Lo chiamavano "cicaleccio" quello spettegolare fra "comari", in cortile, quando ci si riuniva per una chiacchierata cordiale o un commento non troppo frivolo che metteva d'accordo chi voleva sapere e chi, invece, andava oltre il conoscere.
Quello "sugutta non a marmuò" conteneva (come si dice oggi) una specie di gossip. Era un piccolo, ma innocente "gioco" rivolto a una critica benevola che, in fin dei conti, serviva per fare dialogo e, mai per far male. Si sapeva chi rientrava tardi la notte. Chi non rientrava affatto. Ma pure ch "casa e chiesa" si faceva i fatti propri, a dispetto dagli altri, le bisbetiche che si tacitavano con un "ti tòsi" (tu taci), come a catechizzare che "i pàn spurchi, s'à lovan in cò e non in curtil" (i panni sporchi si lavano in casa e non in cortile), ma (ed è ovvio), nelle case di ringhiera, le pareti avevano "orecchie" e "a prusmò" (a ipotizzare) ciò che avveniva "fuori casa", sembrava un gioco, a prescindere.
Intanto, anche Luglio se ne andava. Le cosiddette "ferie" non facevano parte della vita quotidiana e, le balere o i i "ridolini" (gli attuali Luna Park, offrivano un pretesto facile, per stare fuori casa. Dicevamo: le Ferie non erano ancora in voga. Dice Giusepèn: "candu a to moma l'andea a lauò su'i teloi, a so padrona, la purtea tuci i uperoi a Cervinia" (quando tua madre andava a lavorare sui telai, la sua titolare portava tutti gli operai a Cervinia), quindi, andata e ritorno con pranzo tutto pagato, per avvicinarsi al "raustu" (il Ferragosto) per vivere una giornata "fuori posto", magari al Sacro Monte di Varese. Altro che ….Ferie, vacanze al mare o ai monti, o almeno riposo a casa. Il tutto, sul "bigurdòn" (autobus attuale), noleggiato alla bisogna!
Quindi, le Ferie, sono arrivate dopo, appena prima del boom-economico del dopoguerra, quando il nostro Paese era tutto da ricostruire ed era necessario l'apporto di tutti. Eppure quell'Italia, quella Busto Arsizio, mostravano il lato buono della nostra gente, "armata" di buona volontà e di desiderio di cancellare per sempre "ul tiò a zenta" (il tirare la cintura), cominciata col Fascismo e culminata a fine guerra 1940-45 - "luglio, col bene che ti voglio, lo sai non finirà" recita una non troppo vecchia canzone, ma il divario fra il luglio dei tempi antichi, a questo, è grandioso. Ho in mente le trebbiatrici nei campi, il solleone che dardeggiava coi suoi raggi, gli uomini a torso nudo, col cappellaccio in testa, alle prese col grano maturo che, a luglio mostrava il secondo "raccolto" dopo "ul magencu" (il maggenco" cioè il grano "già pronto a maggio" - poi "ghèa ul fèn" (poi c'era il fieno), da spandere sul terreno, per essiccare e che veniva raccolto "cunt'i furcuni, sul caretòn" (con i forconi, sul carretto) - le donne a portare "aqua e limòn" (acqua e limone) per dissetare l'arsura degli uomini a lavorare "sut'al rabatòn dul su" (sotto i raggi infernali del sole) che non davano tregua, ma acconsentivano quel "dialogo-rurale" fatto di lavoro "a mano" e di sudore che irrorava le zolle.
Al calar del sole, "a maenda" (la merenda) - pane e salamino di cavallo - e un "bussul ca chòl bòn" (un bicchiere di vino buono) per acconsentire agli uomini di affrontare la sera, col giusto piglio che "benediva" il lavoro comune, per la soddisfazione del dovere.
Luglio se ne andava in silenzio, in prospettiva di un Agosto più "muasèn" (morbido), nel senso che anche il sole sarebbe andato a dormire, coi campi pronti al "respiro" dopo il raccolto, per poi dedicarsi ad un meritato riposo, in attesa del "a ustu, ul su al vò'n dul buscu" (in agosto, il sole va nel bosco), col pensiero alla vendemmia, mentre a casa, si predisponeva un "banchettu" (banchetto) dalle proporzioni extra-familiare da consumare in tavolate in cortile, all'aria aperta. E chi aveva qualcosa a ridire, lo si apostrofava con un "sugutta non a marmuò" e trova invece, nel dialogo, un che di costruttivo! - gente buona, gente modesta, gente speciale ….Giusepèn!




