Cultura - 11 settembre 2026, 08:40

Stefano Tacconi e l’arte di parare a SportivaMente. Dallo Speroni alla sfida più difficile

Il grande portiere della Juventus è tornato a Busto e ha firmato il muro dello stadio dove aveva giocato prima di presentare alla concessionaria Paglini di Castellanza il libro che racconta la sua vita, dentro e fuori dal campo. Tra ricordi, paura, famiglia e una rinascita dopo la malattia conquistata giorno dopo giorno. Con la solita, irresistibile ironia

Le immagini della seconda serata di Sportivamente negli scatti di Alessandro Galbiati

Le immagini della seconda serata di Sportivamente negli scatti di Alessandro Galbiati

«Siamo invecchiati male». Stefano Tacconi scherza con i suoi ex compagni della Pro Patria (stagione '77/'78) allo stadio Speroni, dove nel pomeriggio è tornato per lasciare la sua firma, e sorride. È il suo modo di riannodare il filo con un passato che non è mai davvero passato. Il servizio militare a Varese, il calcio di quegli anni, le sfide, le vittorie. E poi la Juventus, quella dei grandi campioni, quella che aveva trasformato la Serie A nel «campionato più bello del mondo».

Qualche ora dopo, giovedì 10 settembre, Tacconi è alla Concessionaria Paglini di Castellanza nella seconda serata di SportivaMente (il Festival dei Libri Sportivi organizzato dall’Associazione Culturale Territori in collaborazione con il Gruppo More News, editore de ilBustese.it) per presentare «L’arte di parare», il libro che racconta il suo primo e il suo secondo tempo. A dialogare con lui, davanti al sindaco di Busto Arsizio Emanuele Antonelli, al vicesindaco Luca Folegani, all'assessore regionale alla Cultura Francesca Caruso e ad altri amministratori del territorio,  è Riccardo Canetta, giornalista de ilBustese. Un incontro che diventa presto qualcosa di più della presentazione di un libro: è il racconto di una vita vissuta sempre a tutta velocità, anche quando la velocità è stata sostituita dalla fatica di imparare nuovamente a camminare.

Due tempi, una sola partita

Il primo tempo è quello del grande portiere. Dal 1983 al 1992 Tacconi è uno dei simboli della Juventus, chiamato a raccogliere un’eredità pesantissima, quella di Dino Zoff. Nello spogliatoio ci sono campioni come Michel Platini, Gaetano Scirea, Marco Tardelli e Gianluca Vialli. Arrivano due Scudetti, la Coppa dei Campioni conquistata all’Heysel e soprattutto la Coppa Intercontinentale del 1985 contro l’Argentinos Juniors, con Tacconi protagonista assoluto.

Ma il secondo tempo comincia il 23 aprile 2022, quando, poco dopo aver partecipato a un evento benefico, viene colpito da un aneurisma cerebrale.

«Stavo andando in coma e mio figlio mi ha fatto mettere di fianco per farmi respirare. Aveva imparato quelle mosse dal Doctor House», racconta con il sorriso. Andrea, in quel momento, gli salva la vita.

Poi arriva il coma e dopo il coma una strada completamente nuova. Ospedali, trasferimenti, fisioterapia. Asti, Alessandria, Milano, San Giovanni Rotondo. Tre anni di fatica. «La famiglia è stata la miglior medicina». La moglie Laura con il cognome eloquente Speranza, i quattro figli, una presenza che non viene mai meno.

Quando gli raccontavano che la Juventus aveva vinto, lui con un dito “diceva” ok. Un gesto semplice, quasi un segnale dal mondo nel quale stava cercando di tornare.
E quando finalmente apre gli occhi e vede la moglie, la prima reazione è perfettamente da Tacconi: «Ho pensato: questa è qui a rompermi anche in paradiso».

La paura, una nuova compagna

Nel libro lo sport si intreccia con la malattia, la sofferenza con la rinascita. Tacconi non nasconde nulla, nemmeno la paura. «Dopo la malattia ho conosciuto una nuova compagna: la paura. Ho visto gente che nelle mie condizioni non ce l’aveva fatta».

Ma la paura non è diventata una resa. È diventata un avversario da affrontare. Come un attaccante da studiare prima di una partita.
La fisioterapia è stata il nuovo allenamento. E a San Giovanni Rotondo è accaduto qualcosa che Tacconi racconta ancora con stupore: «Avevo fatto beneficenza all’ospedale di Padre Pio e mi hanno chiesto di andare da loro. Sono entrato in carrozzina e sono uscito con le mie gambe».

