Noto il viso di Giusepèn "disteso e sereno". Vien quasi da dirgli "quanto sei bello, amico mio", ma so che lui si sarebbe schernito, mi avrebbe detto "cambia i ugiò" (cambia gli occhiali) e avrebbe aggiunto "sa ghè'n berta?" - ecco, quest'ultima frase, non la sentivo dire da diverso tempo e vuol semplicemente dire "cos'hai in tasca?" - avere "in tasca" è sinonimo di oculatezza, di parsimonia e di buona creanza. Del resto, "in tasca" ci metti i buoni propositi, le buone azioni, ciò che unisce e mai (e poi mai) quel che divide. Questa è una frase del "Papa buono", Roncalli, Giovanni XXIII°.
Col vecchio detto "candu 'na busca l'è 'na troi" (quando una pagliuzza diventa una trave) e so che il mio caro Giusepèn, si rifà al testo evangelico, quando ci si accanisce a trovare la "pagliuzza" nell'occhio del fratello e non ci si accorge di avere una "trave" nel proprio occhio.
Per dire che Giusepèn ama il dialogo. Desidera ascoltare, prima di dir la sua. Trovare nell'eloquio la vita corretta per far valere le proprie ragioni, senza erigere un "muro" nel confronti dell'altro.
Segue un'altra frase che Giusepèn induce a meditare: "a ti, s'à podi ne tòti e ne'mpatoti" (a te, non si può comprarti e nemmeno comprenderti) - quel "mpatoti" non vuole dire "impattarti" come fare a pareggio nel calcio o esercitare un "do ut des" inglorioso. Qui, "impattare" è riconoscere le ragioni dell'altro, ma far capire, proprio al contendente che non ha tutte le ragioni e nemmeno tutti i torti, ma insieme, si può risolvere la questione, in maniera civile, da persone mature.
C'è tuttavia qualcosa che fa imbestialire Giusepèn. E lo dice apertamente, dopo avere ascoltato certi soloni incapaci che, pur avendo nulla da dire o da insegnare, si ergono a "maestri" senza avere ne la competenza nell'agire e nemmeno le basi teoriche per poterlo fare. Ha sentito, Giusepèn, "uno" che s'è laureato in Architettura, dire "mi sono ammazzato di studi" e ciò è irritante, nei confronti di chi durante il giorno, andava a lavorare e, di sera, proseguiva gli studi. Il "solone" ad "ammazzarsi di studi", nemmeno conosce la logica e la portata del suo pensiero. Mantenuto dalla Famiglia sino alla Laurea, di certo non s'è "ammazzato sui libri", ma ha compiuto soltanto il "dovere dovuto" a chi l'ha mantenuto per tutto quel tempo necessario per raggiungere il traguardo.
Al riguardo, Giusepèn ha una frase "onesta" del Dialetto Bustocco da strada che ben si confà allo "stupratore della verità": "candu a merda la monta'l scogn o la spuzza o la fò dogn" e, ci vuol poco a tradurre il pensiero, anche se un pizzico di volgarità è intriso in questa allocuzione italiana: "quando la merda si pone sullo scranno, o puzza o produce danni" - ma certo: porsi "sopra le righe" o farsi mettere in "adorazione" non produce assensi e nemmeno consensi: si "puzza", l'ignoranza è grassa e fa compiere riluttanza al solo vederla - di conseguenza, quella merda (che non si riferisce alle feci, ma all'ignoranza), produce danni d'immagine, disdoro alla verità, conseguenze negative che si ripercuotono su chi …. sta sullo scranno! - a onor del vero, la Grammatica Italiana, che l'esimio Architetto ignora o produce malamente, cita prima "scranna" che è un sostantivo femminile che identifica una sedia con braccioli e schienali, alti più del dovuto, quasi fosse un trono, sopra cui c'è colui (sto che lui chiama a disdoro) che si atteggia a giudice, mentre si può usare "scranno" che è un sostantivo maschile che svolge le identiche funzioni della "scranna".
Ecco che (finalmente) Giusepèn sorride - gli vedo brillare le pupille e so che vorrebbe aggiungere un altro detto Bustocco (che è un tantino volgare), ma per signorilità, si astiene e ne trova un altro. "l'e necesari fagala capì cunt'i bei e cunt'i bon, sedanòn al fo a figua dul cuion" (è necessario fargli comprendere (allo sto- colui) la ragione al saccente, con i modi belli o con i modi buoni, per non continuare a fargli fare la figura del coglione) - "sem in Quaresima ….vuemàsi ben …sin'a candu sa po'" (vogliamoci bene, sino a quando è possibile).














