 1970, specialità fioretto, una carriera sportiva alla Pro Patria Scherma.

Da dove partiamo? Dagli inizi?

Sì. Mia sorella tirava di scherma e a otto o nove anni ho provato anch’io. Le cose mi sono venute bene da subito. Mi piaceva il fatto di riuscire in quello che facevo e mi piaceva l’ambiente. Lo spirito agonistico non mi mancava. È un requisito fondamentale in uno sport di confronto e opposizione, in cui non c’è pareggio, ci si colpisce, il contatto si sente e bisogna proteggere un bersaglio. Ho tirato fino ai 30 anni, chiudendo proprio alle Olimpiadi. In mezzo ho conquistato mondiali ed europei under 17, mondiali militari a squadre, un bronzo individuale alle Universiadi, un oro a squadre agli europei…

La convocazione per le Olimpiadi, quindi, era scontata…

Mica tanto. Un po’ per i numeri contingentati stabiliti per ogni nazione, in base a regole che allora erano particolarmente stringenti, e un po’ per la concorrenza interna. In lizza c’erano atleti giovani e molto forti. Ai Mondiali non avevo brillato ma in Coppa del Mondo ero andato bene. Nel complesso, venivo da un buon 1999, così sono entrato.

L’abitudine alle competizioni internazionali c’era, dunque. Ma le Olimpiadi sono le Olimpiadi, com’è stato l’impatto?

Sinceramente faccio fatica a definirlo. Un atleta che arriva da un cosiddetto sport minore non è abituato a quella dimensione, a quell’attenzione. Lo schermitore è conosciuto nel suo mondo, difficilmente altrove. Ma se sei uno schermitore italiano, alle Olimpiadi si aspettano tutti moltissimo. Spettatori, tifosi, giornalisti… Insomma, la pressione c’è. E si può fallire. Io, fra l'altro, nell’individuale sono andato male.

Nella gara a squadre, invece… 

Bè, se nell’individuale si sente molto la pressione, nella gara a squadre… si sente molto la pressione (secondo sorriso, Ndr). La formula prevedeva una sorta di staffetta a tre, con una riserva. Ricordo distintamente la vittoria con l’Ucraina. Tirammo bene anche con la Cina. Che però era davvero in stato di grazia e ci sconfisse. Quindi…

Quindi?

Quindi abbiamo affrontato la Polonia, per il podio. Se ti giochi l’oro e perdi, torni comunque a casa con una medaglia. Se ti batti per il bronzo e perdi, torni a casa a mani vuote. Il quarto posto è il peggiore (l'oro andò alla Francia, rimasero fuori dal podio Germania, Cuba e Federazione russa, Ndr). Di nuovo tensione. Anche perché l’Italia non vinceva una medaglia olimpica a squadre da un pezzo e noi eravamo matricole (la "rosa" era composta anche da Gabriele Magni, Salvatore Sanzo e Matteo Zennaro, Ndr). Ma, come si sa, andò bene.

Che cosa successe dopo?

Ricordo, nell’immediato, la gioia. La festa. Tutto molto intenso e molto breve. Poi mi sono sentito svuotato. Probabilmente per la stanchezza mentale più che fisica. Solo che non ti puoi fermare. Io volevo andare a dormire ma tutti ci volevano parlare, bisognava sostenere le interviste a Casa Italia… Credo di essere andato a letto all’alba.

E nella “tua” Busto?

Intanto (terzo sorriso, Ndr) l’ho rivista presto! Altri componenti della nazionale, quelli del gruppo che, fra l’altro, festeggiava l’oro di Diana Bianchedi, approfittarono dell’occasione per andare alle Fiji. Invece di unirmi a loro, rientrai in Italia. E nel giardino di casa, dopo un viaggio durato 22 ore, trovai forse 150 persone, incluso il sindaco! Una grande accoglienza da parte della città e della Pro Patria Scherma. Bello, mi fece molto piacere. Poi sono anche diventato cittadino benemerito.

Hai mai avuto la tentazione di dire: mi festeggiate perché ho ottenuto una medaglia, ma di solito vi ricordate solo dei calciatori?

No, a me è piaciuta la scherma e non ho mai sofferto il fatto di dedicarmi a uno sport minore. Al netto di alcuni eccessi che riguardano il calcio e poche altre discipline, bisogna anche essere oggettivi: disponibilità e vicinanza di luoghi attrezzati per potersi allenare, costi, numero di praticanti… Gli sport non sono tutti uguali, certi fattori contano e influiscono per forza sulla popolarità.

Dove si custodisce una medaglia olimpica?

La mia è in banca. Non ho una “stanza dei trofei”. Giusto a casa dei miei genitori c’è quella che fu la mia cameretta con coppe, medaglie e simili…

Quell’avventura, la spedizione a Sydney, è oggetto di discussioni e ricordi in famiglia? Per esempio con i figli...

Sì ma mi hanno anche detto che avrei potuto raccontare di più. La femmina fa atletica, il maschio scherma. Quando posso lo accompagno alle gare. Facendo attenzione a non risultare invadente, l’ultima cosa che voglio è essere "uno da non deludere”. Comunque sono rimasto legato alla mia società. Ho fatto parte a lungo del Consiglio direttivo e, in generale, la Pro Patria Scherma è casa, il maestro Toran un genitore aggiunto, sua moglie è madrina di mia figlia…

Che cosa dire a papà e mamme che avvicinano un figlio, o una figlia, a uno sport?

Per prima cosa, secondo me i più giovani devono sperimentare un po’. Lo dico proprio sulla scorta di quanto visto nella scherma che, se osservata, esercita una certa fascinazione. Ma, se provata, piace tantissimo ai ragazzi, quasi in modo inaspettato. Il fatto che i figli si cimentino in diversi ambiti dovrebbe servire per orientarsi, per capire le loro inclinazioni e i loro gusti. Diciamo che un bambino ama il basket ma non ha il fisico giusto per emergere. È un problema? Secondo me no, mica è indispensabile arrivare in serie A. Il problema sorge se uno fa qualcosa perché costretto. Quando il campione scende in campo ha mille motivazioni ma ha anche una certezza basilare: sta facendo qualcosa che gli piace. Poi c’è l’impegno. Ecco, anche quello è indispensabile.

Per l’ultima curiosità è necessario fare un passo indietro. Era proprio così imperativo tornare subito a Busto? Un giro sulle spiagge delle Fiji sarebbe stato un buon modo per chiudere l’esperienza olimpica…

Forse (quarto sorriso, Ndr). È che mi ero laureato in psicologia e avevo deciso che la mia carriera sportiva sarebbe terminata. Avrei certamente potuto andare avanti, magari sarei anche riuscito a costruire una chance per i giochi successivi, Atene 2004. Ma proseguire avrebbe significato continuare ad allenarmi da professionista, otto ore al giorno, mentre io volevo entrare nel mondo del lavoro e non in ambito sportivo. A trent’anni pensavo di non dovere rinviare ulteriormente. Pochi giorni dopo il ritorno da Sydney ho iniziato, nel settore che mi interessava. Non ho avuto ripensamenti.

Stefano Tosi

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