Giusepèn introduce subito il colloquio con una enorme onestà intellettuale che gli fa onore. Cosa sarei, io, senza un "maestro" così grande? - è commovente, Giusepèn. Che attacca subito. "a prima rasòn, l'è'l pruerbiu" (il primo argomento, riguarda il proverbio del nostro Dialetto Bustocco da strada): "Natòl al su, Carnevòl al foegu" che tradotto fa "Natale al sole, Carnevale al fuoco" che la dice lunga sul "tepore del Santo Natale" che ha vissuto il bel tempo, con temperatura mite per il periodo. Quindi, col "Carnevale al fuoco" ci si riferisce al freddo che deve accompagnare questo bel periodo dell'anno. Il freddo c'è ed è innegabile, con tanto di vento che fa rabbrividire, ma per onore del vero, la temperatura non è così rigida come succedeva un tempo addietro, quando si assistevano ancora alle "gelate" che promuovevano una "solidale caseula" che hanno poi tradotto in italiano col termine "bottaggio" - diciamolo, già che siamo in argomento: la "caseula" l'hanno inventata nella vicina Milano, ma la leccornia ha poi trasbordato ed è finita sui piatti Bustocchi. C'è nulla di male a riconoscere la veridicità della …. scoperta.
Sul "foegu" del Carnevale, è bene dire che le case di allora, erano riscaldate a fuoco dal camino che univa i familiari, intorno a quelle fiamme che si alimentavano sostanzialmente a legna. Poi, è arrivata la stufa. Hanno introdotto il carbone e, dentro il "forno" della stufa, si metteva "ul cuadrèl" (il mattone) "a sculdòssi" (a scaldarsi, per una nobile finalità. Portarlo a letto, dentro un sacchetto di stoffa, per scaldare le gelide lenzuola che dovevano ospitare gli intirizziti familiari. Possiamo aggiungere che la stufa, aveva una caldaia necessaria, per non far "trasbordare" l'ossido di carbonio della combustione e scaldare l'acqua che si metteva in una "scaldina" (la chiamavano pure, alla francese "boulle") che svolgeva l'identica funzione "dul cuadrèl".
A questo punto, sommessamente, Giusepèn, introduce "a seconda rasòn" (il secondo argomento) - dice schietto: "u perdù i bausci" (ho perso la saliva- come accade ai poppanti) e lo dice con fare peccaminoso, come se avesse commesso …. una colpa. Lo rincuoro un po'; specie quando Giusepèn ha posto la domanda, "eh ti? ….ti te mai perdu i bausci?" - mi affretto a dirgli che è successo anche a me; se non altro per togliere quel velo di melanconia che s'è dipinto nel suo sguardo. Lo dicono gli esperti (e non solo i geriatri) che, con l'andare dell'età (eufemismo per dire "candu s'à diventa vegi" - quando si invecchia), i muscoli, tutti, compresi quelli facciali, a volte lasciano trasparire la saliva che …. deborda. Glielo dico in dialetto e, Giusepèn annuisce.
"alùa, sun non dumò men a perdi i bausci" (allora, non sono solo io ad avere una salivazione che deborda) e ciò gli fa scomparire (non del tutto) l'aria mesta dallo sguardo. "Pensaghi non, Giusepèn" (non ti crucciare) che poi porto avanti in italiano, "a gni vegi, s'à podi perdi anca a bauscia" (a invecchiare, si può anche avere una salivazione che va per conto suo) - Giusepèn "raccoglie", gli garba il commento, ma un pizzico di stupore, non riesce a nasconderlo.
Da un po' (anche per il controllo della figlia Maria), Giusepèn non tira in ballo il Nocino: "mo al ga oei" (ora ci vuole) ed io, doverosamente, lo accompagno al cin-cin!














