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Sociale | 16 giugno 2026, 16:20

Dare una «spinta gentile» alle famiglie fragili: così il progetto "Pippi" cura la vulnerabilità a Busto

Presentati i risultati del triennio che ha coinvolto trenta nuclei familiari per prevenire l'allontanamento dei bambini. L'assessore Reguzzoni: «Salvato un gruppo di piccoli dalla tutela, un investimento umano ed economico per la città»

Dare una «spinta gentile» alle famiglie fragili: così il progetto "Pippi" cura la vulnerabilità a Busto

A Busto Arsizio ci sono attualmente 660 «figli del sindaco», bambini e ragazzi che la legge ha dovuto affidare alla tutela pubblica. Un numero importante, dietro al quale si nascondono storie di fragilità familiare, difficoltà educative e povertà relazionali. Per evitare che queste situazioni precipitino fino a rendere necessario l'allontanamento dei minori da casa, la città si affida da tre anni a un programma silenzioso ma concreto: il progetto "P.I.P.P.I.", acronimo di Programma di Intervento per la Prevenzione dell'Istituzionalizzazione.

Nato dalla collaborazione tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Università di Padova e i servizi sociali del territorio, questo metodo ha appena vissuto una svolta cruciale. Esauriti i fondi straordinari del Pnrr, il progetto entra ora in una fase strutturale, finanziato con risorse ordinarie in quanto riconosciuto come Livello Essenziale di Prestazione Sociale (Leps).

«Abbiamo voluto dare continuità a questo percorso perché l'efficacia del metodo è ormai evidente» spiega Paola Reguzzoni, assessore ai Servizi Sociali di Busto. «L'obiettivo è sostenere i genitori affinché riescano a prendersi cura dei propri figli quando emergono le prime difficoltà, agendo prima che la situazione diventi così grave da richiedere l'intervento delle autorità e del tribunale».

È la filosofia della "prima prevenzione", un concetto su cui insiste molto Lorena Ferrari, assistente sociale per la tutela dei minori del Comune. L'idea è intercettare il disagio prima che scatti il livello di allerta. E per farlo, bisogna guardare ai piccolissimi. «Lavoriamo fin dal nido e dalla scuola elementare» racconta Ferrari. «Andare a individuare le avvisaglie di forti carenze genitoriali quando i bambini sono molto piccoli permette di recuperare e risanare la fragilità. Se invece interveniamo solo in adolescenza, spesso il danno è già fatto e ci troviamo di fronte a devianze o dipendenze».

Ma come si aiuta, in concreto, una famiglia a non scivolare nel baratro? Il percorso è strutturato e rigoroso. Tutto inizia quando i servizi sociali, spesso imbeccati dalle segnalazioni delle scuole o del terzo settore, individuano una situazione di potenziale trascuratezza o forte disagio. La famiglia viene immediatamente coinvolta: la sua partecipazione attiva è la condizione indispensabile per partire.

A quel punto entra in gioco un’équipe multidisciplinare. Assistenti sociali, educatori, psicologi, insegnanti e medici valutano insieme le risorse e i bisogni del nucleo familiare, dando un peso fondamentale alla voce degli stessi genitori e dei bambini. Insieme si scrive un piano personalizzato, composto da piccoli traguardi concreti e verificabili nel tempo. La teoria si traduce poi in azioni quotidiane: educatori che entrano nelle case per affiancare i genitori nella routine, gruppi di confronto tra famiglie, reti di vicinato solidale per rompere l'isolamento e una stretta collaborazione con i servizi sanitari e le scuole. Nel corso del cammino, che dura in genere tra i 12 e i 18 mesi (ma anche meno, se la famiglia raggiunge gli obiettivi prefissati), l'équipe monitora costantemente i progressi, pronta ad aggiustare il tiro.

I dati di questi primi tre anni tracciano un bilancio indubbiamente positivo. Sono trenta le famiglie che hanno completato con successo l'intero percorso, circa dieci all'anno. Alcuni nuclei che avevano iniziato non sono riusciti a reggere lo sforzo richiesto dal programma, altri si sono trasferiti e in pochi casi la prevenzione ha fallito, rendendo inevitabile la tutela giudiziaria classica.

Eppure, i successi portano con sé un valore inestimabile. «Almeno cinque o sei minori sono stati protetti senza dover ricorrere a misure stringenti e allontanamenti», rivela l'assessore Reguzzoni. Un risultato che guarisce ferite umane prima ancora di produrre un scarsità di spesa per le casse comunali, dato che il ricovero di un minore in comunità rappresenta un costo elevatissimo per la collettività.

A guidare sul campo questa complessa macchina organizzativa è una coprogettazione che vede come capofila la Cooperativa Sociale Elaborando. Sergio Ceriotti, responsabile della cooperativa (al lavoro insieme al rappresentante legale Omar Picchi e alla Cooperativa Davide), descrive il metodo come una «spinta gentile» per riattivare le risorse assopite dei genitori.

L'efficacia del progetto di racconta attraverso la concretezza di due storie. C'è stata quella di una ragazzina straniera la cui famiglia, isolata dalla barriera linguistica, diffidava profondamente dei servizi sociali. Il micro-progetto si è concentrato sull'inclusione scolastica, portando educatori in classe e lavorando a fianco degli insegnanti per tessere una rete di fiducia che ha pian piano aperto le porte di quella casa.

Un altro percorso ha riguardato una ragazza nel passaggio dalle scuole medie alle superiori, schiacciata dalle tensioni familiari. Qui l'educatore ha lavorato per aiutare la giovane a dare voce ai propri sentimenti di fronte ai genitori, guidando contemporaneamente la madre e il padre a recuperare un ruolo autorevole, lontano sia dall'autoritarismo rigido sia dalla resa rassegnata.

Circa un terzo delle famiglie coinvolte nel progetto «Pippi» a Busto Arsizio è di origine straniera, contesti in cui talvolta le difficoltà materiali si sommano a modelli educativi distanti da quelli locali, dove talora il ricorso a metodi punitivi fisici o la limitazione della socialità delle figlie femmine sono considerati normali, ma non lo sono per la nostra legislazione.

Il calo degli arrivi di minori stranieri non accompagnati (attualmente circa due al mese) offre un parziale respiro ai servizi, ma la sfida resta grande. Come ricorda Reguzzoni, contrastare la povertà economica, culturale ed educativa è un investimento necessario: «Un bambino non aiutato oggi sarà un adulto danneggiato domani, con un costo sociale immenso che ricadrà sull'intera comunità».

Giovanni Ferrario

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