Platini, Maradona e quella punizione

I ricordi calcistici arrivano uno dopo l’altro, mescolati alle battute. Prendere il posto di Zoff? «Non è stato facile». E quando gli chiedono chi sia il portiere più forte di tutti i tempi, preferisce non sbilanciarsi. Il suo preferito di oggi è Carnesecchi, portiere dell’Atalanta.

Il compagno più forte? «Platini». Ma subito aggiunge Gentile e Cabrini. L’avversario più forte, invece, è Diego Armando Maradona. La spiegazione è da Tacconi: «Platini aveva bisogno dei compagni, Maradona no».
E proprio Maradona torna nelle domande dei bambini, curiosissimi di incontrare un campione che appartiene alla storia del calcio. «Meno male che non ho parato la punizione di Maradona», risponde Tacconi, strappando un sorriso. Un modo per diventare immortale. La parata più bella? Quella su Gomes nella finale della Coppa delle Coppe 1983-84 contro il Porto.

«Il calcio di oggi mi annoia»

Poi c’è il calcio di oggi. E qui Tacconi non usa mezze misure. «Mi annoio tantissimo. Non riesco a vedere una partita, anche della Juve, fino alla fine. Mi addormento prima».
Non gli piace il calcio del «tic tac», quello che secondo lui ha perso fantasia e imprevedibilità. Il calcio di una volta era anche un'altra cosa: «Con gli Agnelli eravamo una famiglia unica».

E arrivano anche i ricordi delle mitologiche telefonate dalla casa Agnelli, persino alle quattro del mattino. «L'ho anche mandato a quel paese, pensando a uno scherzo», racconta, sempre con quella guasconeria che non lo ha mai abbandonato.

«Un uomo che non piange…»

C’è però un passaggio in cui l’ironia lascia spazio alla commozione. Tacconi cita una frase proprio di Gianni Agnelli: «Un uomo che non piange non potrà mai fare grandi cose». «E io ho pianto».

È forse tutta qui la forza del secondo tempo di Tacconi. Nell'avere accettato anche la fragilità, senza rinunciare alla voglia di combattere. Nel libro convivono il campione che ha parato rigori e palloni impossibili e l'uomo che ha dovuto imparare nuovamente gesti semplicissimi. E in mezzo c'è sempre la famiglia.

Le domande dei bambini

La parte più tenera dell’incontro arriva quando a prendere il microfono sono soprattutto i bambini. Tacconi racconta che da piccolo tifava Inter, che fu costretto dai fratelli maggiori a fare il portiere e che oggi non avrebbe il carattere per allenare. «Il portiere è solo sempre, anche tra i compagni».

E il libro? Anche quello, a quanto pare, non era esattamente una sua idea: «Sono stato obbligato da mio figlio a scriverlo».
Tacconi è così: prende una domanda seria e la trasforma in una battuta, racconta una ferita senza cercare compassione, parla delle vittorie senza mettersi su un piedistallo.
Racconta anche di essere un bravo cuoco: ha frequentato l'alberghiero e gli piace cucinare. «Mia moglie nemmeno un uovo sa fare». In ospedale arrivava persino a cucinare per gli infermieri. E nei momenti più difficili c'erano anche le partite a carte, altro modo per sentirsi ancora parte di una normalità.

«Voglio»

Alla fine del libro c'è un capitolo che si intitola semplicemente «Voglio». Ed è forse la parola che meglio racconta il Tacconi di oggi. «Voglio lavorare, andare in vacanza con mia moglie e continuare a rompere le balle a tutti».
Una conclusione perfettamente coerente con una storia nella quale la volontà è stata decisiva.

A chiudere idealmente l'incontro è il messaggio della sindaca di Castellanza Cristina Borroni: «Se vogliamo risultati nello sport occorrono massimo impegno e sforzo, ma anche umanità e valori profondi. Il valore più grande è vivere la vita come si presenta, imparare a viverla fino in fondo, anche quando ci troviamo di fronte a situazioni negative».
Tacconi quella partita la sta ancora giocando. E, dopo aver passato una vita a parare i palloni degli altri, oggi ha imparato la cosa più difficile: parare i colpi della vita e continuare a stare in piedi a testa alta.

Laura Vignati


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