«Questa è una storia di soldati e di famiglie, la storia di una ferita, passata a figli e nipoti. Di un lutto che si è trascinato nelle case, irrisolto, per oltre 80 anni». Ha esordito così, giovedì sera al Circolo Gagarin di Busto, Claudio Mezzanzanica, presidente dell’Istituto varesino di Storia del Novecento. Introduceva un incontro dedicato a vicende rimaste spesso nell’ombra, condotto con studenti, una trentina, del Liceo Cairoli di Varese. Al suo fianco, Aurora Vernocchi, 18 anni appena compiuti, discendente di un reduce, all’orizzonte l’esame di maturità, alle spalle l’esperienza di oltre un anno tra archivi, documenti, scoperte. Anche riconoscimenti. Introdotti da Marco Spinelli, i due hanno ripercorso la vicenda, poco raccontata ma riemergente, degli Imi – Internati militari italiani, centinaia di migliaia di soldati finiti negli stalag tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Uomini, perlopiù ragazzi, cui non fu riconosciuto lo status di prigioniero di guerra. Schiavi denutriti e vestiti di stracci, forza-lavoro vessata e fatta oggetto di torture fisiche e psicologiche, vittime di esecuzioni sommarie. Nessun diritto se non quello di ricevere qualche pacco da casa (solo se la casa si trovava nel territorio della Repubblica Sociale) e di scrivere cartoline telegrafiche, setacciate dalla censura, utili giusto perché i parenti deducessero: «E' ancora vivo».
Mezzanzanica ha delineato le dimensioni del dramma: con l’armistizio, lasciato allo sbando da uno Stato Maggiore che evapora e fugge, l’esercito italiano è in balia dei tedeschi. Tanti gli episodi di resistenza, anche eroica, ma il quadro complessivo è impietoso. In due settimane, 800mila militari vengono catturati, in Italia e ovunque siano dispiegati. Circa 150mila aderiscono alla Repubblica di Salò. Grazie a un’operazione, quella sì, perfettamente organizzata dalla Germania, gli altri 650mila finiscono nei campi di concentramento. In virtù e per colpa di una scelta consapevole, il “no” pronunciato di fronte alla prospettiva di continuare a combattere per il fascismo e con i nazisti.

Ad Aurora Vernocchi il compito di addentrarsi nelle storie dei singoli, della gente di casa nostra. Fra le altre, 12, quella di Mario Bogni, da Gavirate, che in Albania sopravvive per un soffio alla decimazione da parte dei tedeschi ma rimane traumatizzato a vita: il cugino, al suo fianco nel momento della “conta”, viene giustiziato sul posto. Un Maffioli, segni indelebili di nerbate sulla schiena: racconta della loro origine ai familiari stretti solo in tarda età. Renato Perruzzotti, il cui diario viene recuperato in una soffitta, 15 anni dopo la morte. «In archivi varesini abbiamo trovato foglietti in carta velina, scritti dalla stessa mano anonima, con i nomi di possibili internati e dei rispettivi stammlager. A Castelseprio è emersa una lettera, la corrispondenza di un Giuseppe Daverio con la moglie. Si leggono passione e quotidianità. La data – la voce di Aurora si incrina – è 7 settembre ’43, il giorno prima dell’armistizio. Daverio si trovava in una zona di eccidi, è probabile che ne sia stato vittima».
A colpire è lo scarso rilievo che la vicenda degli Imi ha avuto a conflitto terminato. Gli internati erano scomodi, questa in estrema sintesi la lettura di Mezzanzanica, anche perché «…tornati, rividero a comandare, o comunque pienamente reinseriti, uomini che erano fuggiti, mentre loro avevano pagato a caro prezzo il rifiuto di combattere». L’umiliazione fu tale che gli stessi Imi nella maggior parte dei casi scelsero di tacere, anche in famiglia. In pochi parlarono, raccontarono. Tutti si tennero le conseguenze psicologiche e fisiche della prigionia: ricordi tormentosi, cicatrici, il terrore per i tuoni notturni, così simili a esplosioni, il panico al sentire un latrato, come fosse quello dei cani da guardia, il suono divenuto intollerabile della lingua tedesca.

Sono i figli e i figli dei figli, oggi, a raccogliere l’esperienza degli internati, almeno quando trovano, solitamente per caso, tracce del passato nascoste nei cassetti, nelle cantine, nei solai. Al Gagarin si sono alzate tante mani. Quella di una nipote, da Olgiate Olona. «Nel vostro racconto - così si è rivolta ai relatori - ho ritrovato mio nonno. Ho scoperto documenti su quello che ha vissuto, li ho raccolti. Mi mancava un tassello: la scelta del “no”». Una figlia, da Busto: «Alla luce del vissuto in prigionia, ho capito qualcosa di più di mio padre, di un uomo difficile, che mi ha lasciato una complicata eredità». E ancora voci da Legnano, da Gorla Minore (su Luigi Tognoni, un viaggio tra luoghi e cartoline rassicuranti che non rassicuravano, racconto di «…un nonno che non ho mai conosciuto»), da Venegono Inferiore (a margine della conferenza, con la rievocazione di un viaggio sui luoghi della prigionia). «Mio nonno – altra testimonianza – era un contadino. Forse non sapeva nemmeno scrivere, ovviamente non ci sono lettere. Ci sono solo i racconti degli altri. E in famiglia si è tramandato questo, un grande silenzio».
Mezzanzanica ha spiegato le tante difficoltà disseminate lungo il cammino che porta, dovrebbe portare, alla creazione di archivi il più ricchi possibile, auspicabilmente anche nell’Istituto da lui presieduto. Innanzitutto documenti e manoscritti disseminati tra istituzioni e case private, spesso sconosciuti a chi, inconsapevolmente, li ha nelle proprie disponibilità, oltre all’imponente lavoro necessario a cercare, visionare, catalogare, duplicare, digitalizzare.
Però l’interesse c’è e, in un certo senso, non potrebbe essere altrimenti. Conferma di Aurora: «Il nostro progetto, con i suoi risultati, si è guadagnato riconoscimenti. Abbiamo ricevuto il Premio nazionale Giovanni Grillo, siamo stati ricevuti alla Camera. Pensavamo che finisse lì. Ma nei mesi delle ricerche la scuola ha iniziato a ricevere chiamate di persone che volevano sottoporci la storia dei loro parenti. Sempre di più. E le richieste continuano tuttora. Credo che si andrà avanti».
L’impellenza di un ricordo diffuso, che preme per emergere ed essere raccolto, è stata chiara anche al Gagarin: tanta voglia di raccontare, in sala, ma anche richieste per avere suggerimenti su come procedere per recuperare tasselli della storia di uomini che non possono più parlare. E che in qualche modo ancora comunicano la loro esperienza. La esprimono anche con le parole degli studenti del Cairoli, che hanno dedicato loro composizioni in prosa e in versi. Aurora, fra gli altri, ha trovato parole per un Imi, per gli Imi, e le ha usate a conclusione della serata: «Ho ingoiato quel filo spinato fino all’ultimo, finché la morte non mi ha teso la mano come una vecchia amica. Che qualcuno dei miei nipoti soffi via il mio nome dal libro dell’oblio».




