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Ieri... oggi, è già domani | 03 novembre 2026, 05:08

"sberlòi  àa buca"- "schiaffi in bocca"

Ci si riferiva ai "sacrifici", alle rinunce che la gente semplice doveva patire per effetto del "dopo-guerra"

"sberlòi  àa buca"- "schiaffi in bocca"

Quando si parlava di "sberlòi àa buca", certamente non ci si riferiva agli "schiaffi" - la violenza era fuori luogo. Ci si riferiva ai "sacrifici", alle rinunce che la gente semplice doveva patire per effetto del "dopo-guerra". Sono del 1946 e la guerra era alle spalle, ma cominciava il cosiddetto "tempo del restauro", della rinascita, del riscatto che ci avrebbe portati al "boom economico" (anni '60).

La "ricostruzione" era in atto e, ciascuno di noi, era chiamato ad offrire il proprio contributo, in atti. Per giungere a ciò, era necessario "darsi da fare" e accontentarsi delle risorse (poche in verità) che si avevano a disposizione. Da non dimenticare (me lo suggerisce Giusepèn), la "borsa-nera", il periodo in cui, chi aveva da parte qualche risorsa economica, la utilizzava per andare oltre la "tessera" (insufficiente per vivere) che razionava le risorse alimentari e consentiva di lenire la fame.

Mi raccontava papà che Pierino, mio cugino, pur avendo una gamba immobilizzata, per un grave incidente, dentro la valigia ci metteva "generi alimentari di prima necessità" che riusciva ad avere, spostandosi da Busto Arsizio a Venegazzù (frazione di Montebelluna, provincia di Treviso) dove poi è sorta la GEOS, nota marca di produzione di scarpe di alto-bordo. Là, in Veneto, c'erano i contadini che potevano contare sulla macellazione degli animali, in loco; della produzione casalinga di formaggi che si ottenevano dal latte delle mucche; dagli insaccati, ottenuti dalla lavorazione che si attuava in casa o in piccoli consorzi che raccoglievano i prodotti della terra e della stalla.

Tutto era razionato (catechizza Giusepèn) e quel poco che si riusciva a ottenere, determinava sia il sostentamento, sia le "sberlòi àa buca" che aiutavano a convivere con la penuria dei generi alimentari.  Anche a guerra ultimata (1940-1945), si avvertiva il "senso del risparmio" che vigeva su tutto. Anche per il fatto che, le uniche Aziende che erano in produzione, dovevano sostenere una guerra che non garantiva un esito positivo. C'era poi la penuria di uomini "chiamati al fronte" e, nei campi, ci andavano le Donne che hanno avuto "sulle spalle" la gestione di un evento bellico che doveva determinare il futuro di quelle generazioni.

Di "sberlòi àa buca" se ne sono viste tante, ma s'è pure vista la Dignità della nostra gente che non si lamentava, ma "a cò bassu" (a testa china), si prodigava per superare il terribile momento (sic) negativo. Non cito i "sciùi" (ricchi) che …. di riffa o di raffa…. potevano permettersi il desco pieno. Giusepèn discute della "povera gente" che abitava in case "di ringhiera" e che andava in giro "cunt'i zucrauni" (con gli zoccoloni) ai piedi. Ero troppo piccolo per conoscere come si viveva. Fatto è che negli anni a venire, il detto "sberlòi àa buca" l'ho imparato sulla mia pelle. Non è che in casa ci mancava il cibo, ma quel che si racimolava, non aveva la faccia della leccornia. E, a certe richieste "di svago" come a chiedere soldi per acquistare un pallone (ad esempio) ci si sentiva rispondere un solenne NO, senza pretese e senza repliche. Con l'essenziale si campava, ma le condizioni di vita, non permettevano altro. La parola FERIE era sconosciuta e, "grazie a Dio" era un lusso avere un posto di Lavoro. Eppure, "quella gente", superando i sacrifici, ci ha donato il Benessere che ora, pur nei limiti delle "ristrettezze" continua a mantenere un certo "tenore di vita" che a volte penalizza un numero minore di Cittadini, rispetto all'epoca della guerra.

Per non andare fuori tema, cito uno scambio di opinioni che ho avuto con mamma. Ero un giovanotto (facciamo 17-18anni) e, davanti a un piatto fumante di minestrone (una sera di riso e una sera di pasta). dissi a mamma: "ancora? ancora minestrone?" e mamma (mi aspettavo un rimbrotto, ma non si attuò), con sguardo fiero, ma deciso, mi rispose "ringrozia ul Signui ca podu doti ul minestròn" (ringrazia Dio che posso cucinarti il minestrone) per farmi capire che, col solito e semplice "menù" si poteva tirare avanti senza ritornare agli "sberlòi àa buca" che loro, gli adulti, avevano patito. Giusepèn annuisce al racconto e, ci mette del suo per farmi comprendere il valore dei sacrifici. Non servono altri esempi, ma un verso della canzone "Generale" di De Gregori, dice "la guerra è bella, ma fa male", per dire che il "bella" è totalmente ironico e il "fa male" è di una crudezza esemplare. Dio non voglia che l'Italia, il Mondo, abbiano a ritornare a inauditi, sacrifici.

Gianluigi Marcora

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