Busto Arsizio entra nel Giorno della Memoria partendo dai suoi nomi, dai suoi volti, dalle sue storie spezzate. Non da un altrove astratto, ma dalle strade, dalle fabbriche, dalle case di una comunità che vide i propri cittadini trasformati in numeri, corpi sfruttati e vite annientate. È da qui che prende le mosse la conferenza della Famiglia Bustocca sui “Bustesi e bustocchi deportati”, tenutasi lunedì 26 gennaio nella sede dell’associazione, all’interno del ciclo dei “Lunedì della Famiglia bustocca”.
Il dovere della memoria, ottant’anni dopo
Ad aprire l’incontro è Mariella Toia, presidente della Famiglia bustocca, con parole che fissano subito il senso profondo della serata. “Siamo qui per non dimenticare”, ricorda, richiamando gli ottant’anni trascorsi da quei fatti che segnarono l’Italia e la Germania. E aggiunge, con un’amarezza che attraversa l’intera sala, di non riuscire ancora a capacitarsi di come un popolo così elevato culturalmente sia potuto precipitare in una simile barbarie. La memoria, sottolinea, non è un rito, ma un argine.
La lunga discesa della Germania nel totalitarismo
Carlo Magni, studioso, ricostruisce con rigore il percorso che portò la Germania dalla crisi alla deportazione di massa. Dopo il crollo economico del 1929, il Partito nazionalsocialista compie un’ascesa rapidissima, passando in pochi anni da forza marginale a primo partito del Reichstag. Il presidente della Repubblica di Weimar, Paul von Hindenburg, inizialmente diffidente verso Hitler, finisce per consegnargli il potere. L’incendio del Reichstag del 27 febbraio 1933 diventa il pretesto per smantellare le libertà democratiche e “sincronizzare” le istituzioni allo schema gerarchico nazista. È l’inizio del Führerprinzip, del potere assoluto.
SS, violenza e costruzione del nemico
Una volta eliminati gli avversari politici e persino gli alleati scomodi, come nella “notte dei lunghi coltelli”, il regime mette in moto la sua macchina repressiva. Le SS, guidate da Heinrich Himmler, crescono in modo esponenziale e diventano lo strumento centrale del terrore. Il “problema ebraico”, già presente nel programma nazista, si traduce in persecuzione sistematica: prima l’emarginazione, poi la violenza aperta, fino alla Notte dei Cristalli del 1938, quando sinagoghe bruciano e vetrine vengono infrante in tutta la Germania.
Dachau e la fabbrica della disumanizzazione
Magni si sofferma sul campo di Dachau, luogo simbolo dell’avvio del sistema concentrazionario. Qui nasce la pratica della disumanizzazione: spoliazione, tatuaggio del numero, lavoro forzato. I deportati vengono classificati con simboli diversi a seconda della categoria – ebrei, rom, oppositori politici, omosessuali, testimoni di Geova, “asociali” – in un universo concentrazionario che annulla l’individuo. Con l’espansione della guerra, i campi si moltiplicano e diventano luoghi di sterminio scientificamente organizzato.
Dalla guerra allo sterminio industriale
Con l’invasione della Polonia il 1° settembre 1939 e l’allargamento del conflitto a est, il genocidio accelera. Reinhard Heydrich coordina le operazioni, mentre autocarri blindati e camere a gas iniziano a essere usati per l’uccisione di massa. In pochi mesi, tra il 1941 e il 1942, centinaia di migliaia di persone vengono eliminate. Hermann Göring autorizza formalmente la “soluzione finale”, mentre nei campi entra in funzione lo Zyklon B. In parallelo, anche l’Italia fascista imbocca la strada del razzismo di Stato, con le leggi razziali e la complicità attiva del regime.
L’8 settembre e i 650mila internati militari italiani
Ernesto Speroni, studioso di questo periodo, sposta lo sguardo sull’Italia dopo la caduta di Mussolini. L’armistizio dell’8 settembre 1943 apre uno scenario drammatico: circa 650mila militari italiani rifiutano di continuare la guerra al fianco dei tedeschi. Per questo vengono disarmati, rinchiusi, affamati e deportati in Germania, dove condividono i campi con ebrei, polacchi, slavi e russi. Alcuni riescono a combattere accanto agli Alleati, come a Montelungo, ma per molti il destino è la prigionia.
Mauthausen e i bustesi deportati
Il cuore della serata è la deportazione dei bustocchi e bustesi. Numerosi cittadini di Busto Arsizio finiscono a Mauthausen, uno dei campi più duri del sistema nazista. Emblematico è il caso della Ercole Comerio, fabbrica attraversata da lotte operaie. Le SS sfruttano scioperi e rivendicazioni come pretesto per colpire: operai arrestati, commissioni interne smantellate, deportazioni mirate. Melchiorre Comerio, che aveva cercato di proteggere i suoi lavoratori, diventa a sua volta bersaglio della repressione.
Storie di morte e di coraggio
I nomi raccontano l’orrore meglio di qualsiasi numero. Vittorio Arconti, Arturo Cucchetti, Ambrogio Gallazzi: vite spezzate a Mauthausen tra frustate, cani lanciati contro i prigionieri, infermerie da cui non si usciva più. Alcuni sopravvissuti tornarono e parlarono, ma non sempre furono creduti. Altri, dopo la deportazione, scelsero la montagna e la Resistenza, come Ballarati, Raimondi e Vago, pagando spesso con la vita nei rastrellamenti della Val Vigezzo e della Val d’Ossola.
Resistenza, donne e fabbriche in sciopero
La memoria bustocca è anche quella delle donne che scioperano, delle staffette, dei comitati di difesa. Giannina Chiapparelli guida la protesta femminile che riempie piazza Trento e Trieste, ottenendo la liberazione di Gemma Milani. È una Resistenza civile e collettiva, organizzata anche da figure come il magistrato Cosimo Orrù, che per questo verrà perseguitato. Un’altra pagina di coraggio che si intreccia alla tragedia della deportazione.
Ricordare per restare umani
La conferenza si chiude come era iniziata: con la consapevolezza che la memoria non è solo commemorazione, ma responsabilità. Le storie dei deportati di Busto Arsizio non appartengono al passato remoto, ma interrogano il presente.















