Non è che Giusepèn, si dedica all'arte culinaria, ma "tia a prèssa" (evoca) vecchi ricordi. Cita la "rusumòa" (uova sbattute) che ciascuno a Busto Arsizio e a proprio modo, realizza. Giusepèn si riferisce a quella "rusumòa" che mi ha visto preparare, un giorno lontano, quando mamma, armata di pazienza, gradiva che le togliessi il pensiero, per quel mio slancio di altruismo, dove la sostituivo a preparare quella deliziosa colazione che a volte la si realizzava anche per una merenda.
Ecco la "mia" rusumòa, ovviamente per la "mia colazione" (quando tuttavia, si doveva preparare per due-tre-quattro persone, utilizzavo due uova per ciascun commensale. Quindi, prendevo una "bella" scodella (capiente quanto basta) e introducevo i due albumi. Col cucchiaio (da minestra), cominciavo a "battere" l'albume, con la mano in senso circolatorio (dopo è arrivato lo "sbataoei" a manovella - lo sbatti uova), sino a quando l'albume prendeva il bianco della neve e, soprattutto, quel batuffolo bianco, restava attaccato alla scodella. La verifica, immediata era: rovesciare (proprio così, rovesciare) la scodella e, ammirare a più non posso, la "neve" attaccata al fondo.
Da qui, seconda operazione: si buttavano i tuorli dentro quel melodioso bianco e si roteava, quanto basta, per giungere a un impasto arancione-pallido che dava l'idea dell'amalgama perfetto. A questo punto, terza fase: si inseriva in quella "specie di torta" un buon bicchierino di marsala all'uovo. Ho scritto "buon bicchierino" e non è un ossimoro. Il "buon" per dire che il bicchierino deve essere colmo di marsala all'uovo e "bicchierino" è per non confondere col bicchiere del vino.
Altra rimestata e il marsala offriva alla "rusumòa" quel tocco di classe che "insaporisce" un piatto prelibato. Tutto pronto? neanche per sogno. Con la "rusumòa" ci mettevo i biscotti-secchi (anche per il fatto che non avevamo altri tipi di biscotti) e, la colazione era... servita.
Davvero una leccornia, sino al punto di far dire a Giusepèn "chèla oelta lò, u mangiò anca men a to rusumòa" (quella volta, ho mangiato anch'io la tua "rusumòa" - uova sbattute).
"tan ca sem chi" (intanto che ci siamo - sull'argomento culinario), aggiunge Giusepèn, "scrìi dul to piatu ca se bon da preparò" (qui, Giusepèn mi provoca: sa quel è il "piatto che so preparare" e desidera mettermi al... ludibrio dei Lettori. Voglio tanto bene (con rispetto) a Giusepèn che sto al gioco. Ed eccomi a spiegare l'altro (unico) piatto che so preparare bene: LATTE-CAFFE', parola unica, per dire che …. come preparo io il "latte-caffè" al mondo c'è nessuno. Preparo la miscela del caffè, arabica, dentro la Moka, la pigio quanto basta, per lasciare un tantino di morbidezza e metto sul fornello, dopo essermi assicurato che nell'apposito contenitore, ci sia l'acqua, la Moka..
Mentre la Moka... fa il suo dovere, metto nel pentolino il latte-intero di vacca e lo tengo sottocchio, sino a quando il latte "sorge" e la panna che si forma, non deve travalicare il pentolino (per non subire le reprimenda di mamma).
A questo punto, a tavola: c'è pronta la torta preparata da mamma, ci sono gli immancabili biscotti-secchi e ….buon appetito. Anche in questi frangenti, con Giusepèn abbiamo diviso diverse colazioni e, alla fine, ricevevo da Giusepèn, il solito incitamento... "dèm, te a studiò da cogu?" (suvvia, devi studiare da cuoco?) - ci ridevamo divertiti. Giusepèn sa che non amo stare ai fornelli, ma quando mi capita di predisporre e preparare la "rusumòa" o ul "laci-cafè", non mi tiro indietro.














