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Ieri... oggi, è già domani | 27 giugno 2026, 06:30

“Giugn e lui, a tera l'à bui” - Giugno e Luglio, la terra bolle!

È uno dei più antichi “detti” che a Busto Arsizio, si ricordano. Lo dicevano i nostri padri; l'hanno, detto i nostri nonni. Noi, lo abbiamo ereditato. È un idioma di appartenenza. Un principio. Un karma. Qualcosa che unisce...

“Giugn e lui, a tera l'à bui” - Giugno e Luglio, la terra bolle!

E' uno dei più antichi "detti" che a Busto Arsizio, si ricordano. Lo dicevano i nostri padri; l'hanno, detto i nostri nonni. Noi, lo abbiamo ereditato. E' un idioma di appartenenza. Un principio. Un karma. Qualcosa che unisce e che …. piano-piano, si va a dimenticare. Per colpa. Diciamolo una buona volta a chi, del Dialetto Bustocco di strada, se ne fotte, importa nulla, sorride sardonico, fa spallucce. Tanto, chi parla più il Dialetto Bustocco a Busto Arsizio e dintorni?

Eppure siamo nati da lì: dalla stagione infuocata, dai proverbi trasmessi, dal piccolo, impercettibile "richiamo" che "a essì da Busti, l'e teme eghi'l pitigri" (a essere di Busto Arsizio è come avere il pedigree) che si sentiva dagli Inglesi, per chiarire la provenienza, un certificato genealogico "di dove si è" e "di dove si proviene". Pedigree è entrato nel Dizionario Italiano, pur essendo di provenienza Inglese; quindi, non solo vocaboli moderni che hanno catturato la fantasia italica.

Col "giugn e lui, a tera l'à bui" si chiariva inconfutabilmente che solo i Bustocchi "nativi e lavativi" potessero conoscere. Gli altri, i Bustesi, l'hanno imparato, ma, a differenza dei Bustocchi, non l'hanno vissuto.

Finita la scuola, anche le …. scarpe, andavano nel ripostiglio. Tutto ciò, per non consumare le suole, ma pure per non permettere ai mariuoli, le scorribande dentro i prati o su un "tappeto verde" d'un campo, dentro una partita di pallone. Proprio così: si giocava a piedi nudi, come si camminava a piedi nudi. Ai "principini-inamidati" dei "sciùi" (ricchi) era vietato, causa la loro pelle delicata e bianca oltre misura, che aveva bisogno di pomate, per mantenerla soffice e delicata. Invece, la pelle dei "puaiti" (poverelli) era simile a quella dei "sciati" (rospi), ruvida, colore ambrato, per via del sole che batteva anche lì, duttile sia per camminare, sia per giocare, con quella "cupa" (strato di penne indurita) che si formava per non far dolore. L'accostamento agli zoccoli dei cavalli, era facile dirlo e ascoltarlo. Non si poteva -insomma- "fa foea" (far fuori - rompere) un paio di scarpe a stagione.

Giusepèn mi ascolta con un'attenzione spasmodica. Dice subito "ghea non scorpi pàa u invernu e pàa estoia" (non esistevano scarpe per l'inverno e scarpe per l'estate) - c'erano le scarpe e basta. E noi del Rione Ospedale (che non esiste nella Toponomastica cittadina, ma lo si era inventato, per distinguerci dalla "nobiltà" del Rione San Giovanni o Centro), andavamo "tuci dul Richèn ul calzulòi" (tutti dal signor Enrico Gagliardi, il calzolario) che costruiva scarpe per ogni buon figlio di buoni genitori. Sapete, come? - dopo l'ordine di papà, ci si recava nel suo laboratorio e, "ul Richèn" (grand'uomo, lasciatemelo dire) metteva un cartone per terra: a piedi nudi (magari col "crocu" sporco, non ben lavato), ci si metteva sull'attenti, mentre "ul Richèn" armato di matitone che usavano i carpentieri, compiva un "periplo" (una "circumnavigazione" intorno a ogni piede e, da lì cominciava a costruire le scarpe. Tutte uguali, sempre con la tomaia ben forte, con pellame "testa di moro" (maròn - marrone), rigorosamente con le stringhe da allacciare, per far aderire bene il piede, comodamente alla scarpa. - "l'è vea" testimonia Giusepèn. Con quelle scarpe si andava a Scuola, "s'andèa in gesa" (si andava in Chiesa), "a uratori" (all'Oratorio), "a n'à coi festa" (a qualche festa), ma, "par giugò" (per giocare), le scarpe si dovevano togliere, per preservarle agli usi importanti.

Quel "a tera l'à bui" voleva significare che le scarpe erano superflue, che il risparmio era d'ordinanza, che è inutile utilizzare le scarpe, quando la passione e la voglia matta di divertirsi, faceva …. dimenticare di avere indossato le scarpe. "n'a cai scapuscia, te l'è ciapei; un vedar, "na buteglia ruta" (qualche inciampo, lo si prendeva, un vetro, una bottiglia rotta) lo si poteva trovare, ma guai lamentarsi. Le ferite si guariscono …. eppoi, con la pelle indurita, prima di giungere a far sangue, ce ne vuole parecchio..

Oggi, non è più così. Nessuno (neanche in casa) cammina a piedi nudi. Al minimo contatto con la terra si prende un raffreddore, i calli si curano, la pelle "l'è sitia" (è sottile) e si indossano le scarpe, quasi anche per andare a letto. Per Giugno, basta questo ricordo-esempio. Vediamo cosa il cuore ci suggerisce, per Luglio. Leit-motiv, il caldo ….'c'era, c'è sempre stato e, sempre ci sarà. Suvvia, basta coi ritornelli stanchi, tutti uguali, logorroici. Mi stupirei sono se, a Giugno e Luglio, cadesse da noi la neve. Viva l'Estate!

Gianluigi Marcora

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