Ci sono storie che superano la semplice narrazione scolastica per toccare i risvolti più complessi dell'inclusione, della salute e dell'umanità. È il caso di Diana, una ragazza di vent'anni di Legnano che, dopo aver superato quest'anno l'esame di maturità, si appresta a iniziare il percorso accademico. Dietro questo traguardo, che per molti coetanei rappresenta la normalità, si nasconde un lungo percorso segnato da una forma estremamente severa di anoressia nervosa, numerosi episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio e una serie di porte sbarrate da parte del sistema scolastico del territorio. Una spirale interrotta grazie all'accoglienza del liceo scientifico Blaise Pascal di Busto Arsizio e all'impegno del suo preside, Gianni Bianchi, insieme a tutto il corpo docente.
La vicenda ha inizio qualche anno fa, quando Diana frequenta il primo anno di scuola superiore a Legnano. È in quel periodo che la malattia si manifesta in tutta la sua gravità, portando a tre ricoveri ospedalieri complessi nell'arco di circa due anni. Durante i tentativi di reinserimento nella scuola d'origine, la famiglia si scontra con le prime pesanti difficoltà. Diana soffre di violenti attacchi di panico e ansia, che si manifestano con spasmi e temporanea perdita di controllo del corpo. La madre, Ilaria Cagnoni, ha ripercorso con lucidità quei momenti drammatici: «Quando mia figlia ha un attacco, perde il controllo completo del corpo, non si regge in piedi e ha degli spasmi. Sembra un attacco epilettico, ma in realtà si tratta di un attacco d'ansia o di panico portato all'estremo». Di fronte a queste situazioni, la reazione dell'istituto è stata di chiusura: «Ci hanno telefonato a casa per dirci di tenerla lì, perché scombussolava gli altri studenti e dava fastidio». E intanto Diana perde un anno di scuola.
La ricerca di un'alternativa si trasforma rapidamente in un vicino muro d'indifferenza. Ilaria tenta di iscrivere la figlia in altre strutture pubbliche e private della zona. Nessun istituto si mostra disposto ad attivare la didattica a distanza, uno strumento che fino a poco tempo prima era stato ordinario e obbligatorio per l'intera popolazione scolastica, travolta, come tante altre sfaccettature della nostra vita, dalla pandemia. Le risposte ricevute evidenziano una diffusa impreparazione nell'affrontare un quadro clinico così complesso, caratterizzato anche da gravi episodi di autolesionismo.
La svolta arriva con l'incontro con il dirigente scolastico Gianni Bianchi e lo staff del liceo Blaise Pascal di Busto. La scuola decide di accogliere Diana, strutturando un inserimento graduale che parte inizialmente con le lezioni a distanza per poi passare, con il miglioramento delle condizioni cliniche, alla frequenza in presenza. L'impegno del corpo docente supera ampiamente i confini del ruolo istituzionale. Gli insegnanti si coordinano costantemente con i tutor della ragazza e si fermano oltre l'orario delle lezioni per supportarla nel recupero delle materie.
Il legame nato con la scuola si trasforma in un presidio di sopravvivenza quotidiana, specialmente nei periodi più bui in cui Diana rifiuta il cibo e l'acqua. «Il preside, nei giorni in cui Diana non voleva nemmeno ingerire acqua, andava personalmente in classe per cercare di farla bere», racconta Ilaria, restituendo la drammaticità e la gratitudine per quei gesti: «Non ci riusciva, ovviamente, perché è impossibile costringerli quando la mente è bloccata dalla malattia, ma il fatto stesso che ci provasse dimostra la loro umanità. Io devo la vita di mia figlia a loro. Se il dirigente mi avesse detto di no, mia figlia oggi sarebbe morta, ne sono assolutamente certa».
Oggi, nel 2026, la situazione clinica di Diana non è ancora del tutto risolta, ma la direzione intrapresa mostra segnali decisamente incoraggianti. La ragazza ha deciso di trasformare la propria dolorosa esperienza in uno strumento di aiuto per gli altri. Insieme a un'amica conosciuta durante il percorso di cura, Diana è diventata la presidente di «Ananke Young», la sezione giovanile dell'associazione «Ananke Family» attiva a Busto Arsizio. Il gruppo si occupa di offrire ascolto e supporto ai ragazzi affetti da disturbi del comportamento alimentare e ai loro genitori, promuovendo incontri di sensibilizzazione nelle scuole e nei comuni.
La necessità di fare rete è dettata anche dalle enormi carenze strutturali che le famiglie si trovano ad affrontare durante l'emergenza. Nel marzo del 2025, Diana e sua madre hanno condiviso la loro testimonianza in una intervista doppia, con l'obiettivo di rompere il silenzio su queste patologie. Il percorso di Diana dimostra come l'empatia e la flessibilità didattica possano fare la differenza nel salvare la vita di un adolescente, offrendo una seconda possibilità a una ragazza sveglia e aperta al mondo nonostante i momenti di buio, laddove la burocrazia e il timore della responsabilità rischiavano di imporre un definitivo isolamento.














