La traduzione del proverbio Bustocco è alquanto significativa. Si sa, quanto il lavoro, è importante a Busto Arsizio. Vi ricordate il detto di Bustocco "nativo e lavativo?" - da solo, "lavativo" detto a un Bustocco è un "peccato mortale" - vuol dire che si ha la "caneta da vedar" (spina dorsale di vetro", per dire che non si ama il lavoro; si ha paura della fatica, ed è come a dire a un meridionale "bastardo" di cui è inutile spiegare il significato.
Quindi, amare il lavoro, operare, rendersi utile, vuole dire, levarsi presto dal letto, alzarsi, "pagare la giornata"... LAVORARE - con quel "candu al vegn sia, u asnèn al sa invia" vuole testimoniare la non-appartenenza a chi desidera lavorare. Dire "asnèn" (asino) è parola deteriore.
Vuoi mettere "sumaru" (somaro) che possiede tutta l'integrità della dignità e restituisce all'animale mansueto, il dovuto rispetto. Ecco, "asnèn" ha un sacco di significati: buono a nulla, incapace, illetterato, vanaglorioso, indolente e... altri ancora. Mentr'invece, "sumaru" non è un neologismo, ma possiede un'appartenenza alla famiglia degli equini, senza avere l'intelligenza del cavallo.
Avviarsi, presentarsi al posto di lavoro, quando è l'ora del riposo, di un piccolo svago, "candu l'e sìa" vuole dire, rifiutare il Lavoro e ciò, suona a disdoro di chi intraprende "senza tèma" (senza dignità), il tempo di oziare. Nei tempi in cui non esisteva la TV, il "calar del sole" voleva dire con naturalezza, riposare. La notte era vicina, i "anti scui" (le ante scure), i "cadenosci àa porta" ( I catenacci sull'uscio di casa) erano di prammatica per chi durante il giorno aveva faticato.
Da tenere presente, poi che in una "società contadina", il lavoro nei campi o dentro le stalle, era arduo, a volte improbo, faticoso e, guarda caso, la "vecchiaia" la si incontrava precocemente - tempi in cui, l'età media di vita, sfiorava appena i sessant'anni, per stabilizzarsi intorno ai 55 anni o poco di più. La prova-provata, sono le fotografie in bianco e nero, dei nostri nonni che, si mostrano al Cimitero: si tocca con mano la vecchiaia, mista ai sacrifici e la fatica dell'esistere, con i visi "solcati" da rughe e gli sguardi truci, poco inclini a sorridere, anche davanti al fotografo.
La vita-grama non era per tutti, ma era simile per la gente dell'epoca. Anche "i sciui" (i ricchi) erano segnati dal tempo, coi loro svaghi, ma pure con le loro incognite, nel saper lavorare.
Altro proverbio che mi suggerisce Giusepèn (come quello citato più sopra) dice: "faghi non'nparò al gotu, m'à sa fò a rampegò" (non insegnare al gatto, come ci si arrampica) e significa semplicemente che ciascuno sa offrire il meglio, nel suo mestiere, come "ogni ufelè'l so mistè" (ogni droghiere, conosce appieno il proprio mestiere). Tutto ciò, per valorizzare il Lavoro, senza distinzione dei ruoli sia nel lavoro da casa sia quello svolto nelle fabbriche che si "perfezionavano" nelle varie attività.
Adesso, il "brivido" arriva dall'intelligenza artificiale che, con l'intelligenza dei nostri "inventori" ha nulla da spartire. "taiala su" dice Giusepèn (smettila di scriverne)... "tàa meti, candu ghe gnu'l prugressu, cunt'ul cervèl tacò al coei" (vuoi mettere, quando è arrivato il progresso, col cervello attaccato al cuore)... l'intraprendenza e la volontà, sono molto migliori dell'intelligenza artificiale che non possiede ne cervello, e nemmeno cuore.














