Busto Arsizio - 12 giugno 2026, 08:15

Se n’è andato il parroco felice che, sorretto dalla Madonna dell’Aiuto, ha cambiato Busto

La cura per il patrimonio culturale della comunità cristiana e della città, la pastorale, il rapporto con i laici e la politica, la morte di don Isidoro Meschi, l’amicizia con il partigiano scampato ai lager, Angioletto Castiglioni: monsignor Claudio Livetti è stato, parole sue, «…padre di una Famiglia di famiglie»

Monsignor Livetti e don Isidoro Meschi

Dicembre 2025, il Giubileo della Speranza indetto da papa Francesco e “passato” a papa Leone XIV sta terminando. Nella basilica di San Giovanni si celebra la messa solenne di chiusura. Microfono a monsignor Claudio Livetti che rievoca, con precisione invidiabile per i suoi 94 anni, tutti i giubilei della sua vita, dal 1950.  «Il prossimo – conclude - è nelle mani di Dio. Faccio i miei auguri a quelli che ci saranno. Io penso che avrò qualche altro impegno». Sorrisi e applauso dei presenti.

Don Claudio se n’è andato ieri, pochi mesi dopo quella zampata, ultima di una lunga serie. Tra i mille motivi per ricordarlo ci sarà anche la sua (auto)ironia. Lui, almeno un po’, ha temuto di passare alla storia di Busto come il prete dei restauri più che come guida spirituale. Colpa, si fa per dire, della straordinaria opera sviluppata a beneficio di beni religiosi e non, patrimonio culturale della città oltre che della comunità cristiana. Ancora se ne apprezzano i risultati, a partire dalla Basilica e dal vicino Santuario. Lui, monsignore, riusciva a trovare risorse, anche con qualche colpo di genio come l’appello ad adottare le stelle della volta in Santa Maria, le donazioni si impennarono. Poi verificava, seguiva, aggiornava. Non era difficile che indossasse il caschetto e si arrampicasse sulle impalcature, interrogando i restauratori al lavoro.

Ma Livetti è stato molto di più. Solo una volta gli tremò la voce. Era il febbraio del 1991, nella chiesa di San Giuseppe, stracolma, si recitava il rosario per don Isidoro Meschi, appena assassinato da un amico cui aveva teso la mano. «Andate avanti voi» disse a un cero punto, sopraffatto dal dolore e dalla commozione. Nel periodo successivo, da inguaribile uomo d’azione, si mise in moto. Con visite ricorrenti alla Comunità Marco Riva, la realtà messa in piedi da don Lolo per il recupero dei tossicodipendenti. E la mobilitazione di persone che stessero vicino alla mamma dell’omicida, un uomo fragile che probabilmente avrebbe avuto più bisogno di cure che di galera.

Era capace di amicizie forti, Livetti. Per esempio con Angioletto Castiglioni, il partigiano che sprofondò nei lager e ne riemerse. «Un uomo retto e duretto» ebbe a definirlo, tra il serio e il faceto, sottolineando la corporatura minuta del reduce, inversamente proporzionale alla sua determinazione nella testimonianza.

Don Claudio è stato uno spettatore dei tanti cambiamenti sociali ed economici intervenuti prima, durante e dopo il suo ministero. Uno spettatore attento a richiamare con puntualità valori e principi. Rivendicava con orgoglio di avere celebrato un numero impressionante di matrimoni, allo stesso tempo non nascondeva né si nascondeva la crisi del matrimonio tradizionale, ragionando con realismo e spirito pratico. Rare ma memorabili le sue uscite di ambito politico, come quella, durissima e a suo modo passata alla storia, contro la Lega, allora Nord, durante un Te Deum. Ma, episodi eclatanti a parte, il rapporto di don Claudio con la società civile e con i laici è stato intenso, fertile, fra l’altro con la fondazione dei gruppi familiari, uno strumento per approfondire contenuti di fede in un contesto di conoscenza reciproca e di amicizia, e il forte impulso dato ai Consigli Pastorali.

Un passato da scout (tale ancora si considerava, in virtù della promessa), Livetti raccolse i giovani del Decanato con la Scuola della Parola, appuntamenti serali che riempirono a lungo la chiesa dei Frati, strumento pastorale e allo stesso tempo segno di una consonanza con l’arcivescovo Carlo Maria Martini. Visitò missioni, a più riprese, fra l'altro in Guinea Bissau, con Associazione Christian, nel Togo e nel Benin.

In queste ore si accavallano i ricordi e i messaggi di quanti da monsignor Livetti hanno ricevuto una parola, un consiglio, un'occasione di ascolto, che hanno conosciuto la sua voce inconfondibile, letto le sue riflessioni, incrociato i suoi occhi azzurri. Magari grazie alle riprese di Rete 55, alla rubrica sulla Prealpina, al web: gli acciacchi dell’età e il trasferimento in casa Borroni, alla Provvidenza, non avevano arrestato la sua azione, la catechesi, le preghiere, la celebrazione dell’Eucaristia. Non ce l’aveva fatta neanche il Covid, vissuto sulla prima linea di una casa di riposo, a fermarlo.

Nel settantesimo di sacerdozio, pochi giorni prima di concelebrare la messa con monsignor Franco Agnesi, suo successore in città, scrisse: «Ringrazio soprattutto per essere stato parroco per 22 anni a Busto (…) Il parroco è un uomo felice, perché padre di una Famiglia di Famiglie; felice anche se sorregge una croce larga come la Parrocchia, una croce che grava sulle spalle e sul cuore, una croce arricchita di gioie e lacrime. La Madonna dell’Aiuto mi ha sorretto».

Stefano Tosi