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Ieri... oggi, è già domani | 01 maggio 2026, 05:15

“i pacialoci” - fiori delle robinie

Giusepèn disserta un po' e va ad annunciare la Primavera “quosi estoi”...

“i pacialoci” - fiori delle robinie

Quasi per caso, in vettura, mentre Giusepèn ed io transitiamo sulla via per Fagnano, oltre il City e prima di imboccare l'autostrada, il "buon uomo" mi dice schietto: "tel se, sa ini chilì?" (sai cosa sono, quelli?) e si riferisce ai fiori bianchi che in larga abbondanza "irrorano le piante" - gli sorrido e con tenerezza gli rispondo: "in i pacialoci" e qui, Giusepèn fa la traduzione specifica. "propi'n sci - in i fioeui di rubin" (proprio così, sono i fiori delle robinie), col loro candore che ingentilisce il bosco.

Qui, Giusepèn disserta un po' e va ad annunciare la Primavera "quosi estoi" (quasi estate) e lo vedo allegro, per la mia conoscenza di quel fiore. "Te me l'è fei'mparò ti" (me lo hai fatto imparare tu) gli rispondo. Così, insieme, siamo andati avanti nella spiegazione.

Non prima d'avergli ricordato che "in di tempi'n dre" (nei tempi addietro) li si coglieva, i "pacialoci" e le massaie, addirittura, li cucinavano. "l'e vea" (è vero) risponde Giusepèn, "cunt'àa pastela che poeu i u metea dentar in du oli'mbrughentu" (con la pastella "imburegioea" che poi si mettevano dentro l'olio bollente) come in buona sostanza si fa per le patate-fritte.

A Giusepèn, tuttavia, importa sapere qualcosa in più su quel "pacialoci" ed allora, ecco cos'ho scoperto. Nel Dialetto Bustocco da strada, si fa presto a unire più parole, per indicare usi e costumi di diversa specie. Ne ho raccontati nei due libri "ul Giusepèn" e "Giusepèn e Maria" - qui, invece "spacchettiamo" il vocabolo. - pacialoci è formato da "paciò" (mangiare) e "laci" (latte); quindi, ecco servito il giusto significato di un fiore entrato non per caso, in cucina. Per dire che l'arte culinaria moderna, ha appreso dal nostro Dialetto, qualcosa di originale, per quei tempi.

Addirittura, "paciò" (mangiare) era utilizzato nel volgare, fra la gente semplice che ignorava  la distinzione nobile del nutrirsi. Solitamente, "mangiare" , declinato al presente, fa "io mangio, tu mangi, egli mangia, noi mangiamo, voi mangiate, essi mangiano", ma qui, si utilizza il più volgare "paciò" che, comunemente, nella mentalità della gente semplice, il "paciare" era considerato una alterazione del "mangiare" ed era specifico per un pranzo luculliano, roba da "putostu che roba vanza, crepa panza", per dire... pancia mia fatti capanna. Ecco, era l'esagerazione del "mangiare"; che appunto fa del nutrirsi un'iperbole. Per il "laci", (latte), nessuna osservazione: "al va ben inscì" (va bene così).

Al ritorno a casa, Giusepèn, discute subito con Maria, sua figlia: "incò, da cunturno, fomi i pacialoci imburegioi", al che Maria, presa dallo stupore, risponde solo: "si, po’, ma te e ti a catoi" (si, papà, ma vai tu a coglierli) e Giusepèn si fa riflessivo... "a edàm" (vediamo) risponde e butta fuori quel sorrisetto simpatico a labbra "stirate all'insù", oltre quel sorriso tremulo che incornicia benissimo gli "occhietti furbi" che fanno allegria.

Gianluigi Marcora

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