«Senza Umberto Bossi e la sua Lega, la mia storia sarebbe stata diversa» inizia così il lungo, essenziale e a tratti affilato ricordo - perché nudo, crudo, vero e diretto - con cui Matteo Bianchi saluta il «capo popolo». «Univa persone diverse sotto un denominatore comune semplice: essere lombardi, vivere in Lombardia, sentirsi parte di una stessa comunità» aggiunge il politico di Morazzone nato e cresciuto con Bossi e nella Lega. Poi ecco il primo comizio in piazzale Staffora a Varese, la prima Pontida accompagnata dal papà di fronte a «colui che ha dato un sogno e ha risvegliato un popolo. Ruvido, grezzo, burbero, irriverente».
«Nella mia cameretta c’è sempre stata una sua foto, con il sigaro in bocca. Accanto, la bandiera della Lega Nord e i manifesti della “gallina dalle uova d’oro” - prosegue Bianchi, che ripercorre le fasi della sua vita a quelle della Lega e di Umberto - Ogni pensiero si consolidava attorno a quella grande utopia: la libertà del Nord da uno Stato percepito come lontano, inefficiente, farraginoso».
«Poi arrivò la malattia. La paura, vera, di perdere troppo presto il nostro leader - prosegue, con lucidità e partecipazione assolute Bianchi - E poi quella voce che tornò, a Radio Padania. Eravamo lì, ad ascoltarlo, in silenzio. E ci commuovevamo sentendo la voce di un leone ferito, ma ancora vivo, ancora pronto a combattere. Sono arrivati anche i momenti difficili. Le cadute, i cambiamenti, le evoluzioni».
Poi, la situazione personale, vissuta come un peso («E dentro tutto questo, per me, anche il peso oggi di essere “il primo dei non eletti”), e una frase che lascia presagire una scelta: «Perché la verità è semplice: nessuno di noi potrà mai essere all’altezza di subentrare a Bossi. Nessuno può davvero essere degno per raccoglierne l’eredità; forse, dovremmo avere il coraggio di lasciare quel vuoto, custodito esclusivamente dalla sua memoria».
Le parole di Matteo Bianchi
Senza Umberto Bossi e la sua Lega, la mia storia sarebbe stata diversa.
Diversa come sarebbe diversa la vita senza quella famiglia con cui cresci, con cui litighi, con cui ti appassioni e con cui costruisci qualcosa che resta.
Per me Bossi era il “capo popolo”.
E io quel popolo lo sentivo mio. Un popolo che per troppo tempo era rimasto senza voce, schiacciato da dinamiche che da ragazzo non comprendevo fino in fondo, ma che percepivo come ingiuste.
I leader ruvidi, di rottura, sono quelli che ti colpiscono da giovane.
Ma Bossi aveva qualcosa di più: riusciva a parlare anche agli adulti, unendo persone diverse sotto un denominatore comune semplice: essere lombardi, vivere in Lombardia, sentirsi parte di una stessa comunità.
Il mio primo comizio di Bossi fu a Varese, nel 1995, in piazzale Staforra.
Poi arrivò la mia prima Pontida, accompagnato da mio padre.
Ricordo le bandiere, l’Alberto da Giussano con la spada sguainata. Un’immagine che ancora oggi mi emoziona.
Bossi era questo: colui che ha dato un sogno e ha risvegliato un popolo.
Ruvido, grezzo, burbero, irriverente.
Mi affascinava anche per questo. Perché rappresentava tutto ciò che io non ero (o non potevo essere) ma che sentivo necessario. Era il nostro condottiero.
Nella mia cameretta c’è sempre stata una sua foto, con il sigaro in bocca.
Accanto, la bandiera della Lega Nord e i manifesti della “gallina dalle uova d’oro”.
Ogni pensiero si consolidava attorno a quella grande utopia: la libertà del Nord da uno Stato percepito come lontano, inefficiente, farraginoso.
Bossi diceva che bisognava aprire una sezione della Lega sotto ogni campanile.
Per me questo significava una cosa sola: impegnarmi nel mio Comune, Morazzone.
Ho iniziato a 19 anni.
Ho lavorato tanto, con passione, con dedizione. Fino a diventare Sindaco, spinto da un’unica motivazione: fare il bene della mia terra.
Era questo l’insegnamento più grande di Bossi: radicamento, responsabilità, appartenenza.
Poi arrivò la malattia.
La paura, vera, di perdere troppo presto il nostro leader.
E poi quella voce che tornò, a Radio Padania.
Eravamo lì, ad ascoltarlo, in silenzio. E ci commuovevamo sentendo la voce di un leone ferito, ma ancora vivo, ancora pronto a combattere.
Sono arrivati anche i momenti difficili.
Le cadute, i cambiamenti, le evoluzioni.
E dentro tutto questo, per me, anche il peso oggi di essere “il primo dei non eletti”.
Perché la verità è semplice: nessuno di noi potrà mai essere all’altezza di subentrare a Bossi. Nessuno può davvero essere degno per raccoglierne l’eredità; forse, dovremmo avere il coraggio di lasciare quel vuoto, custodito esclusivamente dalla sua memoria.
Perché Bossi non è stato solo un leader politico.
È stato il capo.
Colui che ha dato tutto sé stesso per un’idea.
Per un popolo.
Il popolo del Nord.
Grazie Umberto!
Matteo Bianchi














