Sport - 23 settembre 2026, 21:36

L'ultimo grande applauso a Roberto Luoni: a Castellanza il commosso "non funerale" del coach

Spalti pieni, centinaia di persone nella palestra di via Leopardi e ricordi appesi alla rete da gioco per il saluto laico al tecnico cinquantacinquenne scomparso ad agosto a Praga. La moglie Monica commuove la platea ripercorrendo 36 anni insieme e l'ultima missione di disperdere le sue ceneri nei fiordi delle Fær Øer, mentre l'intero movimento del volley locale si stringe attorno alla famiglia tra aneddoti, lacrime e risate

L'ultimo grande applauso a Roberto Luoni: a Castellanza il commosso "non funerale" del coach

Non poteva che essere un campo di pallavolo il luogo scelto per dirsi addio. O meglio, per dirsi grazie, come era stato promesso. Questa sera, mercoledì 23 settembre, la palestra di via Leopardi a Castellanza, casa della DuoVolley, ha ospitato il "non funerale" di Roberto Luoni, l'allenatore cinquantacinquenne di Dairago scomparso improvvisamente a Praga lo scorso 19 agosto mentre si trovava in vacanza con la famiglia.

È stata una veglia corale, un ritrovo di popolo, una festa dell’amicizia e della memoria in cui la commozione più autentica si è continuamente sciolta in risate liberatorie, aneddoti surreali e applausi spontanei. La palestra era gremita in ogni ordine di posto: le sedie e le panche allineate dentro il rettangolo di gioco si sono riempite all'istante, i gradoni della tribuna traboccavano di persone, decine di presenti sono rimasti in piedi lungo i muri perimetrali e tanti ragazzi e soprattutto ragazze, le sue ragazze, hanno scelto di sedersi per terra a gambe incrociate. All'ingresso, un rito a cui nessuno si è sottratto: prendere un adesivo con la scritta «Ciao Roby» e lasciare un pensiero, un biglietto o una fotografia fissata con una molletta da bucato proprio lungo le maglie della rete posizionata sul campo.

A campeggiare, di fianco al palco, l'immagine di Roberto. «Siamo qua per dire grazie a Roby, per ringraziarlo per quello che ha dato a noi nel corso della sua vita. Non vogliamo far scendere il sole su di lui».

Il momento di più profonda intensità ha visto al centro la moglie Monica Villa, compagna di una vita intera, legata a Roberto da 36 anni. Monica ha preso la parola offrendo un ritratto autentico, privo di qualsiasi retorica: «Ho pensato tanto a come organizzare i miei pensieri per ricordare Roberto. Poi ho capito che era impossibile farlo in modo lineare perché Roby non era lineare. Roby era un anticonformista, fuori dagli schemi, a tratti geniale, stimolante, mai scontato, divertente, ironico, curioso». Ha ripercorso con il sorriso il loro primo incontro: «Sono sicuramente di parte, perché 36 anni fa mi bastarono cinque minuti di chiacchiere davanti a un jukebox per rimanere affascinata, per sperare che Roberto fosse entrato nella mia vita per restare e forse per capire di aver addirittura trovato l'uomo della mia vita. Per la cronaca, lui diceva invece che ci mise qualche mese a capire che eravamo fatti l'uno per l'altra».

Monica ha poi raccontato l’indole pionieristica e anticonvenzionale del marito, capace di trasformare ogni scelta in un’avventura fuori traccia: «L'alternativo della coppia era lui, a volte persino visionario. Con lui nulla era scontato, neanche il viaggio di nozze: niente relax e calde spiagge, facemmo gli apripista in Islanda, che oggi è meta frequentatissima ma che allora era poco considerata. E niente alberghi a quattro stelle, si andava in tenda. In questa storia non c'è neanche l'aereo, perché ci arrivammo in macchina e traghetto, passando per le isole Fær Øer...». Quella stessa libertà di pensiero Roberto la portava anche in palestra: «Ed era alternativo anche nella sua grande passione, la pallavolo. Era un allenatore genio e sregolatezza, capace di far giocare nel momento del bisogno una prima divisione maschile come la Cuba di Tai Aguero. Insieme a un pizzico di follia, Roby aveva una capacità non scontata: era un grande motivatore, spesso in grado di toccare le corde giuste e di tirare fuori dalle sue giocatrici e dai suoi giocatori risorse che forse neppure loro sapevano di avere». 

