A volte, quasi per caso, "salta fuori" gradito, un detto sopito, quasi dimenticato che la fervida memoria di Giusepèn, rimette in luce. Quel "tarlandàn, Luzia" non è uno screzio o un'offesa alla signora Lucia, ma è semplicemente un modo di dire, un intercalare, una frase spicciola che suscita simpatia. La si usava quando "uno" era tardo a capire. Oppure, quando "uno" fingeva di capire, ma in realtà aveva compreso nulla. Ma, pure chi faceva lo gnorri e ometteva dal suo carattere il dovere che era semplicemente un... obbligo morale.
Giusto fare qualche esempio. Il primo che mi sovviene è dedicato agli operai che, all'uscita dalla fabbrica si incontravano "a Ustaia" (all'Osteria) "par 'nbiceu da chèl bon" (un bicchiere (di vino) buono) che non era di marca, ma conteneva il "sapore del dialogo", il "profumo dell'incontro"...
E, nel mucchio, c'era sempre qualcuno che al momento di "offrire" (si faceva "a ruota" e nessuno si faceva mantenere) - ebbene, quando quel "uno" svicolava, gli si faceva comprendere che il suo comportamento meritava il "tarlandàn Luzia" che suonava a rimprovero (si capisce) per non avere rispettato il proprio turno di pagare la bevuta, era cosa buona e giusta...
Forse, la signora (famigerata, nella fattispecie) Lucia era fra quelle a cui tutto è dovuto. Che poteva permettersi l'accondiscendenza incondizionata di tutti gli altri. Che era solita "gradire" senza offrire o (magari) attraverso la sua inconsistenza, proponeva il suo apporto... senza pagare.
Col "tarlandàn Luzia" (notare la zeta invece della ci), si imprimeva un marchio nei confronti di chi "l'andèa a roea" (andava a ruota), ma se ne approfittava troppo e, "a essi trol bòn, a Busti s'à diventa cuaion" (a essere troppo buoni, a Busto Arsizio, si diventa coglioni), quindi meglio far luce sugli equivoci e dissipare qualsiasi intendimento.
Ovvio che dentro il "tarlandàr Luzia" c'era chi non capiva di suo: colui che non si informava su nulla, chi pensava alla vita in maniera superficiale, chi viveva come una sanguisuga, a dispetto degli altri. Così, invece di escluderlo dal contesto, lo si apostrofava col "tarlandàn Luzia", anche per non giungere a un... monito estremo che traduco qui, subito. Eccolo: "a ti, s'à fa prima a metatàl in dul cù che a metatàl in dul co" (a te, si fa prima a mettertelo (è superfluo dire cosa) nel sedere, che a fartelo comprendere).
Ecco, sappiamo tutti che... TUTTI siamo ignoranti, ma nessuno "ignora" il tutto. Quindi, anche la decenza richiede rispetto e, far finta di ignorare, per convenienza, suscita la giusta reazione che provoca il "tarlandàn Luzia". In alto i cuori, viene da dire e, Giusepèn che è possibilista, annuisce per certificare che s'è espresso nei dovuti modi il suo pensiero.
Una chiosa finale? Col Dialetto Bustocco da strada, anche in Comune ci si comporta da "tarlandàn Luzia" - si preferisce ignorarlo, invece di difenderlo. Oppure si preferisce "lasciarlo morire" per ignavia e incompetenza, senza sapere quant'è grande lo scempio che si procura alla città.
Meglio ribadire che dentro la Lombardia dei Celti, c'è Busto Arsizio che, coi Celti ha nulla a che spartire, ma che anche il proprio nome (Busto) deriva dal romanico "combustum" e (Arsizio) deriva a "ardia", filo di ferro duttile, inventato dai Liguri.














