Busto Arsizio - 12 settembre 2026, 09:45

Dallo scambio della borraccia al tabù della sesta vittoria: i segreti del Tour de France raccontati da Beppe Conti

FOTO. Piazza Santa Maria è stata suggestivo teatro della presentazione de "Il giallo del Tour", ultimo appuntamento letterario dell'edizione 2026 di "SportivaMente". Condotto da Giovanni Toia, in compagnia del patron della Tre Valli Renzo Oldani, il giornalista torinese ha sciorinato, con il consueto garbo, piccoli e grandi aneddoti della più famosa delle corse ciclistiche mondiali, con un focus sul varesino Alfredo Binda

L'ultima serata di SportivaMente negli scatti di Alessandro Galbiati

L'ultima serata di SportivaMente negli scatti di Alessandro Galbiati

Il fascino del grande ciclismo, fatto di fatiche d’altri tempi, rivalità leggendarie e retroscena inediti, ha riempito piazza Santa Maria in occasione della terza serata di "Sportivamente". La basilica ha fatto da sfondo ai racconti a tinte gialle sulla più importante delle gare ciclistiche. Imbeccati dalla sapiente "penna" di Giovanni Toia, è nato un dialogo serrato tra il giornalista e scrittore Beppe Conti, autore del volume «Il giallo del Tour», e Renzo Oldani, figura di riferimento del comitato organizzatore della società ciclistica Alfredo Binda.

L’incontro ha condotto il pubblico alle radici stesse della "Grande Boucle", nata all' inizio del Novecento con tappe che somigliavano a vere e proprie maratone da 450 chilometri. Biciclette dal peso di quindici chili spinte a una media di venticinque chilometri orari, con partenze nel cuore della notte, attorno alle 2, per consentire ai corridori di raggiungere le città d’arrivo nel pomeriggio, tra le 15 e le 16, davanti a una folla in attesa. Conti ha rievocato i primi anni pionieristici contrassegnati da colpi di scena e sotterfugi, con concorrenti timbrati a sorpresa lungo il tragitto in posti segreti per scongiurare che salissero sui treni notturni. Emblematico l’anno 1904, funestato da sabotaggi, chiodi gettati sul fondo stradale dalle case rivali e risse, che portarono alla squalifica dei primi quattro classificati e alla vittoria a tavolino di Henri Cornet, rimasto ancora oggi il più giovane trionfatore della corsa a nemmeno vent’anni.

Il vero salto di qualità della manifestazione avvenne però nel 1930, con l’avvento delle formazioni nazionali al posto delle squadre di marca e la nascita della celebre carovana pubblicitaria, autentico carnevale itinerante capace di catalizzare migliaia di appassionati e famiglie al seguito in camper. In quella svolta epocale emerse la figura monumentale di Alfredo Binda, capace di trionfare come atleta ma ancor più di imporsi come commissario tecnico leggendario. Conti ha svelato la singolarità di quel periodo storico ricordando che «lo pagarono 22.500 lire perché stesse a casa dal Giro d'Italia, perché era troppo forte e toglieva interesse alla corsa, dopo che nel 1927 aveva vinto dodici tappe su quindici». Un dominio tale che, come ha rimarcato ancora il giornalista.

Sul palco, Renzo Oldani ha ribadito con orgoglio il valore di quell'eredità sportiva: «Alfredo Binda è stato un grandissimo corridore, ma anche un grande tecnico che sapeva amalgamare e mettere insieme caratteri difficili. Avere la fortuna di portare il suo nome è per noi sempre un motivo di grande orgoglio». Tra i campioni gestiti da Binda spiccava proprio la coppia formata da Fausto Coppi e Gino Bartali. A questo proposito Conti ha rivelato i retroscena della convivenza tra i due fuoriclasse, a partire dall'accordo sui rispettivi gregari trovato a Recanati nell'abitazione del poeta Giacomo Leopardi, dove Binda giunse in treno da Milano per sancire la tregua.

