Da una tastiera Bontempi suonata nel salotto di casa ai palchi dei jazz club di New York. È il viaggio straordinario di Simona Premazzi, 51 anni, pianista, compositrice e insegnante, nata a Busto Arsizio e cresciuta nel quartiere di Borsano, oggi protagonista della scena jazz internazionale. Una storia fatta di talento, studio, coraggio e sacrifici, ma soprattutto della convinzione che «la musica sia una ricerca continua, dentro e fuori se stessi».
Le radici a Borsano: «Tutto è iniziato con una Bontempi»
Simona Premazzi non dimentica le sue origini. Nata a Busto Arsizio, ha frequentato le scuole elementari e medie di Borsano, per poi diplomarsi al liceo scientifico Arturo Tosi. L'amore per la musica sboccia prestissimo. «Il primo contatto è stato nel coretto della chiesa di Borsano. Da bambina frequentavo l'oratorio e lì ho scoperto il piacere di cantare».
Poco dopo arriva una folgorazione. «Avevo una vicina di casa che suonava una tastiera Bontempi. Le chiesi di insegnarmi qualcosa e da quel momento non ho più smesso».
A otto anni inizia a studiare pianoforte con un'insegnante vicino casa. «Mio nonno mi accompagnava alle lezioni. La mia famiglia mi ha sempre sostenuta in questo amore per la musica».
A undici anni supera l'esame di ammissione al Conservatorio di Gallarate, iniziando un percorso che la porterà, dopo nove anni di studi, al diploma conseguito al Conservatorio di Udine.
L'incontro con il jazz: «Mi sono innamorata della musica afroamericana»
La formazione classica, però, non le basta. «Grazie a un amico mi sono avvicinata al jazz e mi sono innamorata della musica afroamericana». Per cinque anni approfondisce questo linguaggio musicale, poi frequenta il Centro Professione Musica di Milano.
È proprio allora che scopre anche la composizione. «Ho sempre scritto musica da quando ho iniziato a studiare jazz. Sentivo il bisogno di esprimere la mia creatività attraverso brani originali».
La scelta coraggiosa: New York senza certezze
Nel 2004, a 28 anni, prende una decisione destinata a cambiare la sua vita. Parte per gli Stati Uniti e si trasferisce a Manhattan.
«Mi sono buttata all'arrembaggio. Ho cercato di conoscere il maggior numero possibile di musicisti. Mi sono lanciata, vincendo la paura». Il primo anno non è semplice. «È stato traumatico. Dovevo imparare la lingua e, per mantenermi, ho fatto anche lavori extra-musicali. Ho lavorato perfino in un ristorante».
Ma Simona non si arrende. «Prendevo il giornale con l'elenco dei concerti e chiamavo personalmente i locali per chiedere una serata. Così ho costruito i miei primi trio e quartetti». Una determinazione premiata.
Gli album e una carriera internazionale
Nel 2007 arriva il primo disco. «Looking for an Exit», registrato in trio con il celebre contrabbassista Joe Sanders, rappresenta il debutto discografico della pianista bustocca.
Da allora gli album a suo nome sono diventati sette. «L'80 per cento delle mie composizioni è stato registrato. In ogni disco circa sette brani su dieci sono scritti da me».
Tra i lavori più significativi figura anche «Inside In», mentre un nuovo progetto discografico è già in preparazione. Parallelamente cresce anche l'attività concertistica.
Oggi Simona si esibisce regolarmente nei jazz club di New York e porta la sua musica in tournée tra Europa e Sud America.
Francia, Germania, Polonia, Spagna, Argentina, Cile e naturalmente Italia hanno fatto parte del suo calendario. Nei giorni scorsi si è esibita anche a Milano, all'Atelier Mortara, nella zona dei Navigli.(VIDEO)
«Il jazz è una comunità senza gerarchie»
Quando parla del jazz, gli occhi di Simona si illuminano. «Il jazz ti obbliga a essere sempre presente, sempre vivo. Devi ascoltare gli altri, essere ricettivo e dare il massimo».
Per lei il valore più grande è quello umano. «Una band jazz è una microcomunità dove non esistono gerarchie. Nessuno comanda. L'unica priorità è fare bella musica e il proprio ego deve passare in secondo piano».
L'improvvisazione è molto più di una tecnica. «Fare jazz significa creare nel momento. Mettere insieme tutto ciò che hai studiato e trasformarlo in musica insieme agli altri».
«Il jazz mi ha insegnato l'umiltà»
Per Simona Premazzi il jazz è anche una scuola di vita. «Mi ha insegnato l'umiltà. A non sottovalutare nulla e a non sopravvalutare nulla». E ancora. «Mi ha insegnato che non si smette mai di migliorare. Un musicista è come un atleta: deve allenarsi continuamente».
Il percorso di crescita, spiega, non finisce mai. «Con il tempo cambia l'orecchio, cambia il gusto, cambia il modo di ascoltare. La musica mi ha insegnato a capire chi sono, a mettermi continuamente in discussione e a cercare sempre di fare meglio».
L'insegnamento: «Restituire ciò che ho ricevuto»
Oltre all'attività artistica, Simona insegna musica sia nelle scuole sia privatamente. «Mi piace restituire alla comunità quello che ho ricevuto». Ma lo studio rimane una priorità. «Ho bisogno di continuare a studiare, ricercare, scrivere musica e imparare cose nuove».
Il futuro guarda già al 2027
Oggi guida stabilmente il Premazzi-Nasser Quartet, formato dal sassofonista Kyle Nasser, dal contrabbassista Noah Garabedian, dal batterista Jay Sawyer e dalla stessa Simona al pianoforte.
Il gruppo continuerà l'attività concertistica con nuovi tour, compresa una tournée in California.
Nel 2027 arriverà anche un nuovo album: «The Weird Ida Chronicles».
«È un disco che racconta le avventure della strana Ida. Ci sono quattro mie composizioni e quattro degli altri componenti del quartetto». Il risultato, racconta, sarà molto vicino all'energia di un concerto. «Suoniamo insieme da tanti anni e abbiamo sviluppato un'identità molto forte. Sembra quasi un disco registrato dal vivo».
I brani attraversano mondi molto diversi. «Ci sono composizioni più oscure e introverse, altre luminose, un brano contrappuntistico, uno di free jazz dove improvvisiamo senza affidarci soltanto alle armonie e anche una ballata lenta».
Dalla piccola tastiera Bontempi di Borsano ai club di Manhattan, passando per anni di studio, sacrifici e passione, Simona Premazzi continua così a costruire il suo percorso artistico. Con la stessa convinzione che l'accompagna da sempre: la musica non è mai un punto d'arrivo, ma un viaggio continuo alla scoperta di sé e degli altri.









