Specifichiamolo, subito: "lurdaia" è il companatico. Tutto ciò che si associa al pane, sia per il pasto, sia per la merenda, va sotto il nome di "lurdaia" che specifica sia il necessario, sia il lusso. E non è per tutti uguale. Giusepèn, interviene. "in cà mia" (a casa mia) era la fetta di bologna, il quartirolo (che è un formaggio), ul salam crùu, ul gurgunzoea a pansceta, a spala crua e …." Giusepèn elenca altri "sfizi" basati unicamente sul necessario. Traduciamo: "il salame di bologna, la filzetta di salame crudo, il gorgonzola, la pancetta, la spalla cotta o cruda e…" Giusepèn elenca altri prodotti "tipici e umili" che potevano permettersi le famiglie cosiddette semplici e con scarsi mezzi economici. Invece, nelle famiglie abbienti, i ricchi o tuttavia, i benestanti, la "lurdaia" era il prosciutto (cotto e cruda), gli intingoli, i piatti costosi, quelli (diciamo oggi) da chèf, le leccornie.
Il tutto, però e sempre, da "cumpesò" (compesare, unire) col il pane. Sembrava quasi non-lecito il pasto, senza essere accompagnato dal pane. E, attenzione. Quando "te snenzi" (dimezzi o prepari il boccone) del pane, lo devi fare con sotto il piatto. Mai buttare le briciole. Fanno parte del pasto e il Vangelo ci porta a dire che "il ricco Epulone, lasciava cadere le briciole del suo pane, per saziare il povero mendicante". In verità, Epulone, non si curava del povero mendicante, ma lui "spezzava il pane", incurante delle briciole che si sprecavano sulla sua ricca tavola, raccolte dal povero.
Ci dicevano poi, i nostri nonni e i nostri genitori che il rito dello "spezzare il pane", proveniva da Gesù ed era un "rito di comunione, di umiltà, di sacralità, di convivenza"; quindi, col "pàn e lurdaia" si univa la famiglia, per un desco d'unione, dove, non ci si nutriva soltanto, ma ci si scambiavano opinioni e si risolvevano problemi che riguardavano tutti i componenti della famiglia.
A essere sinceri sino in fondo, erano i genitori a "proporre, discutere, legiferare" su ogni questione e non sempre si chiedevano i pareri dei figli che dovevano crescere e farsi un'esperienza di vita, per poi utilizzarla nel giusto senso dei valori.
E, andiamo con lo "scrocu" che sostanzialmente, significa "furbo". Che si può utilizzare nel bene e nel male, per non arrivare subito alla "destrezza". Il furbo che utilizzava l'intelligenza era ben accetto ovunque, a patto poi che questa "intelligenza" la si utilizzava per il bene comune. Lo "scrocu" che operava per interesse personale, senza condividere cogli altri, era da trattare in maniera sospetta. Ecco quindi che si cercava e si trovava una via di mezzo. Me la sono sentita dire, "miliardi di volte" - credere e andare in fiducia, sta bene, ma prima di rispondere o di valorizzare la "fiducia" meglio compiere un … inventario, una verifica, una constatazione. Ecco allora mamma catechizzare: "mei stò ai prim dogn" (meglio rimanere ai primi danni" che, nell'operato vuole significare "valutiamo ogni ipotesi, ogni parola, ogni intenzione …. mettiamo tutto insieme e, arriviamo a un modo onesto e giusto di operare. Coi "prim dogn" si specifica un altro concetto: a ogni passo del discorso, si valutano le probabili conseguenze, quindi ai "primi danni" si può correggere il tiro. Non è necessario aggiungere ai "prim dogn" eventuale altri danni.
Ecco allora che il "furbo-scrocu" subiva l'indagine degli altri. Che valutavano il parere dello "scrocu" nella maniera suggerita prima: "scocu bon" o "scrocu catiu" - furbo buono o furbo in malafede - Giusepèn conclude il discorso col "mèi perdi in cunpagnia putosto da perdi da par vogn" (meglio soccombere in compagnia, piuttosto di addossare la colpa a uno solo).
"mo a fò maenda" (ora faccio merenda) conclude Giusepèn "cunt'un fiò da chèl bon" (con un bicchiere di vino buono), ovviamente, con "pàn e lurdaia" (pane e companatico).




