Cultura - 29 settembre 2026, 12:40

«Figli del rock»: quando una canzone accende un ricordo

Marilena Lualdi ha presentato in biblioteca il suo nuovo romanzo, dialogando con Massimo Vitali, volontario storico delle Cuffie colorate. Una serata tra musica, ricordi, amicizia e storie di vita. Perché il rock, ieri come oggi, può ancora essere un modo per rompere gli schemi e sentirsi parte di una comunità

Marilena Lualdi e Massimo Vitali

Marilena Lualdi e Massimo Vitali

Una canzone parte e, quasi magicamente, riporta indietro nel tempo. Un concerto, un volto, un’amicizia, un’età della vita. È questo il filo conduttore della serata di lunedì 28 settembre in biblioteca a Busto Arsizio, dove Marilena Lualdi ha presentato il suo libro “Figli del rock” (edito da "Progetto Cultura"), nell’ambito della rassegna “Autunno tra le righe”, promossa dall’Amministrazione comunale e dalla biblioteca di Busto Arsizio.

A dialogare con lei Massimo Vitali, anima storica delle Cuffie colorate, che ha accompagnato la conversazione con domande capaci di far emergere non soltanto il libro, ma anche il rapporto personale della giornalista e scrittrice con la musica. In sala, tra il pubblico, anche i ragazzi delle Cuffie colorate, protagonisti a loro volta di una serata nella quale la musica non è stata soltanto raccontata, ma anche ascoltata e condivisa. Accanto a loro l'assessore alle politiche istituzionali Mario Cislaghi.

Chi sono i figli del rock?

La domanda arriva quasi naturalmente: chi sono, davvero, i “figli del rock”? La risposta di Lualdi è un invito a riconoscersi in una generazione e, insieme, a scoprire quanto la musica sappia ancora parlare a tutti. «Creature insospettabili, insolite, basta un accenno e ti illuminano. Vogliamo rivivere emozioni, vissuti. Basta un accenno a quel concerto e scatta subito il ricordo». È proprio la memoria il cuore del romanzo. Il rock diventa alternativa alla monotonia, antidoto al conformismo, espressione di ribellione e desiderio di libertà, ma anche custode di sogni ed energia creativa e collettiva.

Quando la musica diventa una storia

“Figli del rock” è un romanzo di formazione. Al centro c’è un ragazzo che racconta la propria vita e una ricerca di sé che passa anche attraverso gli altri. Ci sono gli amici, le band condivise, le canzoni che scandiscono i momenti e che, come una colonna sonora, aiutano anche ad alleggerire la tensione.

«Nella mente avevo storie che giravano e io sono appassionata di biografie, soprattutto nella musica», ha raccontato Lualdi, ricordando quanto da adolescente fosse forte il desiderio di conoscere tutto dei propri idoli. La musica, dunque, non è semplice sfondo narrativo: accompagna la crescita, diventa linguaggio, memoria e strumento per interrogarsi sulla propria identità.

Una passione nata da adolescente

Il rapporto di Marilena Lualdi con il rock affonda le radici nell’adolescenza. All’inizio anche l’influenza della cugina, poi la scoperta di artisti e gruppi che hanno accompagnato diverse stagioni della sua vita. Tra i ricordi riaffiora anche Umberto Tozzi, che da ragazza le piaceva perché aveva, come lei, le lentiggini. Poi il rock internazionale, i Kiss, i Doors, Bon Jovi e tanti altri artisti che sono entrati nella sua personale colonna sonora. Ma anche gli artisti italiani hanno avuto un ruolo importante. Tra quelli che sente più vicini allo spirito dei “figli del rock” cita Franz Di Cioccio e i Nomadi. E poi Elvis, al quale è particolarmente affezionata.

Le canzoni che restano

Perché alcune canzoni riescono a rimanere con noi per cinquant’anni? La risposta di Lualdi parte dalla memoria e dal momento della vita nel quale una musica ci incontra. «Una canzone incontra te in un certo momento della tua vita e a volte ti accompagna sempre».

Non tutte, però, restano per sempre. Anche quelle più amate possono essere messe da parte per un periodo, per poi magari tornare. «Nel libro si parla di canzoni che accompagnano la tua vita ma a volte bisogna lasciarle. In certi momenti i Doors, che mi piacciono tanto, alcune volte li devo abbandonare».

