Ieri... oggi, è già domani - 08 settembre 2026, 06:00

“Ièi e... l'altrèi, al campetu” - “Ieri... e l'altro ieri, al campetto”

Correvamo felici e spensierati, al campetto, nei pressi dei "5 Ponti" - la radura era perfetta, per noi, quasi regolare, senza quelle "pieghe ondulatorie" che fornivano al pallone brutti rimbalzi, come riscontravamo altrove. Lo spazio era tanto. Più del normale, per "costruire" un regolare campo di calcio "a sette" (con segnaletica) per le due squadre che si affrontavano

“Ièi e... l'altrèi, al campetu” - “Ieri... e l'altro ieri, al campetto”

Correvamo felici e spensierati, al campetto, nei pressi dei "5 Ponti" - la radura era perfetta, per noi, quasi regolare, senza quelle "pieghe ondulatorie" che fornivano al pallone brutti rimbalzi, come riscontravamo altrove. Lo spazio era tanto. Più del normale, per "costruire" un regolare campo di calcio "a sette"  (con segnaletica) per le due squadre che si affrontavano.

C'era il Claudio Tovaglieri, il migliore di noi, coi suoi occhietti "furbi" intagliati sul viso, come un rasoiata dentro una fetta d'anguria. Non era un vezzo, ma un gioco della Natura. Lui, Claudio, era nato "tutto regolare", ma una membrana, sottile come carta-velina, gli nascondeva gli occhi. Fu dopo un intervento chirurgico  (il bisturi sul viso) che consentì a Claudio di vedere come tutti noi.

Il suo tocco col pallone, illuminava la scena. Era per noi il "Rivera" dei tempi. Classe nel gestire la palla, visione aperta sullo smarcamento dei compagni e tocco di luce che "era scritto" sulla sfera, quando ricevevi il suo passaggio. Come a dire "calcia sul fondo", "pensa al dribbling", "previeni il duro attacco del difensore dell'altra squadra". Talvolta, si "leggeva" …. concludi l'azione. O era gol, o il portiere riusciva a rintuzzare il tiro, oppure si "ciccava" la conclusione, buttando il pallone oltre la porta. Claudio fu reclutato dalla Pro Patria e, per noi "dul riòn uspedò" (del rione ospedale) era un vanto. C'era l'Angelo Della Valle, detto "co gurdu" (testa golosa) che ti francobollava in maniera asfissiante, Come se fosse un francobollo, appiccicato su un foglio di carta. "ul Poldu paciasbura" Leopoldo col suo "tocco da clava" giocava a "gamba o balòn" (gamba o pallone) che voleva insinuare "da chi, s'à posa non" (da qui, non si passa); non era un monito, ma suonava a minaccia.

Oliviero Giani (anche lui, poi reclutato dalla Pro Patria) era più "cervello" che sostanza. Visione di gioco, sempre aperta, ottimo marcatore; quando doveva difendere, bravo a impostare il contrattacco. Mai un fallo. Mai una "rivincita" per un fallo patito. Classico centrocampista, a tutela del gioco dei propri compagni. Poi c'era Marco Bonfanti, detto "cavallo" per il suo modo di sganciarsi, all'ala. Lui, era una specie di Garrincha, ala destra del Brasile, vincitore della Coppa del Mondo del 1958.

A proposito …. avevo 12 anni (sono del 1946) e ci provo a scrivere la formazione vincitrice di quel Brasile: Gilmar, De Sordi, Dyalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Garrincha, Didi, Vava, Pelè, Zagalo - ce l'ho fatta - si giocava la finale Svezia-Brasile e i "carioca" vinsero 5-2 in scioltezza.

Ritorniamo al "campetto" - spesso (non sempre puntuale) arrivava Giusepèn, quando il Lavoro gli permetteva la presenza e, col suo acume, dispensava "consigli" senza mai pretendere di essere ascoltati. Gli piaceva la compagnia dei ragazzi ed era molto attento affinchè nessuno di noi, potesse "deviare" dalla "linea retta" dell'onestà. Altri amici erano il Gianni Maino, i fratelli Gagliardi (Alfredo e Marco), lo Stebini Giorgio, Fausto Giani (cugino di Oliviero), Alberto Bianchi, Miraldo Brogioli e qualcun altro di cui mi sfugge nel ricordo.

C'ero anch'io, con quella "truppa" - non ricalcavo certo le sembianze di un calciatore-provetto, ma … mi difendevo. Mi posizionavano (era Claudio a farlo, più di altri), a centrocampo. Dovevo "fare il centrocampista" - spegnere le velleità degli avversari, correre a "rapinare" il pallone, per poi donarlo "a chi finalizza il gioco" - una specie di "sette-polmoni", con caparbietà di custodire la sfera e non farmela scippare. Ci si abbracciava tutti insieme, per un "gol realizzato" e si "ringhiava" tutti insieme, per un gol subito.

Giocammo taluni Tornei oratoriani, con prospettive sempre mediocri, dove si constatava la bravura degli avversari. Una volta però, all'Oratorio San Filippo, a Busto Arsizio, giocammo una specie di Finale-spareggio. Cioè a dire, davanti c'era un'altra squadra e, al secondo posto, noi, distanziati di un punto. O si vinceva oppure saremmo arrivati secondi. Eravamo sullo 0-0 a pochi minuti dalla fine. Noi, si stava attaccando e (non so come e non so perché), mi trovai nel gruppo, nei pressi del dischetto da dove si calcia il "rigore". Ci fu il cross di Claudio e saltammo in "tanti", col portiere in uscita allo sbaraglio. Me lo dissero dopo, che fu proprio lui a darmi un pugno in testa e, nello spogliatoio, dopo la doccia, mi spiegarono l'accaduto. Li vedevo (i miei compagni) ilari e festosi e non mi raccapezzavo quella "festa" dopo lo 0-0 che ricordavo. Fu Claudio a chiarire: "quando avete saltato in cinque davanti al portiere, sei riuscito a colpire la palla di testa …. il portiere, l'hai anticipato e involontariamente ti ha sferrato un pugno, ma la palla è rimbalzata sul terreno ed è finita in porta" - fu lì che i compagni mi "sotterrarono" di abbracci per la nostra vittoria di 1-0 voluta a tutti i costi e giunta all'ultimo respiro. Ora, quel "campetto" non c'è più. Ci sono due condomini e tre villette, con una lingua di asfalto a …. dirigere il traffico ….. qualcuno di loro, i miei amici, ogni tanto li rivedo e appena dopo il CIAO di educazione, salta fuori quel "abbiamo vinto quel Torneo" e ci vuole qualche attimo prima di parlare d'altro. Giusepèn, annuisce. La commozione sua, la si vede. La mia, contiene un po' di mestizia!

Gianluigi Marcora

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