Sempre legata all'edizione del 1952 è la genesi dello scatto più celebre del ciclismo mondiale, orchestrato dal fotografo milanese Carlo Martini dello «Sport Illustrato», che sulle rampe del Galibier sollecitò i due azzurri dicendo: «Stiamo dominando il Tour, finalmente andate d'accordo: fate vedere che andate d'accordo, scambiatevi la borraccia che io devo fare la foto per la copertina». L'episodio più genuino si consumò invece il giorno seguente, nella frazione diretta a Montecarlo, quando Coppi forò e Bartali si fermò per cedergli la propria ruota; una scena che spinse il commissario tecnico Binda ad ammettere commosso che «in quel momento li avrei abbracciati, perché ho capito che avremmo vinto il Tour». La schiacciante superiorità di Coppi in quella corsa trovò sintesi nella risposta che Bartali diede allo sconsolato belga Stan Ockers: «Gino, cosa avremmo dovuto fare per battere questo Coppi che ci ha ridicolizzati così?», sentendosi replicare: «Avremmo dovuto comprarci due motorini».

Spazio poi ai misteri e ai risvolti politici del ciclismo del Novecento. È stata ripercorsa la vicenda di Ottavio Bottecchia, primo italiano a vestire la maglia gialla dalla prima all’ultima frazione, la cui tragica fine nel 1927 in allenamento resta avvolta da ipotesi mai del tutto chiarite, tra ostilità del regime fascista, scommesse clandestine e dicerie popolari. Un destino legato alle vicende storiche anche quello di Bartali nel 1937, costretto al ritiro a Marsiglia su ordine giunto da Roma per timore di una sconfitta sportiva contro i rivali d'oltralpe, prima del riscatto trionfale nel 1938.

Non sono mancati i richiami ai duelli tra Jacques Anquetil e Raymond Poulidor, l’eterno secondo amato dal popolo che non riuscì mai a indossare il simbolo del primato pur salendo otto volte sul podio finale a Parigi. Conti ha rammentato le ultime parole pronunciate da Anquetil in clinica all'indirizzo dello storico avversario: «Vedi Raymond come va la vita: arrivi secondo anche stavolta perché muoio prima io». Nel novero delle grandi imprese italiane sono stati rammentati pure il successo di Gastone Nencini nel 1960, ultimo trionfo della gestione tecnica di Binda, e l'affermazione del giovanissimo Felice Gimondi nel 1965.

L’analisi si è quindi concentrata sulla valenza gestionale ed economica delle grandi manifestazioni sportive. Renzo Oldani ha evidenziato come l'organizzazione francese rappresenti un modello da cui attingere quotidianamente: «Il Tour non è soltanto un momento sportivo, ma un evento di relazioni fondamentali tra politica, gente comune e imprenditori. Anche noi, nella nostra dimensione, cerchiamo di seguire questo esempio con la Tre Valli Varesine creando connessioni sul territorio, perché lo sport unisce davvero tutti». Un impegno che si riflette nella scelta di confermare Busto Arsizio quale sede di partenza al Museo del Tessile, con una forte attenzione al mondo della scuola e delle giovani generazioni.

Il dibattito ha toccato infine l’epoca contemporanea, ricordando come dal 1985 la Francia non riesca più a imporsi nella propria corsa di casa, passando per le cronometro chilometriche che negli anni Novanta favorirono Miguel Indurain contro Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, fino alla scelta del Giro d'Italia di non cedere alle pressioni sui calendari internazionali, lasciando alla Vuelta di Spagna la collocazione a fine estate. Riflettori puntati infine su Tadej Pogačar, che, nonostante il grave infortunio rimediato alla Vuelta, si è appena vincolato alla propria formazione, la UAE, fino al 2032 con una missione precisa descritta da Beppe Conti: «Negli Emirati Arabi hanno detto chiaramente a Pogačar: scegli tu le gare che preferisci, l'importante è che cerchi di vincere il Tour de France». Sullo sloveno pesa però la sfida statistica del sesto sigillo, una barriera che Conti ha definito complessa da infrangere: «Il sesto Tour è storicamente il Tour maledetto: ad Armstrong è stato tolto, mentre tutti i grandissimi, da Anquetil a Merckx, da Hinault a Indurain, hanno fallito l'assalto alla sesta vittoria». Una chiosa stemperata dal sorriso di Renzo Oldani, che ha concluso augurando il meglio al fuoriclasse ma con una priorità territoriale: «Speriamo che riesca nei suoi intenti, ma prima di tutto spero che venga a vincere la sua terza Tre Valli Varesine».

Giovanni Ferrario

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