Cultura - 07 aprile 2026, 22:32

Un viaggio nella storia dimenticata del Mezzogiorno

Mercoledì 8 aprile al Museo del tessile, l’Università Cittadina per la Cultura Popolare propone un nuovo appuntamento dedicato alla memoria storica e all’approfondimento culturale. Protagonista dell’incontro sarà Giuseppe Capobianco, con una conferenza dal titolo “Storia di un “capo brigante” nel Mezzogiorno dopo l’Unità”, un tema che invita a riflettere su una pagina spesso trascurata della storia italiana

Il significato storico del brigantaggio. Di questo parla Giuseppe Capobianco mercoledì 8 aprile per l’Università cittadina. Nel corso della conferenza, Capobianco affronta il fenomeno del brigantaggio nel Mezzogiorno postunitario, un periodo complesso e controverso che ha segnato profondamente la storia italiana. Come ricordato dallo storico Giordano Bruno Guerri, il termine “brigante” affonda le sue radici nella tradizione francese, dove già dal XV secolo veniva utilizzato per indicare coloro che si opponevano con la violenza al potere costituito. In Italia, il termine si diffonde solo nell’Ottocento, in particolare dopo l’Unità, per descrivere le rivolte e i conflitti che interessarono diverse regioni meridionali.

Una storia ai margini della narrazione ufficiale

Il brigantaggio è stato a lungo considerato un episodio marginale, spesso ignorato dalla storiografia ufficiale e relegato a una sorta di parentesi scomoda. Per anni, molte vicende sono sopravvissute solo attraverso racconti orali, tramandati da contadini, cantastorie e appassionati locali, più che da storici accademici. Questa trasmissione informale ha contribuito a mantenere viva una memoria alternativa, fatta di testimonianze dirette e narrazioni popolari.

Il racconto di un capo brigante

Al centro dell’intervento vi è la figura di Antonio Fortunato, brigante originario di Torre Orsaia, la cui storia rischiava di scomparire nell’oblio. Capobianco, pur non essendo uno storico di professione, ha sentito l’urgenza di raccogliere frammenti di memoria, intrecciando fonti storiche, leggende e racconti tramandati nel tempo. Ne emerge il ritratto di un personaggio complesso, simbolo di un’epoca segnata da profondi cambiamenti sociali e politici.

Uno spaccato di vita nel XIX secolo

Attraverso questa ricostruzione, prende forma un affresco vivido della vita nel Cilento nella seconda metà dell’Ottocento, tra tradizioni radicate, disuguaglianze sociali e tensioni politiche. La nostalgia per il passato borbonico si intreccia con le difficoltà di adattamento alla nuova realtà dell’Italia unita, dando voce a una comunità sospesa tra memoria e trasformazione.

Radici, studio e passione per la memoria

Residente a Busto Arsizio dal 1976, Capobianco mantiene un forte legame con il suo paese d’origine, Torre Orsaia, nel cuore del Cilento meridionale. Laureato in Sociologia all’Università di Salerno con il massimo dei voti, ha dedicato la sua vita sia alla scuola, come dirigente scolastico, sia alla scrittura, diventando nel tempo un attento custode delle memorie locali. Autore della serie Memorie Ursentine e di numerosi testi di storia territoriale, dal 2018 è anche Accademico dell’Università Popolare del Cilento. Le sue opere nascono dall’intreccio tra ricerca e passione, con l’obiettivo di restituire voce a comunità e tradizioni spesso dimenticate.

L.Vig.

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