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Legnano | 29 marzo 2023, 14:37

Don Claudio Burgio: «Insegniamo ai ragazzi a spiccare il volo, a sognare. E a saper perdonare»

Affollata la sala del teatro dell’istituto Barbara Melzi di Legnano ieri per l’incontro con il cappellano del Beccaria e fondatore della comunità Kayros. Ha convinto la platea che non esistono ragazzi cattivi, ma che vanno aiutati a evolvere, con la speranza che ce la possono fare, senza l’ansia del risultato

Don Claudio Burgio

Don Claudio Burgio

«Per favore non chiamiamoli “mostri di mamma”, ragazzi devianti, delinquenti, baby gang. Sono ragazzi complicati, impulsivi, difficili che non hanno avuto genitori che li hanno aiutati a interpretare la realtà, a mediare. Ma soprattutto sono ragazzi che hanno davanti una vita, che possono evolvere, hanno bisogno di tappe e di vivere con la speranza che ce la possono fare». Dunque “Non esistono ragazzi cattivi”.

Di questo ieri don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano e fondatore della comunità di accoglienza Kayros, ha convinto il pubblico che numeroso affollava il teatro dell’istituto Barbara Melzi di Legnano. Tanti i genitori, educatori, insegnanti e studenti che non hanno voluto perdere i consigli di un sacerdote che quotidianamente è alle prese con ragazzi difficili. Che lui vuole in primis ascoltare, senza emettere sentenze, se non al termine del dialogo.

Principi sacrosanti che sono piaciuti a mamme, papà, insegnanti e anche ragazzi che ieri hanno applaudito il cappellano del Beccaria. Dopo l’accoglienza del dirigente Flavio Merlo che ha parlato di “serata polifonica” ricca di domande dei ragazzi e la chitarra con la “Favola” di Chieffo sull’educazione che ha dato il là alla serata, la parola è passata a don Claudio con le risposte alle domande degli studenti.

Tanti gli interrogativi provocatori: “In che modo alcune serie televisive come “Mare fuori” possono incidere sulla percezione del giusto? I ragazzi sono soli e gli adulti, anche loro sono soli? In che modo emerge il senso profondo nell’educazione? Quando capita un figlio che fa disperare, perché l’adulto dice “proprio a me”? Come uscire da una situazione disperata?”.

Pronte le risposte del don che sono andate a toccare temi importanti sulla sincerità, la fiducia, l’educazione, la scuola, il gruppo, il perdono… Insomma un’escalation di argomenti interessanti. «Non bisogna nascondere la realtà ai nostri ragazzi – ha raccomandato – anche se questa è inascoltabile o inguardabile. Alcune serie tv come “Mare aperto” hanno avuto il pregio di portare all’attenzione di tutti noi la realtà della devianza giovanile e del carcere minorile. Possiamo e dobbiamo comprendere l’impulsività di certi ragazzi che hanno alle spalle un retroterra culturale e sociale difficile: sono ragazzi arrabbiati con gli adulti e le istituzioni». Adulti soli? «Sì – ha risposto prontamente don Claudio – Dietro certi ragazzi ci sono famiglie normali, non necessariamente c’è l’equazione ragazzo sfasciato famiglia sfasciata. Ho trovato un ragazzo di buona famiglia che spaccia “per adrenalina”, per provare il gusto delle sensazioni forti, vive la vita come noia. Così anche nelle famiglie: quando una famiglia ha un figlio in difficoltà, tende a isolarsi: questo perché la società è piena di giudizi e pregiudizi che precludono l’apertura delle famiglie». (VIDEO)

Poi non sono mancati affondi ai gruppi anche scolastici che non sono seguiti dagli adulti. «La scuola è luogo di socializzazione – ha detto – ma questa va educata, accompagnata dagli educatori. Solo così si ricava un clima buono. Se il contesto di classe è abbandonato, allora nascono problemi. I gruppi vanno accompagnati, non lasciati allo sbaraglio. L’educatore deve osservare le dinamiche di gruppo e aiutare i ragazzi a cercare il senso profondo dei rapporti umani. Occorre andare oltre all’apprendimento, guidare i rapporti umani. Come occorre andare oltre al reato, guardare i ragazzi come ragazzi non come autori di reati. Solo così scattano le domande sul senso della vita. I miei ragazzi non sono apatici: riesco a tirare fuori le domande».

Apprezzata anche la considerazione sul perdono, per cui il sacerdote è andato alla radice del termine. «Un credente deve credere in questa parola. Nel perdono c’è la bellezza della vita e della fede. Perdono è un “Dono iper”, una grande rivoluzione». E ai figli va fatto capire non solo il perdono, ma anche il sogno. «Aiutiate i ragazzi a sognare – ha raccomandato – Ascoltateli, senza pregiudizi e senza autorità. I ragazzi di oggi l’autorità non la digeriscono. Se uno pretende di farsi rispettare in virtù del proprio ruolo, non funziona. Se l’incontro è con persone autorevoli, c’è dialogo. È fondamentale la sfida dell’educare alla responsabilizzazione e alla fiducia in sé. Se un ragazzo è trattato da cattivo, diventa criminale. Se c’è fiducia, si scoprono i talenti, ci si crede».

Dulcis in fundo, una parola sul dolore che fa crescere. «Lasciamoci pro-vocare dai nostri ragazzi – ha concluso – Se abbiamo un ragazzo difficile, non viviamolo come una punizione. Leggiamolo come una prova per essere diversi, per vivere un’altra esperienza, per immergersi nel dolore: il dolore assunto può permettere di risorgere. E facciamoci aiutare, non chiudiamoci, non isoliamoci. Evitiamo di medicalizzare i nostri figli, trattando l’adolescenza come un periodo di malattia. Il viaggio dell’adolescenza va compiuto insieme».

Laura Vignati

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