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Ieri... oggi, è già domani | 19 gennaio 2026, 06:53

“chèl ca sa fea pàa Gioeubia” - “quel che si operava per la Gioeubia”

I tempi in cui l'evento non era solo rito pubblico e sorvegliato ma anche appuntamento casereccio, dalla preparazione dei fantocci, non solo femminili, al “mericanél”...

“chèl ca sa fea pàa Gioeubia” - “quel che si operava per la Gioeubia”

Oggi, a "festeggiare" la Gioeubia, ci pensa il Comune, ad organizzare l'evento. Lodevole iniziativa, ma "la mia Gioeubia" e quella dei ragazzi di allora, seguiva un iter casereccio che va  raccontato, per non disperdere il "gusto della Tradizione".

Allora, si cominciava almeno 15 giorni prima dell'ultimo giovedì di gennaio, a raccogliere tutto ciò che si poteva bruciare: dalle stoppie divelte nei campi, ai rami del bosco che chi andava a "far legna" lasciava incustodito, ben sapendo che "a far pulizia" ci pensavano i giovani. Poi c'erano carte e cartoni, accatastati nel portico, che servivano a formare la catasta (di legno e stracci vari), su cui veniva installata la Gioeubia - precisiamo subito: Gioeubia non era unicamente il "fantoccio" di genere femminile, ma (e lo catechizza Giusepèn) c'erano pure fantocci-maschili. La "bellezza" della realizzazione della Gioeubia, richiedeva fantasia, perspicacia, "umore" per far risaltare le brutture del tempo e "castigare" taluni costumi dei "pissè ca ghe" (coloro che avevano la cosiddetta "puzza sotto il naso") - era una specie di "carnevalata" in anticipo che offriva alla Festa il "gusto di salace inventiva" - rappresentato da chi "godeva" per la notorietà, anche se talvolta non faceva mancare le sue "rampogne" per gli sberleffi ricevuti.

Al dì fatidico, ogni Rione di Busto Arsizio, mostrava le proprie "invenzioni" -  e cominciava il lavoro delle "spie" che andavano a visionare il "lavoro" degli altri. Dopo l'imbrunire, però "i giochi sono fatti" e sarà il campo a decretare la Gioeubia migliore.

La catasta di ogni Gioeubia, si ingrossava a dismisura. Talune, contemplavano anche "legna-sgraffignata" (perdonate l'epiteto) che richiedeva la reazione di chi l'aveva fatta propria e custodita gelosamente. E qui, ogni Gioeubia che si rispetti, richiedeva la "cantilena" da esercitare in coro. Il motivo (cantato a squarciagola, anche dagli stonati) era: "a Gioeubia (da ripetere due volte) la mangia a cazoela, la mangia a pulenta, a Gioeubia l'e cuntenta. L'e cuntenta in ginugion cunt'i man in urazion", (la Gioeubia , mangia la cazoela, mangia la polenta, la Gioeubia è contenta. E' contenta in ginocchio con le mani a pregare). - qui voglio i "soloni" che cantano …."a Giobia" che nulla ha a che vedere con la Gioeubia che (lo ribadisco) è l'ORIGINALE della Lingua BUSTOCCA.

Seguiva un rito "un po' tanto" (eufemismo-ossimoro) pericoloso. Dall'accensione della catasta, alla realizzazione del falò, con le fiamme che crepitavano, i più agguerriti e coraggiosi (dicevano anche "i più stupidi"), sfidavano le fiamme e (dopo breve rincorsa) passavano tra le fiamme. Ci rifletto un po' solo per dire che l'operazione presentava i propri rischi. Che si contavano dopo, a operazione terminata. C'erano le bruciature dei capelli. Chiazze ingenerose sul capo, a cui si aggiungevano le ferite (bruciature) delle nocche, con altrettante bruciature ai maglioni che, all'epoca andavano per la maggiore. La valorizzazione della propria Gioeubia, contemplava anche questi due riti: canto e "prova del fuoco" - quante volte, mamma, mi "tiea a presa" (mi abbracciava) dicendomi "t'à metu su a pumòa" (ti applico la pomata (sulle mani), per lenire il dolore e per guarire dalle bruciature.

A sera, poi "i pissè caghèm" (altri protagonisti di diversa specie) davano vita al "dì scenèn" (giorno della cenetta) e, nelle case, nelle "ustaie" (Osterie) si dava il là per una cena in comune, con menù tipicamente Bustocco: "pulenta e bruscitti" - "risottu cunt'àa luganiga" - "nerviti" - "gurgunzoea" e "bruscu" par cumpesò i salamiti da cavòl  … il tutto innaffiato "cunt'ul mericanèl" che era il vinello non troppo alcolico che si produceva a Busto Arsizio.

Non mancava di certo la "visita" che si svolgeva da Rione in Rione  e, l'apprezzamento per le migliori Gioeubie. L'indomani mattina, coi tizzoni ancora accesi, si andava a Scuola, motivando le proprie bravate e, solo allora, ci si rendeva conto di quanto si era incoscienti.

Oggi è vietato "bruciare" in casa le proprie Gioeubie; si devono recapitare in Piazzali ben definiti e si compie il rituale "sotto controllo" da chi deve preoccuparsi di tutelare il bene pubblico e l'incolumità dei festaioli.

Gianluigi Marcora

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