Sociale | 23 gennaio 2026, 18:37

Liuc, quando l’errore diventa responsabilità: cattolici e rieducazione, un rapporto scomodo ma necessario

Un confronto intenso sul significato dell’errore e della pena ha chiuso il ciclo “Errare humanum est”, organizzato alla Liuc mettendo al centro il rapporto complesso tra cattolici e rieducazione. Don David Riboldi ha smontato l’ambiguità del termine “rieducazione”, richiamando Costituzione, coscienza individuale e concrete esperienze di reinserimento sociale. Dal carcere alla società, il dibattito ha rilanciato l’urgenza di un’educazione che accompagni tutta la vita, senza ridurre la persona al suo errore

L’errore non è mai una parentesi innocua. È una ferita che interroga la coscienza individuale e collettiva, soprattutto quando prende la forma del reato e della pena. Con questa consapevolezza si è chiuso il ciclo di incontri “Errare humanum est”, un percorso che ha scelto di non addolcire le domande ma di affrontarle fino in fondo. L’ultimo appuntamento, dal titolo “I cattolici e la rieducazione: storia di un rapporto giustamente tortuoso”, ha visto protagonista don David Riboldi, cappellano della casa circondariale di Busto Arsizio, in un confronto serrato sul senso della pena e sul destino delle persone che sbagliano.

Ad aprire l’incontro è stata Eliana Minnelli, coordinatrice del ciclo, mentre la riflessione istituzionale è stata affidata ad Anna Gervasoni, rettrice della Liuc. Le sue parole hanno subito ancorato il tema all’attualità più viva: formare bene le persone significa accompagnarle anche quando inciampano, incoraggiarle a cercare una strada possibile dentro ostacoli ed errori. In questo senso, il ciclo “Errare humanum est” non è stato solo un esercizio culturale, ma un atto educativo nel senso più pieno del termine.

Il cuore dell’intervento di Don David Riboldi ha ruotato attorno a una parola scomoda: rieducazione. Un termine che, ha spiegato, ha trovato nel carcere la sua riformulazione moderna, ma che continua a “suonare male”. Non a caso è diventato oggetto di studio anche nel suo percorso accademico, culminato con una seconda laurea in Scienze dell’educazione. La rieducazione compare solennemente nell’articolo 27 della Costituzione italiana, dove si afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e che non è ammessa la pena di morte. Ma proprio questa solennità, secondo Riboldi, nasconde una fragilità concettuale: il carcere non può essere ridotto a una punizione, deve essere tempo e spazio perché una persona possa uscire migliore, non semplicemente domata.

A ricordarlo, già nel 1947, fu Aldo Moro, allora trentunenne, quando parlò della funzione etica e sociale della pena e della necessità di recuperare una funzione positiva, capace di guardare al futuro del reo e della società insieme. Oggi, non a caso, si preferisce parlare di reinserimento sociale più che di rieducazione. Il termine costituzionale resta, ma è proprio la sua indeterminatezza a renderlo pericoloso: lasciare una parola così vaga in balia del potere politico di turno significa aprire la porta a interpretazioni arbitrarie, anche oppressive. Non stupisce, dunque, che anche nel mondo cattolico esistano forti riserve su questo concetto.

La realtà quotidiana del carcere rende queste riflessioni tutt’altro che teoriche. A Busto Arsizio la capienza regolamentare è di 240 posti, ridotti a 210 per celle inutilizzabili, a fronte di 455 detenuti. In questo contesto parlare di rieducazione “per il bene della società” rischia di diventare una formula vuota. Per Riboldi, l’educazione non può essere piegata a un’utilità esterna: riguarda la persona nella sua interezza e nella sua coscienza, non l’ingegneria sociale.

Da qui il valore delle esperienze concrete di inclusione, come La valle di Ezechiele, che gestisce il chiosco “Da Mario” a Fagnano Olona. Chi entra sa di essere servito da persone detenute, ma nessuno chiede quale reato abbiano commesso. È questo il reinserimento sociale: mettere in gioco i talenti senza ridurre l’individuo al suo errore, restituendogli dignità e responsabilità.

Il discorso si è fatto ancora più profondo con il racconto della vicenda di Alessandro Zappata, agente di custodia e prima pietra d’inciampo del Comune di Bergamo. Quando il fascismo iniziò a incarcerare i partigiani, Zappata scelse di disobbedire per fedeltà alla propria coscienza. Pagò quella scelta con l’arresto, la deportazione e infine la vita. La sua storia, ha sottolineato Riboldi, commuove perché mostra fino a che punto una persona può restare fedele a sé stessa senza cedere di un millimetro. È la coscienza, non la rieducazione imposta, il vero luogo dell’educazione.

Da qui l’ultima, decisiva provocazione: chi è titolare dell’educare? L’educazione non riguarda solo l’infanzia o l’adolescenza, ma attraversa tutta la vita dell’uomo. L’apprendimento è strutturale al percorso esistenziale, mentre la rieducazione, nel suo uso corrente, rischia di ridursi a un addestramento di nuove competenze, a una correzione funzionale e superficiale. È questa la sua debolezza di fondo: una parola troppo fragile per reggere il peso della dignità umana.

L’incontro si è chiuso senza soluzioni facili, ma con una certezza più netta: parlare di errore, di pena e di educazione significa scegliere di stare dalla parte delle domande scomode. Perché solo riconoscendo la fragilità dei concetti che usiamo possiamo evitare che diventino strumenti di potere e restituirli, finalmente, alla coscienza delle persone.

Laura Vignati

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