Il passaggio più commosso è stato dedicato alla loro crescita comune e alla figlia Emma: «Ma più di tutto, Roby è stato un fantastico compagno di avventura per tanti amici, ma soprattutto per me. Con lui ho condiviso gli anni dell'adolescenza, dell'ingresso nel mondo adulto e della maturità. Eravamo appena ragazzini quando ci siamo messi insieme e abbiamo avuto la fortuna, e anche la determinazione, di crescere compatibili e complementari. Siamo sempre state due persone indipendenti, ma mai come ora mi accorgo che è difficile capire quanto e come ci siamo influenzati: dove finiva lui e dove iniziavo io. Mi ha regalato tante cose in questi anni: un amore sicuro e totale, vacanze avventurose, la normalità delle domeniche invernali, la sua famiglia che è diventata anche la mia, una splendida figlia che ha ereditato fino all'ultimo grammo della sua ironia. Con Emma, Roberto ha sempre avuto un rapporto speciale».

Monica ha quindi voluto ringraziare la comunità: «Nei primi giorni surreali a Praga l'affetto è arrivato a ondate e ci ha sorrette. Si è creata una rete di protezione virtuale fortissima... E anche tornate a casa non abbiamo fatto un passo senza sentire intorno a noi affetto, stima e supporto. Ora la vita continua e troveremo il modo di essere felici: lo dobbiamo a noi stesse e a Roby». Infine, ha svelato l'ultimo desiderio lasciato dal marito: «Per tenerci impegnate ci ha dato una commissione: vi ricordate le Fær Øer? Ecco, dobbiamo andare lì a spargere le sue ceneri, su quelle isole dove ventitré anni fa io e Roby abbiamo vissuto tre ore di pace assoluta, seduti sulle sedie da campeggio, con una birra in mano, osservando il tramonto su un fiordo spettacolare. Il nostro posto del cuore».

La commozione è proseguita con le parole della sorella di Roberto: «Il 18 agosto mi ha tolto le parole... sento che tutto l'amore che provavo e provo per mio fratello si è trasformato in altrettanto dolore. Non riesco a condividere un ricordo, d'altronde ho cinquant'anni di ricordi per la testa». Ha quindi dato voce alla lettera scritta dalla figlia Viola per lo zio: «Roby era mio zio. Il tempo trascorso insieme non è stato sufficiente, ne avrei voluto di più. Ma i momenti che ho vissuto con lui sono stati belli». Nella lettera sono riaffiorati i giochi d'infanzia con i «granchietti», quando «allargava le dita e le avvicinava minacciose per fare il solletico», i pomeriggi in azienda a disegnare su tessuto «dei grandi uccelli che in realtà sembravano più degli elefanti», e le canzoni inglesi cantate in automobile dove «quando storpiavo le parole, lui le storpiava insieme a me». Viola ha ricordato anche l'emozione provata a bordo campo: «Quando mi veniva a vedere giocare a pallavolo facevo sempre qualche errore di troppo: mi emozionava la sua presenza, ci tenevo che fosse orgoglioso di me. Orgoglioso come lo sono stata io quando un arbitro mi ha chiesto se fossi la nipote del più grande palleggiatore che avesse mai visto giocare: ma quanto sono stata fiera nel dirgli "Sì, sono sua nipote". Ti voglio bene zio Robi, grazie di tutto, anche dei granchietti». A chiosa, la sorella ha aggiunto il proprio congedo: «Grazie, fratello mio, per la certezza incrollabile che tu per me ci fossi sempre, e per quella sensazione meravigliosa di sentirmi sempre a casa ogni volta che stavo con te».

Lo spaccato sportivo si è arricchito con le testimonianze delle sue ragazze dell'Under 18 e della Seconda Divisione: «Roby ci ha migliorato l'anno con tutta la sua ironia, i suoi scherzi, come ci faceva ridere durante le partite, durante gli allenamenti, e come fosse rivoluzionario in tutto ciò. Ha creduto in noi fin dall'inizio, anche quando neanche noi lo facevamo». Hanno ricordato i suoi schemi battezzati con ironia, a partire dalla «posizione Alessandra: e dire che quella posizione lei in campo non la teneva mai!», le sue espressioni storiche («vi strappo il cuore!») e le punizioni goliardiche a suon di squat contati dal pubblico dopo gli errori difensivi. Una delle storiche allieve ha sintetizzato: «In questi sei anni ho cambiato un sacco di allenatori, ma nessuno è stato come te. Non sei stato solo il nostro coach, sei stato una guida. Ci hai fatto crescere tantissimo come giocatrici ma soprattutto come persone». E un'altra ex giocatrice ha chiuso tra gli applausi divertiti: «Roby, l'ultima promessa che ti possiamo fare è che smetteremo di giocare presto, così la qualità di pallavolo che hai sempre voluto portare avanti potrà continuare a crescere!».

