Ieri... oggi, è già domani - 21 aprile 2026, 06:33

“al ma sumèa bon” - mi sembra buono

Espressioni irregolari, che sviluppano un significato folcloristico più che linguistico: è così che "mi somiglia" serve e dire "mi sembra"

Una raccolta di poesie in dialetto bustocco di Angelo Azzimonti

Una raccolta di poesie in dialetto bustocco di Angelo Azzimonti

Giusepèn è ilare. Lo vedo sereno, coi suoi occhietti furbi e i baffetti arzilli. So che ha una chicca da propormi. E lo fa con gaudio; per darmi una mano a difendere il nostro caro, amato, Dialetto Bustocco da strada. Va subito al sodo, Giusepèn: "al ma sumèa bon", ma pure "al ma sumèa bel" fanno parte di quelle espressioni irregolari, che sviluppano un significato folcloristico, più che linguistico. Irregolare: "Detto di fatto linguistico, non del tutto conforme ad un tipo considerato dominante" (recita lo Zingarelli) - e ne vediamo subito il significato.

"al ma sumèa bon", letteralmente, nella traduzione significa "mi somiglia buono", ma nel nostro Dialetto Bustocco da strada, lo si deve intendere "mi sembra buono" - eccola, l'irregolarità fra il "detto linguistico" con il significato letterale. In buona sostanza, si sostituisce il "mi assomiglia" con un "mi sembra" e, tale espressione, la si usava tranquillamente nelle case Bustocche. Adesso poi, so per certo che soprattutto mamma, si esprimeva con il "al ma sumèa bon", quando (ad esempio) apriva il pacchetto del salumiere e, analizzava (a occhio di massaia) la qualità del salame.  Si può ben dire "al ma sumèa bon", un ragionamento, un lavoro ben orchestrato, un'esecuzione di una commissione

Al "sumèa" basta tradurlo al "sembra" e, il gioco è concluso. Specie ai tempi delle Elementari, mamma analizzava i miei compiti e, quando sentenziava "al ma sumèa bon" voleva dire che quantomeno (mi sembra buono) e la sufficienza era raggiunta. C'è pure un risvolto della frase. Ed era il momento in cui, mamma analizzava i miei disegni (punto dolente, per me). "al ma sumèa bon non" (non mi sembra buono) dedicato al disegno, ma già allora, manifestavo una certa riluttanza a utilizzare la matita. Alle "Commerciali", poi, il Prof. Paoloni, acuiva il problema, con una sua frase tipica che suona così: "ah, Marcora, benedetto il Signore e maledetto il demonio, il tuo disegno merita un DUE secco, ma per salvarti la media, ti metto QUATTRO".
E qui, mamma, non poteva dire "al ma sumèa bon".  

La variante, al "ma sumèa bon" era "al ma sumèa bel" (mi sembra bello) e qui, ci si può sbizzarrire nel catalogare ciò "che sembra bello", coi riferimenti del caso. "al ma sumèa bel" un vestito elegante, un indumento qualsiasi che stava bene, in base alle misure personali, un monile, un vaso di fiori, un mattino fresco e in procinto di osservare il levar del sole. Ecco, l'irregolarità del detto, sta proprio nel "ma sumèa" col "mi sembra". 

Certo che il verbo "sumèa", nella sua regolarità, si traduce in "assomigliare" - "chèl lì, al sumèa al so po’" (quello lì -detto cordialmente- assomiglia al suo babbo), "chèl lì al sumèa a'n co da nemuotu" (costui assomiglia a una testa di colibri) per dire che non aveva cervello o lo aveva così piccolo da somigliare al cervello di un cardellino. Quindi, il verbo assomigliare, lo si traduceva col "mi sembra", ma (si sa), il Dialetto Bustocco da strada, "attingeva" dagli stati d'animo delle persone, le parole giuste che potessero giustificarlo. In Italiano, ciò è giustamente considerato errore grave. 

Sostituire un verbo specifico con un altro, non è lecito. Del resto, il Dialetto Bustocco da strada, "veniva prima" (lo si imparava prima) della Lingua italiana. In altre disquisizioni ho già scritto che ai miei tempi delle Elementari (sono del 1946 e ho iniziato a frequentare la Scuola nel 1952) era severamente PROIBITO utilizzare il Dialetto, sancito dall'omonima Legge. Per dire che ho faticato parecchio a … uniformarmi, per un fatto specifico e comune, per la gente semplice come la mia Famiglia: in casa si parlava solamente il Dialetto Bustocco e, la Lingua Italiana la si sentiva a malapena, quando si era di fronte a un Letterato (che si chiamava "particular") oppure nel dialogo fra Professionisti che mescolavano il Dialetto con l'Italiano. Prova ne è che taluni libri, scritti da eminenti Dottori, Avvocati, Laureati che hanno perfezionato il loro Italiano, contengono errori pacchiani, quando scrivono del Dialetto.

C'è poco da fare (qui entra in scena, Giusepèn): "ti -rivolto a me- te'mparò ul Dialettu candu te suscei ul laci dàa to moma" (tu hai imparato il Dialetto Bustocco quando succhiavi il latte da tua madre), "chi oltàr" (gli altri) "an 'nparò prima ul taliàn e poeu un caicossa da Bustocu" (hanno imparato, prima l'Italiano, poi qualcosa di Bustocco) - ed è evidente che, il Dialetto Bustocco da strada, lo si trasmette vocalmente ed è dura per chi "sa di italiano", ma "non sa il Bustocco da strada", in uso fra la gente semplice.

Gianluigi Marcora

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