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Ieri... oggi, è già domani | 07 aprile 2026, 05:00

"tiàs là, ramersu" - va là, stupidotto

Giusepèn mi è testimone (del resto, me l'ha insegnato lui) di come "una volta" si era spicci anche nel dialogo

"tiàs là, ramersu" - va là, stupidotto

E' uno di quegli "epiteti innocenti" che gli adulti appioppavano ai ragazzi. Una maniera spicciola, per portare nella giusta dimensione, un fatto, una parola, un modo di dire, di un'epoca antica. Giusepèn mi è testimone (del resto, me l'ha insegnato lui) di come "una volta" si era spicci anche nel dialogo che, spesse volte si concludeva con un "tàsi" (taci), perentorio e, non proprio democratico, ma che faceva intendere un "dici parole a vanvera" oppure "discuti di argomenti che non conosci".

Oltre al "ramersu" (stupido) che deriva dal … nulla, ci sono altri "epiteti innocenti" che imprimono al dialogo una certa supponenza; come a dire "t'e se naguta e te oei parlò" (non conosci l'argomento e vuoi dire a tutti i costi, la tua). "Co da nemuotu" ad esempio (testa di cardellino) che associa il cervello di chi "sa tutto e nient'altro" al volatile, caruccio e piccino, le cui dimensioni (del cervello) sono esigue.

"Canagron" è detto al taccagno. A chi specula anche sulle cose minime; "s'à te ghe dè 'na pulce, al voei in drè a pel" (se gli doni una pulce, vuole di ritorno la pelle); anche per giustificare di avere ricevuto un "piacere", ma al "ritorno" non si deve andare al di là, del valore ricevuto.

Giusepèn tira in ballo "ul magolciu" e "ul brusogiu", tipiche espressioni di insofferenza. Il "magolciu" manifesta il "disordine"; non solo quello di non sapere riordinare indumenti e oggetti vari, al loro posto, ma pure manifesta il "disordine celebrare" di chi ostenta di conoscere tutto, ma di fatto dimostra la sua ignoranza grassa. Per quanto riguarda il "brusogiu" la cui traduzione è "bruciore di stomaco" quindi, qualcosa di fastidioso, di ostile, di antipatico, lo si utilizza per chi continuamente "rompe", vale a dire gli "insistenti", i petulanti, coloro che a ogni piè sospinto "i scepàn i cuiuni" (i rompipalle) che fanno giungere alla … esasperazione.

Ce n'è poi un altro di "epiteto innocente" che è pure folcloristico. Che ho già scritto altrove, ma che val la pena ricordare, affinchè chi si sente tale, possa "redimersi" - il Dialetto Bustocco "da strada" è pure colorato, manifesta interpretazioni che portano dritto al significato. Quando si dice "a tì s'à fa prima a metatàl in dul cù che in dul co" (a te si fa prima a ficcartelo nel sedere che a mettertelo in testa) - il soggetto, si sa bene qual è, ma il significato vero "made in Giusepèn" è "inutile ragionare oltre, sei caparbio, testardo e … incolpevole sotto certi aspetti, ma ignorante a tutto spiano che rinuncio a "fartela capire", tanto sei ignorante e per giunta gravemente "leso" nel comprendonio.

Ne so un altro di "epiteto innocente" che era nascosto nelle "materie grigie" sia di Giusepèn sia nel mio cervello. Quando lo evochiamo, ci uniamo in una risata che si conclude con un "l'è vea" (è verità)  -  Eccolo allora, l'epiteto innocente che è condensato in una piccola frase: "dontàr ul to cervèl ghe 'na barnascioea da merda" (dentro il tuo cervello, c'è  … sterco" e la "barnascioea" si riferisce al "barnasciu" che è una specie di "cazoea" (attrezzo dei muratori) per raccogliere la malta, ma, il "barnasciu" serviva per raccogliere le ceneri del fuoco a legna che esisteva in ogni abitazione. E, non è finita qui: proprio quella cenere (a scendra), la si utilizzava durante il lavaggio della biancheria (lenzuola, federe) che rendeva bianchissimo l'intero lavato. Giusepèn è onesto. Aggiunge "ma l'à fei ragurdò a me TU" e, "par incò, l'è sé inscì" (per oggi è abbastanza quel che c'è scritto), dice Giusepèn  e a noi resta il giusto momento per …. rievocare il Nocino per un … meritato brindisi.

Gianluigi Marcora

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