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Salute | 25 giugno 2023, 15:10

L'OPINIONE. La patronale e quell'ospedale che non c'è: una distanza che Busto sente crescere

I tre luoghi che "richiamavano" i bustocchi il 24 giugno erano basilica, municipio e ospedale. Una coincidenza che però fa riflettere mentre cresce la preoccupazione per una realtà che prima che di edifici futuri e grandi lavori è fatta da e per le persone

Alcuni scorsi dell'ospedale di Busto, tra reparti rimasti e altri cambiati

Alcuni scorsi dell'ospedale di Busto, tra reparti rimasti e altri cambiati

C’è un’assenza che fa meditare nella patronale di Busto Arsizio, e non è - solo - la civica benemerenza. Sarebbe forse più corretto chiamarla distanza e in questo periodo suona simbolica. La patronale è il momento in cui dire grazie per ciò che è stato fatto, che ha permesso alla città di essere ciò che è e la spinge a costruire il proprio avvenire.

Erano tre in realtà i luoghi istituzionali dove Busto “ripassava” ciò che era: la basilica e il municipio, sì, ma anche l’ospedale. Si annunciava, ad esempio, l’apertura della quadreria che era un capitolo storico fondamentale di Busto: quella carrellata di volti, storie, volontà e cuori sensibili all'allora nuovo ospedale.

Tutto passa e “nuovo” oggi nei discorsi è riferito all’edificio che dovrebbe essere realizzato per Busto Arsizio e Gallarate. L’annuncio non è risuonato quest’anno, ma i quadri possono essere sempre visti, anche grazie alla tecnologia: si può fare a questo LINK. 

Solo un caso, ma fa anche riflettere sul periodo attuale.

Riguardare quei benefattori rischia di provocare stati d’animo contrastanti. Un po’ come sfogliare l’intenso volume pubblicato per i novant’anni dell’attuale ospedale bustese 18 anni fa. Note storiche e documenti, pazientemente tessuti dal professor Giorgio Giorgi, a lungo direttore sanitario. Molti bustocchi l’hanno probabilmente in casa e già la copertina nel riportare il simbolo - di quella che oggi è l’Asst Valle Olona ma allora si chiamava Azienda ospedaliera di Circolo di Busto Arsizio, Saronno e Tradate - ricorda il forte legame tra vita civica e religiosa in città: la Madonna dell’Aiuto è raffigurata come la protettrice. Sì, sfogliare quelle pagine oggi rischia di far venire la cosiddetta picondria, stato febbrile dell’anima che magone o malinconia non bastano a definire. In un momento storico in cui Gallarate è scesa in piazza per difendere il suo ospedale, a Busto per ora la sofferenza di avere il proprio che ha perso o visto sbiadire diverse eccellenze si esprime del resto per ora più in questo modo.

Anche sui social. Nelle scorse settimane, nel gruppo “Nuovo sei di Busto Arsizio se” erano comparse delle immagini e delle riflessioni che appunto non si possono intrappolare in mera nostalgia. Quella del padiglione Candiani nel secolo scorso, «moderno e innovativo», ad esempio. La Maternità di un tempo, poi la Neurologia che tra l’altro è una delle emergenze dei nostri tempi eppure una città di 83mila abitanti l’ha vista partire alla volta di Gallarate. I vicini di casa, peraltro, sono scesi in piazza perché hanno - tra le varie cose - sfiorato la perdita di un reparto come la Cardiologia. Non è mera nostalgia, perché i bustocchi che raccontano com’era l’ospedale, lo fanno perché ci tengono.

La parola costante che riecheggia è “nostro”. Non significa possesso, rivendicazione, bensì appartenenza. È nostro perché tanti, tutti vorremmo dire, ci hanno messo qualcosa di importante. I benefattori che l’hanno reso possibile, i tanti che ci hanno lavorato, in ogni funzione, i volontari che hanno migliorato la vita e permesso di svolgere pienamente tanti preziosi servizi, le associazioni – e per fortuna questo aspetto con le premiazioni è stato preservato sabato nella cerimonia della patronale – e i pazienti con i loro dolori, i loro sforzi, la loro collaborazione. Sì, perché come si dice nella bellissima prefazione di Giuseppe Armocida, «è la storia dei medici, dei loro strumenti e delle loro dottrine, ma è anche la storia delle malattie e quindi dei malati». Di Busto Arsizio e ben oltre, perché in quel libro si racconta, ad esempio, dei ragionamenti in ottica comprensoriale che emergevano con la nascita di Accam e poi della crescita di Malpensa.

È l’ospedale che fu pioniere dell’Oncologia e di indispensabili terapie, non solo perché ne sviluppava le competenze, ma perché in questo territorio era purtroppo una necessità e lo resta. Quello che vide realizzare il primo reparto per i malati di Aids e grazie al cielo l’Unità operativa di Malattie infettive è un cardine che ha conservato. Il futuro è insieme a Gallarate nell’ospedale unico? Lo affermano gli specialisti, gli esperti. Ma il problema è come arriveremo, a quel futuro, considerando i concorsi non certo affollati, le crescenti difficoltà quotidiane con cui vivono medici e infermieri ogni giorno e lo spaesamento dei malati, appunto.

La preoccupazione della gente è tangibile e comprensibile e la sensazione di distanza la acuisce soltanto. Nel libro sopra menzionato, c’è una frase dell’allora sindaco Rosa che ribadisce le radici storiche dell’ospedale. Prima, era sorto in quello che sarebbe divenuto il Comune, Palazzo Gilardoni: «Mi sembra quasi un avvicendamento simbolico: dove un tempo ci si prendeva cura degli ammalati, in seguito ci si è presi cura dell’intera città». Si potrebbe estendere quest’immagine a tutti i livelli politici: prima, la comunità, i malati, sempre, e quindi un confronto reale, costruttivo con loro, magari visitando – in incognita - più i Cup e i reparti, che le sale riunioni. Invece, anche durante la campagna elettorale dello scorso inverno la distanza dall’impatto quotidiano di queste situazioni sulla vita della gente ci è parsa talvolta sorprendente. Per citare uno dei tanti esempi, un giorno in cui si dibatteva sulla fermata del treno per il futuro ospedale unico di Busto-Gallarate – tra le date ipotizzate per l’ingresso nel nuovo edificio, 2031 LEGGI QUI  - c’erano persone in una camera di ospedale da ore sperando che arrivasse un anestesista “urgentista”  - dalle cooperative - per poter essere operate.  

C'è una distanza che va superata con l'azione e prima ancora il confronto, che passa per forza di cose dall'ascolto. 

Marilena Lualdi

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