(Adnkronos) - "Trasformare i progressi della ricerca in maggiori possibilità di guarigione, grazie all’accesso all’innovazione, a percorsi terapeutici sempre più efficaci e al ruolo attivo delle pazienti, sempre più protagoniste all’interno della squadra di cura". È l’obiettivo del talk ‘Tumore al seno: la forza della squadra’ promosso da Novartis in occasione della Milano Health Week. In Italia, grazie alla diagnosi precoce e ai progressi terapeutici, la sopravvivenza a 5 anni nel tumore al seno ha raggiunto circa l’86%, uno dei valori più elevati in Europa, ma circa 1 donna su 5 può andare incontro a una ripresa della malattia nei primi 10 anni dalla diagnosi, rendendo centrale una gestione attenta e continuativa nel tempo.
La stima del rischio di recidiva di un tumore al seno in fase iniziale “è il compito più difficile per noi oncologi”, spiega Carmen Criscitiello, responsabile dell’Oncologia Mammaria dell’Irccs Istituto clinico Humanitas e dell’Oncologia Medica di Humanitas San Pio X. “Dopo la chirurgia, dobbiamo impostare un piano di cura adiuvante per ridurre questo rischio di recidiva e guarire quante più donne possibile. I fattori da considerare - chiarisce - sono principalmente: le dimensioni del tumore, l’interessamento o meno dei linfonodi ascellari e, nel caso, quanti linfonodi sono coinvolti. Poi, la biologia del tumore:i l’espressione dei recettori ormonali, l’indice proliferativo e il grado e, naturalmente, anche alcune caratteristiche della paziente, in particolare l’età, lo stato menopausale e l’eventuale presenza di una predisposizione genetica”.
Nel cancro al seno in fase iniziale, “in assenza di metastasi, grazie ai nuovi farmaci, abbiamo visto il rischio di recidiva abbassarsi sempre di più - sottolinea l’oncologa - Oggi riusciamo a guarire tante donne. Questo ci pone ancora di più davanti alla necessità di stratificare bene il rischio, per selezionare i trattamenti più appropriati per ciascuna donna. Significa dare una valutazione di efficacia - capire cosa serve per ridurre quel rischio - ma anche di tollerabilità e qualità di vita. Dobbiamo permettere a queste donne - precisa - non solo di vivere più a lungo e guarire, ma anche di vivere bene. C’è quindi grande attenzione alla personalizzazione delle cure, al reinserimento lavorativo, al ritorno all’attività sociale e familiare. Molto spesso queste sono donne nel pieno della loro vita sotto tutti i punti di vista ed è importante preservare anche questo aspetto”.
Sul fare squadra, per Criscitiello, ci sono due aspetti da considerate. “Il primo è gestire queste pazienti nell’ambito di un team multidisciplinare: le donne seguite all’interno di una Breast Unit hanno esiti migliori rispetto a quelle realtà che non ne dispongono. Il secondo è che la paziente stessa fa parte della squadra: può scegliere, in modo informato, cosa fare e cosa no. Oggi le pazienti hanno accesso a una enorme quantitià di informazioni, non solo attraverso Google, ma anche l’intelligenza artificiale. È una grande opportunità che porta in sé una sfida: non lasciare alla paziente l’onere di orientarsi da sola, ma accompagnarla, fornire informazioni corrette, aggiornate e, soprattutto contestualizzate alla sua storia clinica”.
La partecipazione alla Milano Health Week con Facciamo Squadra, “conferma l’impegno a costruire una collaborazione reale - evidenzia Chiara Gnocchi, Communication & Advocacy Head di Novartis Italia - un’alleanza tra pazienti, clinici, associazioni e sistema salute, nella quale la persona con tumore al seno, che dopo la chirurgia vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle, non si senta sola, ma possa sentirsi ascoltata, informata e protagonista attiva del proprio percorso, che disponga cioè delle informazioni necessarie per fare le domande giuste e contribuire alla scelta del percorso di cura più adatto a lei”, come in una squadra.
“In 3 decenni di impegno nella lotta al tumore al seno abbiamo più volte portato innovazione terapeutica, non ci siamo mai fermati - afferma Gnocchi - In questa fase in cui ci stiamo spostando verso le fasi più precoci della malattia, ci siamo resi conto l’innovazione da sola non basta: per essere efficace deve essere accompagnata da percorsi di cura accessibili, continui e centrati sulla persona, non solo sul farmaco. Oggi la frontiera dell’innovazione terapeutica parla molto di medicina personalizzata, cioè in grado di rispondere alle caratteristiche biologiche e cliniche del tumore. Questo è fondamentale perché permette maggiore efficacia e minori effetti collaterali, che considera i aspetti personali: la qualità di vita, le abitudini, le esigenze individuali”.
Il punto di partenza è l’ascolto. Nella campagna, ‘Facciamo squadra’, abbiamo al nostro fianco le 4 principali associazioni di pazienti impegnate nel tumore al seno e l’ascolto diretto di di circa 100mila persone nei nostri canali web e social - evidenzia Gnocchi - I dati che abbiamo analizzato attraverso le associazioni e la nostra community, ci dicono che il 72% delle donne, dopo l’intervento chirurgico, è attivamente alla ricerca di risposte, spesso in autonomia, sul web, ma che soltanto il 45%, quindi meno di una su due, si sente pienamente informata rispetto al rischio di recidiva. Nel dover affrontare una nuova fase del percorso, per ridurre il rischio di recidiva, i dati ci dicono che spesso la donna si sente sola, fatica a parlarne con il clinico e cerca informazioni altrove. Da questo bisogno abbiamo capito che la qualità delle informazioni è parte integrante della cura. L’informazione porta infatti a un maggiore empowerment della paziente nel proprio percorso terapeutico”.
Le iniziative a sostegno della prevenzione delle recidive “partono innanzitutto dall’ascolto delle reali esigenze delle pazienti - rimarca Rosanna D’Antona, presidente Europa Donna Italia - Dopo l’intervento è naturale desiderare di lasciarsi alle spalle la malattia e tornare alla propria vita; tuttavia, proprio in quel momento è importante comprendere che il percorso di cura continua, attraverso le terapie adiuvanti – quando necessarie - i controlli e una strategia condivisa con il clinico per ridurre il rischio di recidiva. Il lavoro di un’organizzazione come la nostra - continua - si sviluppa su 2 piani complementari. Da un lato svolgiamo attività di advocacy affinché l’innovazione terapeutica sia resa disponibile nel minor tempo possibile e in modo equo su tutto il territorio nazionale: per noi è fondamentale che, nella valutazione dei nuovi farmaci e dei percorsi di cura, venga considerata sempre di più anche la prospettiva delle pazienti. Dall’altro lato, lavoriamo molto sulla formazione della nostra rete composta da 185 associazioni di pazienti con tumore al seno attive sul territorio, affinché possano essere un punto di riferimento competente, accogliente e vicino alle donne”.
Una donna “bene informata - prosegue D’Antona - può avere un ruolo realmente attivo nel proprio percorso di cura. Come Europa Donna crediamo fortemente nel principio che la comunicazione sia tempo di cura. Non è un elemento accessorio, ma parte integrante della presa in carico. Nello stesso spirito abbiamo attivato il progetto Laudato Medico Young, rivolto alla formazione dei giovani specialisti che lavoreranno nelle Breast Unit. L’obiettivo - conclude - è contribuire a costruire una cultura della cura in cui competenza clinica, ascolto e comunicazione vadano insieme, perché solo così la paziente può sentirsi davvero parte del proprio percorso terapeutico”, della squadra.




