Confessione: non ho ricordi della Giöbia che risalgano alla mia infanzia o alla mia adolescenza. Forse perché la dimensione cittadina prevaleva da un pezzo, i cortili erano solo raccontati, non vissuti. È occorso tempo per vivere a fondo questo rito e questa emozione, in me.
Qui sta la straordinaria magia della Giöbia a Busto e non solo (la Valle Olona non è meno scatenata): un fuoco non solo inestinguibile, ma in realtà sempre più travolgente. Un'autentica calamita di identità che la moltiplica unendo tutti e non facendo differenze con nessuno.
Confessione numero due: quest'anno ho caldeggiato un desiderio che avevo già in parte interpretato con i B300 quando andammo in piazza con i bigliettini dei bimbi e delle loro paure da bruciare, ovvero avere un fantoccio da consegnare a fiamme fisiche e simboliche. Con la mamma tornata bambina, con la vicina artista, timidamente proponendo poi a palazzo e alla parrocchia che farà già ardere il falò.
Sì, perché è facile gridare: bruciamo la Giöbia. Non c'è più appunto il cortile e se anche ci fosse, si impongono i legittimi problemi di sicurezza, la un po' meno legittima invadenza della burocrazia: quelle che, per intenderci, hanno aiutato a far sparire il falò dei Re Magi.
Non la Giöbia.
Perché sentirsi ardere dal desiderio di realizzare un fantoccio (che poi ogni volta che esci dal pianerottolo, sobbalzi perché non ti ricordavi che fosse lì e ti fissa negli occhi), prima ancora di crearlo giorno dopo giorno, di condividerlo e infine darlo alle fiamme con la tua città e prima ancora con il tuo rione? Ci sono un sacco di esperti, dalla psicologia alla sociologia, ma a me viene solo una risposta piccola e forse infantile: perché fa battere forte il cuore. Perché per qualche giorno e per una sera, in qualche caso anche per una notte, ci sentiamo di poter sconfiggere le paure nostre e dell'umanità. E il bello è che possiamo, vogliamo, dobbiamo farlo insieme. Non solo inestinguibile, ma sempre più virale. Perché per quelle ore, e forse un pochino di più, ci sentiamo uniti, nelle nostre - anche siderali - differenze che invece strumenti come social sembrano accentuare.
Lei no.
Con la Giöbia parliamo la stessa lingua, offriamo lo stesso sorriso e le medesime emozioni, avvertiamo che c'è qualcosa che proviene da lontano, eppure è così vicino a noi, così antico eppure può guidarci verso il futuro. Che questo rito è nostro, ma parla anche a chi viene da altri Paesi o anche solo da città in cui non si conosceva. Ecco, forse per questo lo sentiamo così nostro, perché appartiene a tutti: basta voler tornare bambini per una sera, scivolando in una breve malinconia quando le fiamme in via Einaudi (o negli altri, non meno vivaci punti della città) si placano. Magari anche dimenticando cellulari, selfie, post. Impossibile? Va be', fa niente, questa è un'altra storia, che alla Giöbia probabilmente neanche interessa. Lei i social li domina, non se ne fa dominare: se non è magia questa.
LA Giöbia a Busto QUI, QUI, QUI E QUI
La Gioeubia in Valle QUI