Il microfono è passato anche al coro degli amici di sempre: compagni di squadra, dirigenti di lungo corso, vicini di casa e amici d'infanzia cresciuti con lui. Più che singoli discorsi, ne è nato un collage sincero di frammenti di vita, battute fulminanti e ricordi condivisi, cuciti insieme dalla voce di chi ha percorso al suo fianco decenni di campo e di strada.

C’è chi ha confessato l'incredulità di trovarsi lì: «Guardando la tua foto sembra impossibile, ci aspettavamo quasi di vederti spuntare all'improvviso, con quel tuo solito sorriso, e sentirti dire: "Era tutto uno scherzo, sono arrivato troppo presto solo per vedervi tutti assieme"». È riaffiorata la sua figura inconfondibile, descritta come quella di «un personaggio uscito da un cartone animato, quello di un vichingo con il capello ribelle e i sandali portati anche in pieno inverno con le calze bianche». Un uomo capace di farsi notare senza mai sgomitare: «Un fare schivo e riservato, in contrasto con uno sguardo capace di comunicare tantissimo» e «un carisma naturale per cui non serviva urlare per farsi ascoltare, bastava un'occhiata».

Dalla memoria comune sono riemerse istantanee quotidiane diventate simboliche: la sagoma di Roby «che si stagliava nella nebbia dei giorni invernali portando a spasso Rudy, il bellissimo San Bernardo simbolo di quella casa», le domeniche sera scandite da «pizze, birre post-partita e grigliate alla casetta al lago di Monate». E poi le stagioni trascorse macinando chilometri per raggiungere «palestre improponibili della Lombardia e della provincia di Varese, gli anni più divertenti degli ultimi trenta».

I ricordi sportivi si sono intrecciati a gag diventate leggenda negli spogliatoi: le guerre di bagher prima della gara, i riscaldamenti affrontati brandendo «delle improponibili stecchine di legno comprate in qualche market del profondo Nord, di cui abbiamo ancora i segni sulle gambe», e il rito sacro della panchina dove era d'obbligo «il pacchettino delle caramelle gommose alla liquirizia e alla cola, i mitici giusini: la prima domanda prima di iniziare era sempre "Hai preso i giusini?", e quelli dovevano esserci per forza».

Infine, le lezioni che gli amici porteranno sempre con sé: «La pallavolo è uno sport di squadra: se uno sbaglia, il compagno il punto dopo deve dare il sangue per non commettere un altro errore», e quella regola valida soprattutto fuori dal campo per cui «se tutto sembra non funzionare, scegli una cosa, quella per cui sei portato meglio, concentrati su quella e vedrai che anche il resto si sistemerà». Un congedo corale a «un compagno di viaggio fantastico nella vita come sul campo», che tutti hanno voluto salutare immaginandolo lassù, «inginocchiato sul parquet dopo aver murato l'avversario più forte, a baciarsi i bicipiti con il suo sorriso sornione».

L'incontro è durato quasi due ore, intense e senza pause, volate via tra musica, sguardi lucidi e abbracci prolungati. Nessun abito scuro, nessun cerimoniale imposto: soltanto la famiglia del volley e un'intera comunità che si sono strette fisicamente attorno a Monica e a Emma, lì dove Roberto si sentiva davvero a casa.

Prima di lasciare il parquet, in tanti si sono fermati ancora davanti alla rete da gioco per appendere un ultimo pensiero o una fotografia con la molletta di legno. E poi quel messaggio semplice e diretto, diventato il filo conduttore dell'intera serata. Due parole che racchiudono la riconoscenza di generazioni di atlete, di colleghi e di compagni di viaggio, e che continueranno a risuonare tra le mura della palestra e oltre: «Ciao Roby».

Giovanni Ferrario

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