Può davvero un giornale cambiare il destino di un Paese? La risposta, netta e documentata, arriva da una serata che ha saputo unire riflessione storica e vita associativa. Al Dinner del Rotary Club Busto, Legnano, Gallarate “Ticino”, il giornalismo si è fatto protagonista di un racconto capace di attraversare uno dei passaggi più delicati della storia italiana.
L’incontro con Dino Messina, firma autorevole del Corriere della Sera, ha riportato al centro una stagione in cui le parole stampate non si limitavano a raccontare la realtà, ma contribuivano a orientarla.
I riconoscimenti: storie di impegno e generosità
La serata si è aperta con un momento solenne, dopo l’Inno nazionale, dedicato alla consegna da parte del presidente Carlo Casavecchia delle Paul Harris Fellow, la massima onorificenza rotariana. Un riconoscimento che premia non solo la generosità, ma una visione concreta di servizio.
Sono stati premiati Eugenio Colombo, socio fondatore del club e presenza costante da cinquant’anni, Flavio Giranzani, anima del cineforum Pensotti-Bruni di Legnano, Giorgio Brida, ingegnere e presidente della commissione progetti del club e Giuseppe Pozzi, psicoanalista e docente all’Università di Pavia.
Accanto ai riconoscimenti, lo sguardo al futuro con la presentazione dei nuovi soci: Paolo Landsberg, Davide Froio, Alessandro Castelli, Vincenzo Gelato e Benedetto Martino. Un passaggio simbolico che conferma la vitalità del club e la sua capacità di rinnovarsi.
Via Solferino e la nascita della Repubblica
Al centro della serata, il libro di Dino Messina “La Repubblica nasce in via Solferino”, un titolo che è già dichiarazione d’intenti. Il racconto si concentra sui 14 mesi della direzione di Mario Borsa, figura chiave nel traghettare il Corriere della Sera verso una posizione chiara e coraggiosa.
«Questo libro nasce da una lettura della storia del Corriere della Sera di Licata in cui dice che Borsa è il padre della Repubblica. Borsa ebbe il grande merito di schierare un giornale moderato per la Repubblica», afferma Messina.
Un’affermazione che ribalta l’idea di una stampa neutrale, restituendo invece l’immagine di un giornalismo capace di assumersi responsabilità storiche.
Mario Borsa: un direttore controcorrente
Il cuore del racconto è la figura di Mario Borsa, giornalista classe 1870, protagonista di una parabola professionale e umana segnata da scelte nette.
«Il Corriere si rivolgeva agli elettori indecisi e Borsa ha voluto portare la massa degli indecisi verso la Repubblica», spiega Messina.
Dalla formazione negli ambienti radicali all’esperienza londinese, dove apprende il valore della libertà di stampa, fino allo scontro con il fascismo. Borsa rifiuta di aderire al regime e viene cancellato dall’albo dei giornalisti. Una scelta che lo condanna all’ombra fino alla Liberazione.
«Mentre Mussolini vara le leggi fascistissime togliendo libertà di stampa, lui scrive “Libertà di stampa” dove afferma che libertà di stampa è tutto, è la prima delle libertà».
Un libro messo all’indice, ma che diventa manifesto di un’idea di giornalismo come presidio democratico.
Il referendum e la sfida agli indecisi
Nel 1946 si gioca la partita decisiva. Monarchia o Repubblica. E il ruolo dei media diventa centrale.
«Borsa si dedica in una strenua campagna scrivendo articoli chiari spiegando cos’è il gioco democratico», racconta Messina.
Il Corriere parla ai moderati, ai cattolici, agli indecisi. Interpreta le paure, le smonta, le affronta. Anche il tema del voto alle donne entra nel dibattito pubblico, con un sostegno importante, tra gli altri, di Pio XII.
«Borsa dice che “peggio di quello che abbiamo ottenuto con questa monarchia non potevamo avere”».
E ancora: «Paura del salto nel buio se si vota per la Repubblica? Il buio è nella nostra ignoranza, incertezza, egoismi di classe».