Le tre canzoni della vita

Massimo Vitali porta poi Lualdi a scegliere alcune delle canzoni più significative della sua vita. Tra queste “I Was Made for Lovin’ You” dei Kiss e “Sure Know Something”, alla quale associa un messaggio importante: rispettare chi rompe gli schemi, perché ognuno ha diritto anche di sbagliare. E poi “Wanted Dead or Alive” dei Bon Jovi. Ma la colonna sonora personale della scrittrice comprende anche “Io vagabondo”, definita la canzone del cuore, Patty Smith, legata anche alla poesia di Rimbaud e i Def Leppard, dei quali Lualdi ricorda l’integrità e la capacità di raccontare storie capaci di lasciare il segno.

Diego, il «regista» della musica

A rendere ancora più coinvolgente la serata sono stati i brani musicali che, a sorpresa, hanno accompagnato il dialogo. E tra i ragazzi delle Cuffie colorate c’era anche Diego, che ha avuto un compito speciale: fare da vero e proprio “regista” musicale, occupandosi di far partire i brani nel momento giusto. Una presenza discreta, ma importante, che ha trasformato la presentazione in un racconto fatto non soltanto di parole. Bastavano poche note per riportare tutti dentro una storia, un’epoca, un’emozione. Così i ragazzi delle Cuffie colorate non sono stati soltanto tra il pubblico, ma hanno partecipato concretamente alla serata, diventando parte di quel dialogo tra musica, persone e ricordi che ha caratterizzato l’incontro.

«Mi dipingerò nell’anima»

Non sono mancati gli episodi più divertenti. Come quello legato al desiderio, da ragazza, di assomigliare ai propri idoli e di dipingersi come loro. Un tentativo presto abbandonato a causa della pelle sensibile. Da qui una battuta che è diventata quasi una dichiarazione di intenti: «Mi dipingerò nell’anima». Perché il rock, nella sua esperienza, non è soltanto un look, un genere musicale o una stagione della giovinezza. È qualcosa che resta dentro.

La musica che unisce e supera le differenze

Uno dei passaggi più significativi della serata riguarda il potere della musica come strumento di aggregazione, anche con i ragazzi con disabilità. «La musica ha un potere magico: siamo tutti uguali. La musica ci unisce e ci trasmette la vita». Lualdi ha ricordato anche un’esperienza vissuta portando la musica in un hospice. Un episodio che ha particolarmente colpito il pubblico: una donna che, pur nella sua condizione, batteva il ritmo della musica. La sala ha applaudito. Un applauso che ha sottolineato la forza di un racconto capace di mostrare come la musica possa arrivare dove spesso le parole non bastano.

Il rock cambia, ma non smette di parlare

E i giovani di oggi? Si avvicinano al rock anche senza avere necessariamente genitori che abbiano trasmesso loro questa passione. Lualdi ha raccontato di ascoltare con interesse anche la musica di oggi, comprese alcune canzoni arrivate da Sanremo, pur non seguendo abitualmente il Festival. Perché ogni generazione trova le proprie canzoni, i propri riferimenti e i propri linguaggi. Ma il meccanismo resta lo stesso: una musica incontra una persona in un preciso momento e può diventare parte della sua storia.

Un libro che parla anche di amicizia

Dietro il rock, però, c’è un’altra parola fondamentale: amicizia. I protagonisti del romanzo condividono passioni, musica, esperienze. Crescono insieme e attraverso gli altri imparano anche a conoscersi. È una storia di formazione, ma anche una storia di legami. E il messaggio che Lualdi affida al libro va proprio in questa direzione: «La musica e l’amicizia ci possono salvare e soprattutto ammettere che non siamo sempre reali o finti, nero o bianchi. A volte dobbiamo accettare le nostre fantasie come veramente reali, giocare con se stessi. La vita è già fin troppo seria, il rock e l’amicizia invitano a sfidare e a crescere».

Una serata sulle emozioni

Alla fine, “Figli del rock” è diventato molto più di un incontro letterario. È stato un viaggio dentro i ricordi di una generazione, ma anche un’occasione per mettere in dialogo età ed esperienze diverse. Le parole di Marilena Lualdi, le domande di Massimo Vitali, la presenza dei ragazzi delle Cuffie colorate e la regia musicale di Diego hanno costruito una serata nella quale la musica è stata davvero protagonista. Perché basta un ritornello, una voce, poche note. E improvvisamente un ricordo torna a galla. Il rock, forse, è anche questo: la possibilità di ritrovare una parte di sé e, nello stesso tempo, di condividerla con gli altri.

Laura Vignati

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